1960

1960

due mondi lontani in un unico borgo del lago Maggiore

Dei miei ricordi di quindicenne forse quello più vivo, sempre pronto a riaffiorare dalle pieghe della memoria, è quell’affacciarmi dal balconcino della mia camera, come per un impulso incontenibile, per osservare lo scenario incantevole del lago che si spalanca di fronte a Baveno, con le montagne che accompagnano lo sguardo e i pensieri sempre più lontano.

Intanto si inseguono i colori che sfumano verso la Svizzera, via via più tenui fino a fondersi con il cielo. Di fronte si aprono le isole Borromeo con quell’esile campanile bianco dell’isola Pescatori che spicca sui tetti rossi come l’albero maestro di un veliero. Sullo sfondo si staglia, vanitoso, il bianco palazzo barocco dell’isola Bella con i suoi giardini a dieci terrazze arricchite di statue e pinnacoli.

Girando tutt’attorno lo sguardo, sulla destra si insegue la sagoma snella del lungolago che termina di fronte alla villa Branca, simile a un castello inglese, imponente e lussuosa. Il rosso dei mattoni interrompe il verde intenso dei boschi in cui è immersa.

Proprio sotto i miei occhi si estende un ampio piazzale che unisce la strada del Sempione all’imbarcadero stile liberty, con il tetto a capanna, ampie vetrate legate fra loro da esili cornici di ferro battuto. Dall’ampio spazio destinato alla biglietteria e all’attesa dei viaggiatori, si può accedere direttamente al bar. Ma il suo ingresso principale si apre sui tavolini esterni che seguono la linea della ringhiera affacciata sul lago e sul porticciolo con le barche da pesca e battellini allineati in attesa di prendere il largo.

Tra una fontanella di ghisa, alcune panche di granito all’ombra dei tigli e lo “stradone”, la Statale del Sempione, alcuni tassisti ammazzano l’attesa di qualche cliente fumando una sigaretta appoggiati alla propria vettura posteggiata all’ombra di una enorme magnolia dai grandi fiori bianchi aperti verso il sole.

Nella piazza dell’imbarcadero alcuni turisti tedeschi, sempre un po’ trasandati, scendevano da un pullman. I più arzilli si guadagnavano le panchine ombreggiate dalla fila di tigli dai rami neri e nodosi che, come braccia tese, tuttora sostengono un fitto fogliame.

Il Mario e il Pierino, i barcaioli più pronti ad individuare le prede, si avvicinavano al pullman con una manovra di accerchiamento discreta quanto infallibile. Con il berretto bianco da marinaio indicavano l’isola Pescatori o le alternative isola Madre e isola Bella.

Sulla sinistra un imponente cancello di ferro battuto con lunghe lance dalle punte dorate delimitava un mondo esclusivo, indicato dall’insegna in corsivo anch’essa dorata: Grand Hotel Bellevue.

Grazie all’amicizia di mia madre con i proprietari dell’albergo, avevo il privilegio del libero accesso ai giardini e alla spiaggia del Grand Hotel. Ogni giorno, mentre camminavo sotto un berceau di piracanta dalle bacche rosse, socchiudevo gli occhi per fare schermo con le ciglia ai bagliori dell’acqua increspata del lago, ai riflessi multicolori della montagna di Laveno e del monte Rosso sopra Suna. Con lo sguardo attratto dalla luminosità del lago, seguivo le geometrie bianche che le barche a motore disegnavano sullo specchio blu dell’acqua: linee intrecciate a formare triangoli sghembi che si dilatavano quasi all’infinito fino a scomparire e a lasciare la sorpresa di nuove scie. E lungo quelle linee spumeggianti si scioglieva la stanchezza di ore e ore dedicate a Dante e a Cicerone.

