CON IL VAPORE UN SUGGESTIVO RITORNO NEL PASSATO

Per chi come me è nato all’isola Pescatori o molto più comunemente in una qualunque cittadina del lago Maggiore, la barca e il battello vivono in quel paesaggio interiore intimo e remoto, a cui si sono ancorate da sempre tutte le esperienze di vita. Fanno parte inscindibile dell’immagine serena del lago, con i suoi estesi silenzi, le sue brume autunnali, i riflessi sull’acqua delle montagne che assecondano i colori delle diverse stagioni. I pensieri si adeguano ai gesti lenti e ai lunghi silenzi dei pescatori, al fruscio dei remi che fendono l’acqua senza intimorire lucci, persici, cavedani che, aggirandosi sul fondale, escono dall’immobilità con piccoli colpi di coda per catturare trollini e alborelle luccicanti a fior d’acqua. Minuscoli galleggianti colorati avvertono il pescatore della presenza della preda con ondine circolari che si allargano all’infinito.

Con queste suggestioni si diventa grandi, con questi umori si convive per tutta la vita, anche quando questa ti porta lontano. È una dimensione dell’anima che accompagna sempre dalla nascita alla vecchiaia.

Fino agli anni sessanta del secolo scorso sul lago Maggiore generazioni di studenti hanno viaggiato all’alba per raggiungere le scuole superiori, privilegio delle cittadine più popolose come Intra e Pallanza.

Dall’età di undici anni, già alle sette del mattino, ancora notte fonda d’inverno, gli studenti attraversavano la passerella traballante che univa la terra e il lago, definito solo dalle lucine della sponda lombarda e delle isole Borromeo. Nei giorni di nebbia dall’imbarcadero partiva il suono lamentoso di un corno che guidava il manovratore del battello e la mano dell’addetto al lancio della fune che si avvinghiava ai pali d’attracco.

Seduti a prua del battello per sentire sul viso l’ebbrezza del vento, si aveva di fronte il sole che si affacciava lentamente dal profilo bluastro e ondulato delle montagne della sponda lombarda. Lo si vedeva infuocato dietro Laveno mentre una scia luminosa tagliava il blu cupo del lago e l’isola Madre era incorniciata da un alone di luce abbagliante.

Nei giorni di pioggia e vento si giocava a sfidare gli spruzzi delle onde che invadevano la prua del battello.

Iniziava un’avventura, in cui i ragazzi commentavano tra loro le partite di calcio, le ragazze condividevano i loro amori fugaci insieme all’ansia dei compiti in classe e delle interrogazioni; tutti, maschi e femmine, inseguivano insieme piccoli e grandi progetti. La parte più intima del battello a cui si accedeva scendendo i gradini di una scaletta aveva l’aspetto di un grande salotto dove si intrecciavano i discorsi da una parte all’altra delle fiancate. La facilità di comunicare tutti insieme non sarebbe più stata la stessa, qualche anno dopo, seduti a due a due sulle corriere, più funzionali, ma certamente più anonime e meno affascinanti.

I battelli, di varie dimensioni, dal piccolo “Cigno” al grande e moderno “Italia” a più piani, avevano per la fantasia dei giovani studenti lo stesso fascino delle navi che, varcando i mari e persino gli oceani, come i sogni portano verso l’altrove.

Talvolta si viaggiava su vecchi battelli a ruota come il “Piemonte”. Su questo gigante strano un rumore assordante proveniva dalle eliche che ruotavano sull’acqua. Aveva in sé l’immagine di un battello di altri tempi, che incuriosiva sicuramente i giovani viaggiatori, ma non tanto da porsi troppe domande sulla sua storia.

Oggi sappiamo che duecento anni fa, precisamente nel febbraio 1826, incominciò a viaggiare sul lago Maggiore il primo battello a ruote, il “Verbano”, con la sua nuvola di fumo e il suo rumore assordante prodotto da un propulsore a vapore costruito in Inghilterra, là dove era nata la rivoluzione industriale.

Fino alla comparsa del battello lo scenario del lago era quello creato dalla natura e dagli interventi dei suoi abitanti, pescatori, boscaioli, barcaioli, commercianti, che poco alteravano la sua immagine, fatta di boschi, rocce delle montagne, barche lente e silenziose.

I paesi allineati lungo la costa ed estesi immediatamente dietro la riva sassosa con file di barche in secca, erano attraversati da diligenze postali, carrozze dei pochi notabili, carretti tirati da umili paesani o da muli. Questi sfilavano sull’unica strada polverosa tracciata tra la prima fila di case allineate e affacciate sul lago e le montagne retrostanti.

