IL VIAGGIO, QUARTA PUNTATA

ROMANZO A PUNTATE DI

Roma, Ottobre 43. Due uomini decidono di intraprendere un viaggio per tornare al loro paese in Umbria. E’ tempo di guerra, gli alleati risalgono da sud, i tedeschi invadono da nord. Nasce la Repubblica di Salò, il viaggio presenta insidie.

QUARTA PUNTATA: DOPO LA LOCANDA A PIEDI VERSO MALBORGHETO

Seduti tutti e quattro intorno ad un tavolo posto vicino al bancone che governava la locanda bevvero vino e mangiarono pane con salsicce secche. L’oste era più anziano di loro e mentre mangiavano prese a raccontare della grande guerra che aveva combattuto da soldato. Raccontò delle sofferenze, delle privazioni, dei morti intorno a lui. Si era salvato fortunosamente, ed era tornato a casa scheletrito per la fame e il freddo che aveva sofferto. Si era trovato nella rotta di Caporetto. Gli austriaci con i tedeschi che erano venuti a dar manforte, avevano attaccato con furia incontenibile dopo un bombardamento micidiale dell’artiglieria. In qualche settore gli italiani avevano provato a resistere, poi si verificò uno sbandamento generale. Furono raggiunti, si difesero con le armi, molti morirono colpiti dal fuoco ravvicinato nemico, altri, tra cui lui, furono fatti prigionieri.

Li avevano portati in campi di concentramento in Austria, erano centinaia di migliaia. Lì continuarono a patire, come e più della trincea: fame e privazioni. Trattati male dai carcerieri, e soprattutto dalla patria che li considerava imbelli, e traditori. Così si proibiva ai familiari e anche alla Croce Rossa di inviare pacchi viveri e altri generi di conforto. Quelli che in qualche modo venivano mandati erano fermati alla frontiera italiana. Morirono migliaia di uomini in quei campi, prima che la fine della guerra consentisse ai sopravvissuti di tornare a casa, malvisti dalle autorità. L’oste parlava e le parole uscivano con ardore come di ferita profonda non guarita.

Continuarono a raccontare di guerre, di quella ancora in corso, di politica, che poteva essere cosa non prudente, ma anche l’oste era socialista, così si abbandonarono a sognare il futuro prossimo, ormai in pace, dove i loro ideali di pacifismo, di fratellanza tra i popoli si sarebbero dovuti per forza realizzare. Fumarono sigarette coloniali a buon prezzo, e la stanza si riempì dell’odore profumato del tabacco. L’oste non sembrava voler porre fine a quel cenacolo, era mattino, oltre le consuete faccende di riassetto non aveva altro da fare e non c’era da preparare un gran che in cucina, perché i clienti della locanda si erano rarefatti in quel torno di tempo periglioso.

Quando l’oste ebbe finito di parlare, i due aspettarono in silenzio senza aggiungere altro, non sembrava loro opportuno e gentile alzarsi, ringraziare ed andarsene, se questi avesse avuto ancora voglia di stare con loro. Passò qualche altro istante l’oste si alzò dalla sedia e si mise a riordinare il tavolo dove avevano mangiato, e mentre era intento a questa faccenda disse loro che forse era opportuno che si rimettessero in viaggio. Nel frattempo se n’era andato il camionista che disse dover tornare a Roma per altre incombenze.

Così anche loro si accomiatarono, ringraziando per il ristoro e rimandando ad altra occasione, a Dio piacendo, quella gradevole conversazione. L’oste li salutò, chiese se volessero portare con loro qualcosa da mangiare, ma questi rifiutarono. Avevano già profittato troppo della sua gentilezza. Si salutarono da compagni socialisti, con la speranza di un tempo migliore, quanto prima. Ripresero la strada, accanto correva la ferrovia. Vi passavano trenini della linea Roma-Viterbo che partivano dalla stazione di piazzale Flaminio. Servivano ai pendolari che dal territorio laziale si recavano il mattino a Roma per fare ritorno a casa, la sera. La linea ferrata era stata costruita ai primi del 900, poi ammodernata negli anni successivi.

In ampi tratti i costruttori avevano utilizzato come basamento dove stendere le rotaie il selciato della Flaminia, che si rivelò essere di buona fattura e in grado di sostenere il traffico dei treni, come ulteriore prova del valore degli ingegneri romani. Presero a camminare sul ciglio della strada, il sole era ormai alto nel cielo e le ore del mattino correvano, bisognava allungare il passo. Quando sentivano rumori di camion in arrivo lasciavano la strada e proseguivano per la campagna intorno. Il paesaggio era piacevole a vedersi, l’avrebbero sentita e goduta di più quella sensazione, se non avessero avuto da camminare con passo alacre e con la preoccupazione di brutti incontri. Dovevano anche essere pronti ad approfittare di qualsiasi occasione che gli si fosse presentata per proseguire il viaggio con altro mezzo che non fosse le loro gambe.