A ridosso del lago un salice piangente separava la spiaggetta libera da quella privata dell’hotel. Il cartello PROPRIETÀ PRIVATA imponeva un netto distacco tra la clientela dell’albergo, che dominava il lago dall’alto di una rotonda attrezzata di poltroncine liberty smaltate di bianco e i ragazzi e le ragazze bavenesi che occupavano spazi trascurati di spiaggia pubblica, disseminati di brandelli di plastica e lattine che giocavano tra loro a dondolare su e giù sulla battigia in balia delle onde.

Appena al di là di questo “confine” partivano i motoscafi dell’albergo che trascinavano gli appassionati di sci acquatico. Questi si esibivano in volteggi e acrobazie esagerate per stupire chi dalla rotonda faceva da spettatore: signore attempate in conversazione fra loro di fronte a una tisana o a una tazza di tè; signori distinti che leggevano il giornale fumando lunghi sigari e che di tanto intanto lasciavano scivolare gli occhi sui giovani corpi delle ragazze in bikini.

La ghiaia del vialetto scricchiolava sotto i miei passi veloci diretti alla spiaggia e al trampolino dove mi sarei confusa con i giovani ospiti dell’albergo, ragazzi e ragazze francesi, inglesi, belgi, olandesi che con le loro famiglie tornavano puntualmente al Bellevue all’inizio di ogni estate. Eravamo ormai vecchi amici. Durante la giornata alternavamo nuotate verso una boa rossa, galleggiante un po’ più al largo del trampolino, a partite di ping pong, di tennis, di bocce. A questi passatempi era destinata l’area più appartata del parco, tra la spiaggetta ghiaiosa, gli orti, gli alberi secolari, immersa nel silenzio: qui non giungeva né il suono delle campane della chiesa né l’altoparlante dell’imbarcadero che annunciava l’arrivo dei battelli.

Nonostante parlassimo lingue diverse, non incontravamo difficoltà a comunicare tra noi, perché i nostri lazzi, frizzi, gridolini, ammiccamenti e sguardi appartenevano a un linguaggio internazionale, come quello dei numeri, delle formule chimiche, delle note musicali o delle suggestioni dell’arte che sono universali.

Dal trampolino osservavo la scalinata centrale dell’albergo che tra pianticelle di limoni conduceva ai salotti, alla hall, alla sala da pranzo affacciata sul lago. Mentre dalle cucine si spandevano nell’aria profumi mediterranei, il maître, nella sua giacca color panna, spiccava tra i camerieri in divisa nera che si muovevano velocemente tra i tavoli. Richiamati dalle note del pianista, gli ospiti, nei loro accappatoi colorati, risalivano velocemente la scalinata tra i limoni per rientrare nelle loro stanze dove una doccia e un maquillage accurato li avrebbero resi impeccabili per l’ingresso nella sala da pranzo. Intanto si sentiva il richiamo dei genitori ai figli che si attardavano sul trampolino: “Vit, vit,. nous allons dans la chambre!”

Madame Elsa, donna raffinata e poliglotta, cognata del proprietario del Grand Hotel Bellevue e impegnata esclusivamente nelle pubbliche relazioni, era solita ricevere gli ospiti del suo albergo per un cocktail o per un drink di fine serata, sulla sua terrazza di “Villa Laura”, dove, al piano superiore, viveva anche la mia famiglia. Con i suoi invitati intrecciava dialoghi in tutte le lingue intrattenendoli con estrema naturalezza e disinvoltura. Durante le conversazioni i diversi idiomi si sovrapponevano, come quando fin dal mattino organizzava le serate nella sua terrazza affacciata sul lago: «Cette soir je vous attende chez mois, Madame Yvett, ça va?»; «Doroty, would you like to care for a drink with Peter this evening?…»

Durante il giorno trascorreva molte ore insieme alle clienti dell’Hotel, distesa sul pontile che sporgeva di molti metri sul lago.

