CHE FINE HANNO FATTO GLI AGRICOLTORI ITALIANI?

Cosa è cambiato dopo le proteste

Tutto è cominciato in Germania  quando il governo Scholz, per colmare un buco di bilancio di parecchi miliardi di euro, decide una serie di tagli in più settori, tra questi anche il sussidio al carburante agricolo.
Una scelta che non piace affatto agli agricoltori. Migliaia di piccoli imprenditori agricoli organizzano blocchi stradali e cortei in molte città e i trattori, usati per marciare e bloccare il traffico, diventano immediatamente il simbolo della protesta. Nonostante una parziale retromarcia del governo tedesco, la protesta non solo continua, ma si allarga. Cortei di trattori vengono organizzati in Belgio, Grecia, Polonia, Romania e soprattutto in Francia dove sono stati decisamente più partecipi rendendo difficile la circolazione in larghe aree del Paese fino a bloccarla per giorni.

Le richieste sono varie, ma su tutte prevale un tema che vede un’opposizione unanime: l’European Green Deal, ovvero l’insieme di misure climatiche e ambientali adottate dall’Unione Europea.
Negli ultimi 15 anni più di cinque milioni di aziende agricole in Europa hanno chiuso i battenti. In Italia, nello stesso arco temporale, più del 50%. A soffrire di più le piccole e piccolissime: oltre 3500 aziende solo nell’ultimo biennio non ce l’hanno fatta.

Cosa chiedono gli agricoltori?
Questo elenco può aiutare ad avere un quadro globale sulle loro richieste:

  • Stop a qualunque aumento del gasolio per uso agricolo.
  • Moratoria sui debiti e rimborso delle multe pagate per le quote latte.
  • No alla concorrenza sleale e Sì all’applicazione del principio di reciprocità, vietando l’importazione di prodotti provenienti da Paesi terzi che non rispettano le stesse regole dell’UE in materia di sicurezza alimentare,  biodiversità, tutela del lavoro e benessere degli animali.
  • Contenimento della fauna selvatica, che danneggia le coltivazioni, e contrasto alla diffusione di cibi sintetici.
  • Osservare un regime fiscale adeguato al mondo agricolo che permetta di svolgere questo lavoro con dignità.
  • Eliminare dalle Politiche Agricole Comunitarie (PAC) la normativa relativa alla rotazione obbligatoria e alla destinazione non produttiva dei terreni.
  • Sospendere le sanzioni e, contemporaneamente, realizzare una semplificazione amministrativa per tutte le aziende: piccole, medie e grandi.
  • Sospendere le proposte sul ripristino della natura, sulle emissioni industriali e sulla direttiva Nitrati.
  • Rivedere la proposta sugli imballaggi e rifiuti da imballaggi, in base alle specificità dei prodotti alimentari.
  • Inserire grano e semi di girasole nella lista dei prodotti sensibili prevista nella proposta di regolamento
  • Prorogare la sospensione dei dazi sulle importazioni agroalimentari dall’Ucraina.

La rivendicazione comune a tutti è quella sul prezzo del gasolio. La riduzione di alcuni sussidi compreso quello sul carburante ad uso agricolo, infatti, aggrava le condizioni delle imprese, soprattutto le piccole, che non riescono a vedere la fine di questa crisi che dura ormai da troppi anni.

I “NO” degli agricoltori
C’è poi il grande capitolo delle politiche ambientali. Il piano di transizione ecologica per l’agricoltura (Farm to Fork) concordato dai governi europei, prevede che il 4% dei terreni sia lasciato a riposo per favorire la rigenerazione naturale dei nutrienti. Ma, nonostante la decisione di dare sussidi ai proprietari che rispettano questa norma, gli agricoltori la contestano comunque perché non la ritengono una soluzione.
Il loro slogan è: “NO a contributi per non coltivare”.
Anche gli ex allevatori, costretti a riciclarsi agricoltori per la crisi del mercato lattiero-caseario e della carne, dicono “NO” a questa misura che li obbligherebbe a riconvertire i loro campi in prati permanenti. La misura era stata pensata per promuovere la biodiversità e rimuovere il carbonio dai terreni agricoli. Ovviamente gli interessati si oppongono, ritenendo di andare incontro a nuove perdite economiche qualora questa misura fosse applicata. Per il momento la commissione l’ha congelata.
Un altro “NO” è sulla decisione di destinare all’agricoltura biologica almeno il 25% dei terreni coltivati e di ridurre l’uso di pesticidi. Alcuni vedono in questo rifiuto una vera e propria contrapposizione tra agricoltori ed ecologisti, ma gli agricoltori intervistati su questo punto rivendicano il loro ruolo di “primi ecologisti”. Dal loro punto di vista, se un’azienda chiude i battenti, quell’area smette di essere curata e tutti sanno che l’abbandono dei territori non porta a nulla di buono.
Un’altra importante rivendicazione è legata alla concorrenza sleale dovuta ai prodotti non comunitari. La protesta si concentra essenzialmente sul trattato UE-Mercosur. Il Mercato Comune del Sud America(Mercado Comun del Sur – MERCOSUR), è un’iniziativa nata nella seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso con l’obiettivo di creare un’area di libero scambio tra Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e Venezuela. In tempi successivi si sono associati la Bolivia, il Cile, il Perù, la Colombia e l’Equador. Lo scopo era duplice: assicurare una libera competizione fra i sistemi economici dei Paesi membri e passare dall’Unione doganale all’Unione monetaria, attraverso un processo analogo a quello dell’Europa. Nel giugno 2019, dopo oltre vent’anni di negoziati, è stato finalmente concluso un accordo di libero scambio tra il Mercosur e l’UE, che prevede un abbassamento dei dazi doganali per favorire la circolazione di beni e merci tra le due aree. A questo punto per gli agricoltori si rende necessaria e urgente l’attuazione del principio di reciprocità nelle importazioni e i relativi controlli. Gli alimenti che entrano nel mercato europeo da Paesi terzi devono rispettare le regole dell’Unione in materia di sicurezza alimentare,  biodiversità, tutela del lavoro e del benessere degli animali.