Forse il treno che ad intervalli regolari vedevano transitare vicino a loro, o una vettura di qualsiasi tipo, magari come quella che li aveva trasportati la mattina. Sarebbero passate anche delle corriere, ma discorrendo di questa possibilità decisero che sarebbe stato pericoloso salirci, più soggette quelle a controlli nelle fermate canoniche. I tempi erano difficili con i tedeschi che stavano calando in Italia dal Brennero ad aggiungersi a quelli già presenti che si erano affiancati ai nostri per contrastare lo sbarco in Sicilia e le altre offensive degli alleati su vari fronti della penisola. In più si sentiva parlare di una ricostituzione del partito fascista e quelli che aderivano avevano vendette da consumare e assoluta intransigenza con coloro che avevano aderito al governo del sud di Badoglio e del Re, o che comunque non si mostravano entusiasti della ristabilita alleanza con i tedeschi.

Nonostante questi discorsi e i pensieri preoccupati che generavano non potevano fare a meno di ammirare il lavoro nei campi ai quali i contadini erano intenti. Raccoglievano l’uva ancora sui tralci dopo l’iniziale vendemmia di fine agosto, erano grappoli maturi, alcuni sbeccati dagli uccelli. E si sentiva nell’aria quando passavano vicino ai casolari, il profumo del mosto che si spandeva dalle cantine. Immaginavano le grosse botti di quercia che cominciavano a ribollire e prima il gran lavoro dei contadini sull’uva appena colta.

A Zeno veniva in mente la figura silenziosa della madre in cantina, intenta a riporre nell’ampio vascone l’uva raccolta nel campo della Doria e in quello del Rosciolo, i due campetti che le avevano lasciato i suoi come dote, quando si era sposata con Umberto. Testarda nella scelta nonostante le avessero preferito il figlio di un possidente che la voleva in moglie. Silenziosa, rispettosa ma testarda, e non ci fu niente da fare, si prese il suo Umberto e ci mise al mondo dieci figli. Li vide scomparire molti, uno ad uno, chi ancora bambino, chi in guerra, gli altri a fare i muratori in giro per l’Italia. Chi poté venne a morire sul letto della madre dove erano nati, e lei silenziosa li accolse uno ad uno come quando erano venuti al mondo. Non lacrime sul suo viso, ma schianti dentro che non facevano rumore, solo aggiungevano una ruga in più, sino all’ultima quando se ne andò anche Umberto.

Sul far dell’alba continuò ad andare nel campetto del Rosciolo quello più vicino al paese, sino alla fine, quando le forze l’abbandonarono e rimase in casa in attesa di ricongiungersi con i figli e Umberto di lì a poco. Ma Zeno non sapeva tutte le cose che sarebbero accadute e che in gran parte non avrebbe visto. La vedeva allora in quel giorno di ottobre ancora giovane in cantina a pestare con i piedi nudi l’uva raccolta nel vascone. Da un pertugio usciva il liquido colorato che si raccoglieva in recipienti preparati lì accanto. Poi sarebbe stato versato nelle grandi botti dove il mosto sarebbe andato riempendosi di vita. Bolliva di felicità il mosto per sé e per il conforto che avrebbe dato agli uomini. Una volta pronto sulle loro tavole, avrebbe accompagnato il cibo, e nelle lunghe sere d’inverno sarebbe sceso come balsamo nelle viscere, regalando un tepore al cuore e alla mente che li avrebbe accompagnati al breve sonno prima di iniziare il giorno dopo, la stessa fatica di ieri.

Zeno era il primogenito, il più amato, anche se l’Angelina non lo lasciava vedere e quell’amore Zeno se lo portava addosso come una coperta, sempre. Se lo portava addosso le mattine d’inverno con la “caldarella” sulle spalle che lacerava la pelle, in guerra su quei carri che i generali chiamavano armati ma erano poco più che scatole di latta. Una volta arrivato a Sigillo sarebbe passato da lei, dopo aver abbracciato la Regina e il figlio, avrebbe salito le ripide scale che portavano al cucinone, l’avrebbe trovata lì accanto al fuoco del camino con quel lungo tubo di ferro forato in punta, con cui soffiando attizzava il fuoco. Lui l’avrebbe chiamata: “mamma come state?”, lei l’avrebbe guardato dicendo: “sei tornato!”. Dentro, ad entrambi si sarebbe sciolto un grumo di dolore, il dolore della vita che in quel momento trovava ristoro.


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