Di tanto in tanto, per rinfrescarsi, le signore scendevano la scaletta del pontile e, congiungendo le mani davanti al petto, fendevano l’acqua con uno slancio prudente e controllato e, muovendosi a rana, si spingevano al largo. Le teste, protette da cuffie fiorate o turbanti, ben erette per non bagnare la capigliatura, diventavano puntini colorati che si muovevano di qua e di là, a una certa distanza dai cigni e dalle traiettorie dello sci d’acqua. Quella con il turbante viola e i grossi occhiali scuri era appunto Madame Elsa, la chiamavano tutti così, perché sebbene di origine tedesca, dall’ultima guerra, si era sentita più vicina alla cultura francese, inglese o americana.

Le signore di Parigi erano sicuramente le più eleganti e ammirate per la loro modernità: capigliature dai colori sfumati, valorizzate da tagli originali, mai visti a Baveno come del resto gli abbronzanti spray, i teli da bagno dalle fantasie più vivaci, i completini da spiaggia di ciniglia o in tessuti refrattari a qualsiasi piccola piega e persino all’acqua! Le passeggiate pomeridiane lungo i vialetti del parco o sul lungolago apparivano come sfilate di alta moda: gonne plissé soleil che ondeggiavano maliziose su gambe affusolate, fili di perle eleganti nella loro essenzialità, scie di Arpege e Madame Rochas. Gli uomini in impeccabili completi di lino, un sigaro Cavour, un papillon.

A tarda sera, nella terrazza di Madame Elsa, su di un lungo tavolo bene apparecchiato scintillavano agli ultimi raggi obliqui del sole e alle prime luci dei lampioni caraffe e bicchieri di cristallo. Le signore sfoggiavano abitini di mezza sera dalle stoffe cangianti: raso, chantung di seta, scialli di voile. Il profumo dei cosmetici, spalmati abbondantemente sulla pelle riarsa dal sole nelle lunghe esposizioni sul pontile, si mescolava a quello di tabacco che si propagava nell’aria quando i signori in smoking, con le mani appoggiate alla balaustra, sbuffavano nuvolette di fumo.

Mentre questi ammiravano il lento spegnersi dei colori di fronte al buio che piano piano inghiottiva le isole e le montagne, nella piazza dell’imbarcadero i barcaioli tiravano in secca le barche, alcuni turisti sfilavano dall’imbarcadero verso i loro alberghi.

I pescatori si attardavano a confrontare i loro bottini, esibendo i persici e i lucci sollevandoli per le branchie.

L’ultimo a lasciare i pesci al loro destino era sempre il Pedroncelli, un ragazzo smilzo che di notte pescava le “piotte” bianche, proprio sotto il muraglione del bar, dove le grosse pietre melmose affondano nell’acqua. Con un’esca finta fatta con la carta stagnola d’argento delle sigarette, con cui camuffava l’amo a tre punte, attirava i pesci; poi zac! Per la piotta non c’era scampo! Il Pedroncelli era un fenomeno, non lo batteva nessuno!

Ma per tutti il più forte e folkloristico era il sciur Peppino, mio padre, quando sfilava fino a tarda sera di fronte all’imbarcadero, su e giù, su e giù, con il suo cappellaccio di paglia in testa… seduto sul fondo della barca… Con una mano dava piccole scosse regolari alla lenza di rame che scivolava a filo d’acqua, con l’altra teneva le due impugnature dei remi che spingeva lentamente in avanti, assecondando il movimento incurvando la schiena. I remi fendevano quello specchio piatto di lago senza gocciolare, senza far rumore… per non spaventare i pesci… il suo toscano, stretto fra i denti, si adeguava a quel ritmo con altrettante boccate di fumo bianco.

Peppino aveva tirato in secca la barca e con i remi in spalla era entrato sotto il portico di casa; gli altri pescatori sfilavano con le canne-lenza, i guadini, i cestini con i pesci ancora agonizzanti.