Il paesaggio, con i suoi silenzi racchiusi fra i monti e le colline delle due sponde, quella austriaca e quella sabauda, con il vapore iniziava a mostrare i segni del progresso tecnologico già iniziato sulla terraferma con la nascita di numerosi opifici, qundo Intra era il primo polo industriale italiano.

Il battello, su cui sventolava a poppa la bandiera con gli stemmi del Canton Ticino, di casa d’Austria con l’aquila bicipite e di casa Savoia diventò un nuovo elemento del paesaggio.

“Il Corriere svizzero” del 17 febbraio 1826 racconta con quale patecipazione emotiva gli abitanti del lago attendessero l’arrivo del “Verbano”, il primo ballello che in sei ore di viaggio da Sesto Calende raggiungeva la cittadina svizzera di Magadino, dove si sarebbe svolta l’inaugurazione:

“Una folla di persone sia nazionali che forestiere, erasi raccolta già da qualche ora nell’apposito cantiere e sulla spiaggia, e formava ala dai due lati. Alcuni, arrampicatisi persino sugli alberi circostanti, ed altri diportandosi qua e là sui loro navicelli, affrettavano coi gesti e con lieti gridi il sospirato momento. Adorno di festoni d’alloro e di mirto, svelto e elegante di forme, ergevasi nel mezzo del recinto il Verbano, e faceva di sé bella mostra. Agitata da una brezza leggera sventolava da poppa la bandiera della repubblica Ticinese, ed empiea d’insolito gaudio i cuori dei nostri concittadini, i quali nel nuovo metodo di navigazione scorgevano gli immensi vantaggi che ne sarebbero venuti al commercio interno di questi paesi. A manca del Battello, sotto un ampio padiglione, sedevano le nostre autorità civili, militari ed ecclesiastiche, e poco discosto la banda nazionale giva modulando a brevi intervalli lieti concerti. Ogni cosa concorreva insomma a rendere compiuto lo spettacolo: e una leggiadra schiera di donne e donzelle, e quell’ansiosa moltitudine che prorompeva da tutte parti, e il lontano fragore de’ mortaretti, e il Sole che splendidissimo piegava all’occaso, induceva negli animi una certa sensazione, che indarno si vorrebbe ritrarre…”

Come racconta la stessa cronaca, per il territorio italo-svizzero si aprivano nuovi orizzonti, mentre la modernità e la funzionalità dei servizi offerti sul battello potevano anticipare confort abituali ai nostri giorni. L’articolo si conclude con una gustosa filastrocca in dialetto ticinese:

“Sul lago Maggiore e formaggi e legnami e carboni e manifatture di più sorta e bestiame discendono dalla Svizzera all’Italia, e salgono a migliaia le moggia di grano, riso, grano turco, e le brente di vino, i quintali di generi delle colonie e più altri. Tale navigazione è tanto più importante, che dal Verbano calando verso il mezzodi si naviga sul Ticino, e se vuolsi sul naviglio Maggiore, e dal Ticino sul Po, e da questi sull’Adriatico. Anche la via di Genova per la Svizzera e per la Superiore Germania mette capo al Verbano (…) Nulla si trascurò onde fornirlo di tutto l’occorrente; cosicché il viaggiatore troverà di che cibarsi a convenienti prezzi fissi dal trattore, e caffettiere appositamente stabilitovi; avrà anche con che ingannare il tempo nella lettura di varj giornali, o con qualche partita di giuoco, essendovi apprestati i necessarj mezzi…

In sta barca ghè poeu dent / Tutti i comod per la gent. / El ghè di sal, di gabinet, / Ghè fin dent di stanz de let, / Ghè ostarii, mercant de vin / Per quii che voeur fa un merendin, / E chi voeur poeu bevel tè / Ghè fin la sala del caffè, / Pienna de spec e lavorin / E tant’olter mobel fin / In fin ghè denter là / Quel che se pò desiderà”. 1)

I passeggeri del “Verbano” erano “signori col tubino, signore con la cappottina” che affollavano “la coperta di prima classe (a poppa) e di seconda classe (a prua) sotto la fresca tenda zebrata di bianco e azzurro”

I viaggiatori, scesi dal battello a Magadino, scalo termine, trovavano carrozze e carri che percorrevano le strade aperte dal “governo dei Landamani” che si collegavano con le carrozzabili del S. Gottardo e del San Bernardino, costruite pochi anni prima.