Cosa succede in Italia
La  peculiarità italiana rispetto a quanto accade nelle altre nazioni europee è che, nonostante la larga visibilità mediatica data alla protesta, da noi è stata piuttosto contenuta. Perché?
Forse perché è mancato l’appoggio delle principali confederazioni agricole che, al contrario, è stato molto forte all’estero dove le organizzazioni di categoria erano sempre presenti al fianco dei coltivatori.
Nel nostro Paese i cortei di trattori sono stati in larga parte spontanei, sull’onda delle proteste europee. Le maggiori organizzazioni di categoria: CIA, Confagricoltura e Coldiretti sono state critiche verso le manifestazioni. È normale, quindi, la forte reazione dei manifestanti verso le associazioni di categoria, considerate troppo timide, vedi le bandiere di Coldiretti bruciate a Roma, anche se Coldiretti, nonostante la mancata partecipazione ai cortei, appoggia molte delle rivendicazioni degli agricoltori e si oppone ad alcune politiche europee come il divieto delle insalate in busta o il Nutri-score: un sistema a punteggio sviluppato in Francia, applicando il quale alcune eccellenze agroalimentari made in Italy vengono escluse.

Cosa hanno veramente ottenuto gli agricoltori?
Una delle prime parziali vittorie che il movimento dei trattori ha portato a casa è stata la sospensione per un anno dell’obbligo di lasciare a riposo il 4% dei terreni, nonostante fosse una delle poche misure di buon senso. Per i redditi agrari e dominicali, poi, arriva l’esenzione Irpef ma solo fino a diecimila euro, soglia di reddito che escluderà molti imprenditori agricoli. D’altronde il provvedimento, nelle intenzioni del governo, vuole essere un intervento di sostegno agli agricoltori più deboli e non per tutti com’è stato finora.Sicuramente il grande escluso durante le proteste di quei giorni è stato il meccanismo di distribuzione dei fondi della PAC. È il più grande capitolo di spesa dell’Unione i cui fondi vengono distribuiti sul criterio dell’estensione: più terre, più soldi. Non serve dire che questo meccanismo di distribuzione agevola le grandi aziende danneggiando, di fatto, i piccoli imprenditori. La proposta di spostare il criterio da quello basato sulla proprietà a quello che sostiene la qualità del lavoro è stata fatta durante l’ultima revisione della PAC ma, purtroppo, non è passata. Su una migliore distribuzione dei fondi si deve lavorare ancora cercando di risolverla in tempi brevi perché sono molte le cose che, sommate, possono fare la differenza e avvicinare la fine della crisi del settore agricolo italiano.
Alla luce di questi fatti, la risposta alla domanda iniziale: cosa hanno ottenuto gli agricoltori, è semplice: molto poco, di fatto quasi nulla.

Criticità
La protesta degli agricoltori evidenzia un crollo dei redditi soprattutto dei piccoli imprenditori verso cui la politica europea e nazionale finora ha mostrato scarso interesse e questo non va bene soprattutto se pensiamo che i temi in ballo sono importanti non solo per le politiche europee e l’economia agraria, ma anche per l’agronomia, l’agroalimentare e l’ambiente.

Una delle maggiori criticità è la mancanza di regole certe nella catena alimentare dovuto al grande potere di trattativa della grande distribuzione organizzata (GDO) e dei grandi gruppi agroalimentari che decidono i prezzi dei prodotti, causando sempre più spesso la morte delle piccole imprese agricole.