Le donne che poco prima avevano lavato i panni accovacciate tra le barche sulla riva lastricata del porticciolo, con l’asse di legno sotto il braccio, si erano dileguate insieme ai barcaioli nei vicoletti bui del baitòn, l’antico rione dei pescatori. Invece, procedendo veloci in senso inverso, intere famigliole attraversavano la piazza per raggiungere il bar dell’imbarcadero dove seguivano alla televisione l’evento dell’estate: i Giochi Olimpici di Roma del 1960.

Ai tavolini esterni erano già seduti i clienti abituali, perlopiù gente di Milano: i Porta, i Cazzaniga, i Brambilla… che avevano appena acquistato la loro seconda casa al lago, status simbol e nuova moda conseguente al boom economico degli anni Sessanta.

Un gruppo più rumoroso di ragazze aspettava l’arrivo dei fusti del paese: “il” Garoni che si faceva notare su una scoppiettante Vespa di cui sembrava molto fiero a vederlo così impettito, con la schiena eretta e le braccia tese sul manubrio. Lo “Sceriffo” invece era solito fare la sua comparsa in piazza su una cabriolette, spavaldo, tra due ragazze straniere. Negli spazi vuoti tra i tavolini si muovevano la Graziella e la Piera, le giovani proprietarie del bar che, chiacchierando con i clienti, servivano Aperol e Bitter Campari nei bicchieri appannati dai cubetti di ghiaccio.

All’interno, nella sua solita poltroncina di vimini, di fronte a un cappuccino e a una brioche, come ogni sera, in un angolo più appartato, stava piccola piccola e silenziosa Frau Elisabeth, una distinta signora viennese. Minuta e discreta, abile pianista, con tante cose da raccontare, era diventata una persona preziosa per tante famiglie. Si occupava di loro a turno una volta alla settimana: tagliava, cuciva, riparava, girava cappotti dei papà e li rimpiccioliva per i figli; con i vecchi vestiti faceva scamiciati o grembiulini, rammendava calzini e attaccava bottoni. Pedalando dietro la macchina da cucire, tra pezze di stoffa, cartamodelli e spolette di filo raccontava della sua gioventù nel magico mondo di Vienna, delle sue numerose sorelle, delle sue amiche che non aveva più riabbracciato.

Seduta alla macchina da cucire, mentre con il piede faceva ondulare il pedale, con la mano sinistra trascinava il tessuto all’indietro sotto l’ago, tra tanti fili che penzolavano. Con il capo inclinato sui punti lunghi delle imbastiture raccontava di principesse asburgiche e di imperatori, di Sissi e di Francesco Giuseppe, degli sfarzi e dei valzer di Strauss che accompagnavano i balli al castello di Schönbrunn.

Seduta di fianco a frau Elisabeth, con gli occhi fissi al televisore appeso alla parete, la Gianna, un’anziana signora dai capelli rossicci; si sentiva importante come se si fosse conquistata una poltrona di velluto rosso alla Scala. Per tutto il giorno aveva presidiato i bagni pubblici, nel lato più nascosto dell’imbarcadero, stando seduta su di una seggiola di vimini esposta al sole. Svolgeva il suo compito, umile, con grande dignità come se fosse investita di un’enorme responsabilità; questo suo atteggiamento la rendeva nobile agli occhi di tutti. Di tanto in tanto si crucciava per le bravate del figlio, il Nandino, un po’ scapestrato…

Alla fine della giornata ritirava la sua sedia e si spostava dall’altro lato dell’imbarcadero, dove al bar, finalmente, si godeva la sua piccola porzione di vita mondana e come tutti i “cristiani” seguiva con passione i gialli di Perry Mason e del Tenente Scheridan, gli sceneggiati “David Copperfield” e “Il caso Mauritius” e intanto commentava: «Alberto Lupo… che bella voce pastosa!»

