LA STORIA DI AFRIN

IL CIELO SOPRA TORINO

E’ una calda giornata di luglio e la mia amica Vanda organizza l’incontro al caffè dell’Università in via Po davanti a bibite ghiacciate.

In attesa che lei arrivasse vedo un giovane di bell’aspetto dai lineamenti decisi e con lo sguardo intelligente, lo chiamo per nome, è proprio lui, si avvicina ci presentiamo e ci sediamo al tavolino sul quale trova posto, tra le fresche bevande il quaderno degli appunti; anche Vanda nel frattempo ci raggiunge ed iniziamo l’intervista.

Il giovane afgano vuole subito precisare che non aveva mai raccontato la propria storia ed io gli sono particolarmente grata.

Mi chiamo Afrin, sono nato ad Jaghori in Afghanistan, sono il primo di quattro figli: due maschi e due femmine; mio padre aveva una piccolo appezzamento di terra che lavorava e mia madre era casalinga. Viviamo in una bassa casa di due sole stanze, pochi mobili, dormiamo per terra sopra delle copertine, cucina e bagno con intorno un cortile, a sei anni inizio a frequentare la scuola, che devo abbandonare alla fine della terza elementare.

Infatti a causa della guerra civile mio padre viene chiamato a combattere e cosi noi lasciamo il paese e ci rifugiamo in Iran a Esfahan dove mamma trova lavoro nei campi come raccoglitrice di frutta: pistacchi, noci, mandorle ed io, per aiutare la famiglia, nella fabbrica delle pietre dove imparo a tagliare il marmo.

Quando fratello e sorelle sono sufficientemente cresciuti decido di venire in Europa: è il Febbraio del 2006 e non ho ancora 17 anni.

Dopo aver pagato i trafficanti che consigliano di portarci dietro qualche scatoletta di tonno, biscotti acqua e altri generi alimentari per scorta, Inizia il viaggio in auto, più precisamente furgoni con pochi posti e scomodi dove ci raccontano bugie, per non scoraggiarci, sulla durata del percorso fino all’ultimo paese prima del confine con la Turchia. Dopo dodici ore arriviamo a Tabriz e pernottiamo in un capannone dove trovano posto circa cento persone, ma per motivi di sicurezza riprenderemo il percorso soltanto la sera del giorno seguente e questa volta a piedi in fila indiana per non perderci nel buio dei monti e così per quattro giorni: nascosti di giorno e in movimento di notte. Poi finalmente due camion, ma dove salgono i più veloci e restiamo in piedi fino a quando l’autista fa una manovra particolare e con uno strattone ci sediamo tutti insieme pressati gli uni agli altri quindi ci coprono con il telone e nessuno prova a ribellarsi perché comprometterebbe il viaggio di tutti infatti se mai qualcuno grida c’è chi armato di coltello lo mette a tacere.

Così incastrati, dopo sette lunghe ore, arriviamo a Van la prima città della Turchia. Qui troviamo riparo in capannoni, sempre più simili a stalle e lontani dal centro e soltanto dopo alcuni giorni riprendiamo il viaggio che si fa sempre più faticoso. Paghiamo venticinque lire turche per aver scarpe e abiti nuovi e per andare in città per i rifornimenti: le solite scatolette

Per raggiungere il pullman che ci avrebbe portati a Istanbul ci muoviamo a piedi sempre nel solito modo nascosti di giorno e in cammino di notte tra alberi fitti, cespugli senza poter vedere dove metterei piedi, facendo soltanto attenzione a non perdere la fila perché nessuno si ferma per cercarti e sarebbe la fine. Finalmente all’alba di un giorno, non so più quale, saliamo sul mezzo per Istanbul che raggiungiamo dopo oltre venti ore.

Questa è la destinazione stabilita con i trafficanti per il pagamento che effettua la famiglia dopo una telefonata di conferma da parte del parente sopravissuto: è la prima volta da quando sono partito che sento i miei cari.

A Istanbul vivo in una casa prigione e soltanto alla conferma dell’avvenuto pagamento ci accompagnano al confine con la Grecia e qui ci forniscono di un gommone, una pompa per gonfiarlo, quattro remi, una torcia,un telefonino per l’emergenza ed un coltellino.

Siamo in cinque e ci posizioniamo sull’imbarcazione come suggerito: due avanti due dietro a cavalcioni sul bordo con una gamba fuori e una dentro per evitare il capovolgimento e il quinto seduto al centro.

Non avevo mai visto il mare e all’inizio della traversata ero tranquillo anche se era una notte buia con la sola luce delle stelle, ma ad un certo punto le condizioni del mare cambiano ed arrivano onde alte da paura, con forza e fortuna riusciamo ad arrivare a terra, stremati. Scendiamo a pochi metri dalla riva e con il coltello distruggiamo il gommone perché diversamente ci avrebbero mandati indietro.