Poi, come abbiamo visto, c’è l’assenza di reciprocità sui requisiti delle produzioni dei Paesi extraeuropei. Questo rende impossibile per i produttori comunitari sostenere la concorrenza di Paesi dove non ci sono norme equiparabili, che sfruttano il suolo come fa il Brasile che continua a disboscare aree di foresta amazzonica per aumentare la coltivazione della soia. La Missione Suolo della Unione Europea ritiene insostenibile questo continuo aumento dell’esportazione al di fuori dei confini europei, però non sono ancora stati emanati regolamenti sulle importazioni da Paesi che non hanno gli standard europei, non solo per i livelli qualitativi merceologici, ma anche per quelli ambientali.

Un’altra criticità viene sottolineata soprattutto dagli agricoltori con aziende di piccole e medie dimensioniil 10% degli agricoltori più ricchi riceve il 50% dei fondi, mentre il 10% più povero appena il 6% dei contributi europei. Tradotto vuol dire che i contributi europei vanno alle grandi aziende, che, tra l’altro, sono le maggiori responsabili delle ricadute ambientali negative dell’agricoltura, mentre alle piccole che, al contrario, producono molte ricadute positive, vanno solo le briciole. Le ricadute positive (esternalità positive) sono gli effetti benefici, non ricompensati, che ricadono su uno o più soggetti grazie allo svolgimento di un’attività. Quelle negative (esternalità negative), sono i danni a terzi procurati da un soggetto nel corso della propria attività senza alcuna compensazione (tabella1). Quello delle ricadute (esternalità) è ancora un capitolo aperto. Il riconoscimento e la stima delle esternalità agricole rappresentano elementi importanti da tenere presente. È un’operazione difficile a causa della complessità delle relazioni che intercorrono tra le varie componenti ambientali e le numerose chiavi di lettura (economica, politica, sociale, ambientale, ecc.). Identificare e quantificare degli indicatori di qualità ambientale come l’intensità di coltivazione, di allevamento del bestiame, ecc. per poi aggregarli in un parametro unico che permetta di ottenere una visione d’insieme utile a determinare il valore sociale delle ricadute positive oppure negative, è necessario e non rinviabile.

RICADUTE PER L’AMBIENTE
Ricadute positive in agricolturaRicadute negative in agricoltura
Difesa dall’erosione del suoloIncremento dell’erosione di suolo
Mantenimento dell’equilibrio idrogeologicoAlterazione dell’equilibrio idrogeologico
Prevenzione incendi boschiviAumento del rischio incendi
Mantenimento della biodiversitàRiduzione della biodiversità
Riciclo residui di produzioneContaminazione del suolo
Mantenimento dell’equilibrio organico/minerale del suoloPerdita dell’equilibrio organico/minerale del suolo
Mantenimento dell’equilibrio biotico delle aree limitrofeInfestazioni di malerbe e fitopatogeni
Mantenimento dell’equilibrio climaticoAlterazioni del micro e macro clima
Produzione di biomassaConsumo energetico elevato
RICADUTE PER IL TERRITORIO
Manutenzione del paesaggio ruraleAlterazione del paesaggio e perdita di valore culturale
Contributo allo sviluppo rurale sostenibileOstacolo allo sviluppo sostenibile
Controllo del territorioPerdita di controllo del territorio
Manutenzione delle strade minoriDegrado delle strade minori
Manutenzione dei sistemi idraulico-agrariDeterioramento dei sistemi idraulico-agrari
RICADUTE ECONOMICHE E SOCIALI
Incremento della domanda turisticaRiduzione dell’attrattività turistica
Contributo al mantenimento dell’identità culturale e all’economia del territorioPeggioramento del tessuto economico locale

Tabella 1: principali ricadute per l’ambiente, il territorio e socio-economiche

Si potrebbe quindi pensare di erogare i finanziamenti non più in funzione della superficie coltivata, ma in relazione al lavoro degli agricoltori sul territorio, soprattutto i più giovani e quelli delle aree svantaggiate.

Una criticità molto simile alla precedente riguarda lo sviluppo dell’innovazione in agricoltura. Le stime indicano che i benefici delle innovazioni finanziate dalla UE, come ad es. l’agricoltura di precisione che produce miglioramenti produttivi ed ambientali enormi, vanno solo al 5% degli agricoltori europei: quelli con aziende grandi e mezzi finanziari per metterle in pratica. Anche altre forme di agricoltura innovativa, quali quella conservativa e rigenerativa e la coltura integrata, hanno bisogno di importanti investimenti, non solo economici, ma anche culturali. Ma è molto difficile per agricoltori con poche disponibilità economiche, e ancor meno di tempo da dedicare alla formazione e all’aggiornamento, fare questi cambiamenti. L’innovazione non è per tutti, almeno nel nostro Paese.

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