Mentre qualche bambino si era addormentato in braccio alla mamma, frau Elisabeth accendeva l’ennesima Nazionale, distinta nel suo abitino blu con i pois bianchi, il collettino candido di piquet.

Mano a mano che le trasmissioni volgevano al termine, la sala si riempiva di fumo, qualcuno cominciava a sbadigliare, le poltroncine ad una ad una restavano vuote. Il proprietario del bar, il sciur Caligara, spegneva le luci. L’ultimo a lasciare il locale un po’ traballante per qualche bicchierino di troppo, il sciur Luis, il portiere dell’antico e discreto hotel Suisse, anch’esso affacciato sulla piazza con la sua caratteristica veranda profumata di glicine.

Mentre la figurina esile della signora Elisabeth si muoveva sotto i bagliori gialli dei lampioni verso le stradine che risalgono il paese, gli ospiti di Madame Elsa varcavano il cancello dalle lunghe lance con le punte dorate del Grand Hotel Bellevue. Camminavano fra aiuole bordate da begonie e petunie, in quella porzione di mondo esclusivo e glamour così estraneo e lontano dalla vita della piazza e silenziosamente sparivano sotto il berceau dalle bacche rosse…

Restava a girovagare per la piazza il Mario, che seguiva i suoi pensieri strani dando calci alle lattine vuote. Fendendo il silenzio della notte gridava: «Quelle che studiano, quelle sì che sono da ricoverare!» Nell’aria restava sospeso un senso di inquietudine.

Mentre quelle sagome scure sparivano nel buio, la piazza dell’imbarcadero restava deserta. Insieme alle stelle e a uno spicchio di luna, restavano le luci che disegnavano il profilo del lago, quelle sparse sulle montagne, quelle dei lampioni del lungolago.

Per ultimo, a notte fonda, dal cancello del grande albergo usciva in bicicletta il signor Adami, il vecchio proprietario, sobrio nell’aspetto e austero nel suo abito di grisaglia grigio. Come l’hotel sembrava portare sulle spalle la storia gloriosa di quel suo regno esclusivo, ma insieme anche la sua lenta ma inesorabile decadenza.

I pullman che cominciavano a sostare nella piazza riversando fiumane di gitanti, la nuova moda della seconda casa al lago, il turismo dei campeggi o del mordi e fuggi cominciavano a modificare la fisionomia della piazza dell’imbarcadero, del lungolago, del paese.

Tutte le immagini riaffiorate alla mia memoria erano le ultime di un’epoca che stava morendo insieme al Grand Hotel Bellevue, che presto sarebbe stato abbattuto per far posto a un nuovo grande albergo che ha divorato il parco, le piante secolari, i bersò di piracanta dalle bacche rosse, i vialetti ghiaiosi che tra aiuole fiorite accompagnavano gli ospiti al trampolino rosso, ai tennis, alle altalene. Dal cancello con le lance dalle punte dorate non sarebbero più sfilati i signori in smocking e le signore in abito da sera. Il turismo d’élite, raffinato e glamour che aveva reso Baveno la “perla” del lago Maggiore dalla fine dell’Ottocento, quando la villa Branca ospitò la regina Vittoria, è stato divorato dal turismo di massa devastante per il paesaggio e per la sua armonia. Baveno non sarebbe stata più se stessa… La piazza dell’imbarcadero perdeva la sua umanità fatta di personaggi come la Gianna e frau Elisabet, il Pedroncelli, il Mario, il sciur Peppino. Da allora non si ripetono più i riti dei pescatori, dei barcaioli, della gente semplice che si entusiasma con poco, anche solo del silenzio e dello spettacolo straordinario del suo lago. Da allora si sono persi insieme due mondi così diversi e distanti fra loro, quello glamour ed esclusivo di un’élite rinchiusa in un castello fatato e quello così umanamente ricco e autentico di un piccolo paese di lago. Ma entrambe le realtà sapevano illuminarsi reciprocamente del fascino della diversità.


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