Una più dettagliata decrizione dello scalo termine di Magadino è resa dallo scrittore francese Stendhal, che raggiunse il lago Maggiore, provenendo da Milano, alla fine del suo viaggio in Italia avvenuto nel 1828:

“Se si vuole vedere il lago, verso le dieci ci si fa condurre al battello che ha nome Verbano. […] Il battello vi porta, per l’ora del riposo, ad Arona […] Il giorno dopo alle isole Borromeo. […] Al ritorno il battello rientra a Magadino. (…) Sulla riva 7 o 8 carrozzelle si contendono l’onore di condurvi a Bellinzona. Là ci si mette d’accordo con il corriere che vi procura un cavallo che vi costa 2 o 3 soldi in più della diligenza e vi fa risparmiare il postiglione…” 2)

A quella popolazione semplice, chiusa da sempre nei propri ristretti confini, il vapore apriva improvvisamente nuovi e più ampi orizzonti. Da un giorno all’altro modificava le secolari abitudini di uomini e donne, che per la prima volta condividevano numerosi l’esperienza del viaggio, proprio come sarebbe stato per gli studenti duecento anni dopo. Il battello, oltre a merci e mercanzie, poteva contenere fino a quattrocento persone!

Da sempre ci si era affidati alla lentezza e alla precarietà di piccole imbarcazioni a remi o raramente a vela, più veloci, ma pur sempre soggette alla mutevolezza dei venti che, gonfiando improvvisamente le acque del lago, rendevano gli attraversamenti oltremodo pericolosi.

Vent’anni dopo l’inaugurazione del “Verbano”, Stefano Stampa racconta di una visita di sua madre e del patrigno Alessandro Manzoni ai coniugi Arconati come loro esuli sulla sponda piemontese del lago Maggiore. Dopo un tentativo rivelatosi pericoloso di accompagnarli col suo schooner (goletta), Stefano opta per il viaggio in battello:

“…E per fare un viaggio comodo e riparato mamma si decise a montare sul vapore, che per lei era una novità, e se non fosse un po’ di freddo che sentì da Stresa a Pallanza in grazia dell’inverna forte che c’era, avrebbe fatto un amenissimo viaggio. Però non ne sofferse…”3)

La barca però, continuò ad avere un ruolo essenziale fino alla costruzione degli imbarcaderi che avvenne gradualmente a partire da quelli di Cannobio e di Intra, entrambi costruiti nel 1848. I battelli infatti potevano viaggiare solo dove i fondali del lago erano sufficientemente profondi, quindi i viaggiatori e le merci dovevano essere traghettati a riva con apposite imbarcazioni, la “piccola lancia” e la “gondola”.

La nobile Margherita Provana di Collegno ne offre una colorita testimonianza nel suo diario giornaliero in cui annota come i suoi familiari da Pallanza avessero raggiunto con la barca Baveno, sulla sponda opposta del lago:

“1° Settembre ‘53. Oggi verso le dieci ore si incominciò a dirigere il cannocchiale verso Pallanza per scoprire se si vedesse staccarsi dal vapore di Magadino una barchetta che venisse verso Baveno. Per qualche tempo non si vide nulla e quando appunto si perdeva la speranza, ecco la voce di Gian Martino che viene attraverso l’acqua e che gridava: -Ecco la zia!”4)

Le corse dei battelli sul lago rendono il paesaggio più ameno, quasi ad alleviare le ansie e le paure vissute dagli esuli rifugiati sulla sponda piemontese nel periodo che precede l’unità d’Italia.

Giulio Carcano, scrittore e patriota, anch’egli esule dopo i moti milanesi del 1848, è ospite a Belgirate nella villa di Ruggiero Bonghi, da dove descrive nel 1858 alla contessa Clarina Maffei l’immagine rassicurante del lago e l’atmosfera gioiosa e di normalità nonostante la guerra in atto:

“…Questa parte del lago non può essere più bella; la stagione fresca, amena, invitante; battelli a vapore che vanno e vengono quasi ad ogni ora, e le domeniche, corse di piacere di viaggiatori venuti da Genova e Torino, fino in capo al lago, per dodici franchi, andata e ritorno.”5)

Il lago Maggiore, con le sue due sponde contrapposte lombarda e piemontese, fu teatro di battaglia durante il Risorgimento, quando i battelli furono trasformati in strumenti di guerra.

Nell’estate 1848 Garibaldi e Radetzky si batterono con i loro vapori nelle acque tra Cannero e Luino.

Con due nuovi battelli costruiti in ferro anzicché in legno, il “S. Carlo“ e il secondo “Verbano” (che sostituì il primo distrutto da un incendio) furono formati due lunghi convogli con al traino ciascuno quattro o cinque barconi carichi di soldati, viveri, materiali, sessanta cavalli e due piccoli cannoni. La battaglia tra Garibaldi e il generale Radetzky, che si consumò in pochi giorni, ebbe esito negativo per i Garibaldini e i due battelli, rifugiatisi a Locarno, dovettero cedere le armi alle autorità locali e ritornare ad Arona dove ripresero il normale servizio passeggeri.