Bagnati e infreddoliti prima di andare al centro di Metilene ci riposiamo sulla spiaggia dietro cespugli tipici della macchia mediterranea e poi ci separiamo.

Io mi reco in città e vado in un supermercato, ma m all’uscita vengo preso e portato alla stazione di polizia dove incontro gli altri compagni di viaggio che hanno avuto la stessa sorte. Prendono i dati e le impronte digitali per poi trasportarci in un campo profughi: enormi capannoni che ospitano circa mille persone in attesa del permesso di soggiorno e qui sai quando entri ma non quando esci. I tempi di attesa variano da poche settimane ad un anno.

Straordinariamente dopo circa una decina di giorni arriva il permesso di soggiorno valido per sei mesi e lascio la struttura d’accoglienza, tuttavia i soldi sono finiti e devo fare qualcosa per guadagnare qualche soldo per poter mangiare.

Mi adatto a umili lavori fino a quando con i risparmi e mezzi di fortuna arrivo a Patrasso dove ci sono i traghetti per la tanto sognata Italia. Per poter scappare dalla Grecia però abbiamo una sola possibilità: legarci sotto i camion e così ho fatto.

Due camionisti accondiscendenti hanno accolto la richiesta a fronte di un buon prezzo di sei fuggitivi: tre per ciascun mezzo. Uno dei ragazzi del tir dietro il nostro cade e viene mozzato gli altri due rimasti coperti dal sangue del compagno subiscono un trauma tale da impazzire.

Sbarchiamo ad Ancona, ma non possiamo ancora scendere perché potrebbero vederci e così legati arriviamo a Senigallia. Trascorro alcuni giorni dormendo sulle panchine e in stazione per poi prendere un treno per Roma e poi Torino

Ad Aprile 2007, dopo oltre un anno sono all’ufficio minori stranieri, ma nel raccogliere i dati e le impronte digitali vedono che io avevo il permesso di soggiorno in Grecia e qui dovevo tornare con un foglio di via.

Non mi do per vinto e mi reco all’ufficio minori stranieri del comune e trovo personale che si adopera con professionalità e umanità e faccio ricorso all’unità di Dublino come richiedente asilo. Nel 2009 hanno risposto positivamente.

Dormo al Sermig (servizio missionario giovani) e mangio alla mensa del Cottolengo, soluzione provvisoria.

Incomincio a perdere le forze e la speranza, una vita sempre più difficile inizio a vagabondare senza meta fino a quando dormendo al parco del Valentino mi rubano le scarpe, disperato torno in comune dove attraverso un progetto mi prendono in carico. Seguo un loro percorso: una borsa di studio per sei mesi, ticket per le mense convenzionate e biglietti del tram. Mi impegno e dopo lo stage in azienda e un periodo di prova vengo assunto a tempo indeterminato e poiché sono ancora solo e non so dove andare faccio anche doppi turni.

Nel 2016 ottengo la tanto desiderata cittadinanza italiana e posso tornare in Afghanistan per sposare Zahira, la ragazza che avevo lasciato con la promessa, mantenuta, che sarei tornato. Riabbraccio anche i miei cari con una gioia ed emozione che conservo nel mio cuore ancora oggi a distanza di tempo. Di mio padre nessuno ha avuto notizie e pertanto è ritenuto morto.

Grazie al lavoro risparmio qualche soldo e ottengo anche il mutuo per l’acquisto di un appartamento di circa settanta metri quadri in un condominio con ascensore nel quartiere di Santa Rita. Ora non resta che farmi raggiungere da mia moglie.

Inoltro la domanda di coesione dopo aver prodotto i documenti necessari, ma tra vari intoppi trascorre un anno prima di congiungermi alla consorte.

Inizialmente Zahira è in difficoltà per la scarsa conoscenza della lingua, così anche lei frequenta un corso di alfabetizzazione e italiano, come fanno la maggior parte degli stranieri, si inserisce bene in città, e la presento ai dipendenti comunali a cui devo tanto.

Poi arriva il covid l’azienda interrompe la produzione e a casa dal lavoro e con pochi soldi incomincio ad aver difficoltà a pagare il mutuo.

E’ un brutto periodo tanto da rivolgermi al centro Fanon per un aiuto psicologico, così lentamente acquisto fiducia in me stesso e sopporto meglio le condizioni causate dalla pandemia.

Ora ho ripreso il mio lavoro e anche Zahira ha finalmente trovato un impiego dopo un corso di formazione.

Ho realizzato il mio sogno!


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