Circa dieci anni dopo, tra l’8 e il 23 maggio 1859, i piroscafi armati austriaci, “Radetzky”, “Benedek”, “Taxis” lasciarono la base navale imperiale di Laveno per puntare i loro cannoni contro Fondotoce, Arona, Pallanza, Intra. I borghi della sponda piemontese vennero tenuti sotto scacco per ottenere cavalli, carri, derrate, travi, barconi da trasporto da agganciare ai vapori. Nel frattempo gli Austriaci avevano costituito un governo provvisorio per la provincia di Novara, mentre Arona fu aggregata alla provincia di Milano, sotto la giurisdizione austriaca.

Alla fine di maggio Garibaldi, con i Cacciatori delle Alpi, occupava Arona costringendo gli Austriaci ad abbandonare le postazioni sul lago. Sfondato il Ticino, con la liberazione di Varese, Garibaldi creò le premesse per la vittoria degli eserciti sabaudo e francese su quello austriaco, un determinante passo avanti verso l’unità d’Italia.

Questi momenti storici fanno da sfondo a “Piccolo mondo antico” scritto da Antonio Fogazzaro nel 1890.

Nelle ultime pagine del romanzo il battello “San Bernardino” conduce Luisa, la protagista femminile, e il vecchio zio Piero, all’isola Bella. Con loro viaggiano “militari richiamati alle bandiere perlopiù bersaglieri”. Anche Franco, il protagonista maschile, raggiuge da Arona l’isola Bella con un altro battello, il “San Gottardo”.

In questa fase del romanzo anche il vapore assume il ruolo di protagonista, quando accompagna le speranze dei giovani che guardano con fiducia alla liberazione della Lombardia. Intanto la storia amara di Franco e Luisa convive con quella dell’Italia tra passato e futuro, quando “I tamburi di Pallanza rullavano la fine di un mondo, l’avvento di un altro.”6)

Dopo l’unità d’Italia, nel giugno 1862, dalla sponda lombarda Garibaldi raggiunse con un vapore villa “La Sabbioncella”, ospite di Laura Solera Mantegazza, la nobile benefattrice e amica che negli scontri navali del 1848 aveva raggiunto con dei barconi, soccorso e quindi curato nella sua casa i feriti nella battaglia di Luino, sia garibaldini sia austriaci.

Mentre nella villa affacciata sul lago il Generale riceveva le delegazioni di Germignaga e Maccagno, borghi della sponda lombarda, da alcuni barconi appostati di fronte alla “Sabbioncella” risuonava un gioioso concerto organizzato in suo onore. 7)

I battelli a vapore viaggeranno sul lago Maggiore fino a dopo la seconda guerra mondiale, quando vennero utilizzati i più piccoli ed efficienti motori diesel. Piroscafi a gasolio ancora funzionanti sopravvivono ancor oggi a scopo turistico.

Il vapore a pale “Piemonte”, costruito nel 1904 e ristrutturato nel 2003 mantenendo gli originali interni in legno, è l’imbarcazione di più vecchia data della attuale flotta della Navigazione Lago Maggiore, utilizzato per suggestive crociere nei fine settimana della bella stagione. Nel prossimo mese di luglio, nei giorni 11 e 12, tornerà ad essere protagonista, insieme ad un autentico treno a vapore, in occasione di “Stresa Liberty”, un evento che consentirà di vivere un suggestivo ritorno nel passato.

1) “In questa barca ci possono essere tutte le comodità per la gente. Ci sono sale, gabinetti, c’è persino la camera da letto, ci sono osti, mercanti di vino, per chi vuole fare uno spuntino, e chi vuole può bere del tè, c’è persino la sala del caffè, piena di specchi e decorazioni, e tanti altri arredi eleganti: infine c’è tutto quello che si può desiderare.”

2) Alexandre Dumas, “Viaggio Italiano 1828”, Istituto Geografico De Agostini, No, 1961, pp. 26-27.

3) Stefano Stampa, “Dal Carteggio inedito di Don Stefano”, Istituto Editoriale Cisalpino, 1939.

4)“Il diario politico di Margherita Provana di Collegno-1852/’56”, a cura di Aldobrandino Malvezzi, Hoepli, 1926, p. 120.

5) Giulio Carcano “Opere complete”-“Epistolario”, vol. X, Milano, L. F. Cogliati, 1896.

6) Antonio Fogazzaro, “Piccolo Mondo Antico”, Biblioteca Universale Rizzoli, 1964, pp. 418- 437.

7) Rivista “Il lago Maggiore”, 7 giugno 1862.


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