IL VIAGGIO (seconda puntata)

Roma, Ottobre 43. Due uomini decidono di intraprendere un viaggio per tornare al loro paese in Umbria. E’ tempo di guerra, gli alleati risalgono da sud, i tedeschi invadono da nord. Nasce la Repubblica di Salò, il viaggio presenta insidie.

SECONDA PUNTATA

Da piazza Venezia a piazza del Popolo

Il mestiere di muratore Zeno l’avevo appreso dal padre Umberto ma soprattutto dallo zio Silvio, che aveva solo figlie e con quel nipote si era legato d’affetto e se l’era portato dietro, in giro per l’Italia, nei cantieri che seguiva da assistente della grande impresa Costanzi. Manovale prima, poi muratore, dopo capomastro, infine assistente ai lavori, questa era la carriera nell’edilizia e questa avevano seguito quelli della famiglia, muratori da generazioni. Anche Zeno avrebbe percorso quella trafila e per la vicinanza con lo zio Silvio, pur non avendo risparmiata la dura gavetta, percorreva le tappe più celermente del normale. Lo aiutava anche una disposizione del carattere, fatto di pazienza, di ascolto, di empatia che favoriva il rapporto con gli ultimi arrivati. Erano loro a legittimare il ruolo gerarchico che aveva acquisito con l’esperienza maturata accanto a Silvio.

Zio e nipote nei contatti che avevano avuto nelle settimane precedenti avevano deciso che era tempo di tornare al paese, si era in tempo di guerra, il viaggio sarebbe stato lungo e pericoloso. In più quelli erano giorni particolarmente difficili. la guerra, sconfitta dopo sconfitta, aveva fiaccato l’entusiasmo iniziale della gente, anche di quelli più sensibili alla propaganda del regime, o per sincera adesione o per tornaconto personale di affari e carriere. Il popolo da sempre rimaneva in disparte, avvezzo a ritenere che le guerre fossero per loro una calamità. Ma Mussolini sembrava uomo della provvidenza, sino ad allora gli era andato tutto bene, aveva acquisito prestigio personale e con lui, in qualche modo, l’Italia. C’erano state riforme sociali, il fenomeno drammatico dell’emigrazione si era un po’ interrotto, la grancassa del regime pubblicizzava le nuove terre e le ricchezze che le conquiste coloniali promettevano. Nuova terra per i contadini veneti e meridionali, oltre quella della bonifica pontina e di alcune zone della Sardegna e della Basilicata.

Per i più acculturati l’Impero solleticava orgogli nazionali, sepolti per duemila anni e ora riproposti con fantasmagoriche parate lunga via dell’Impero, dove erano stati posti bassorilievi raffiguranti le regioni del mondo sotto il dominio di Roma, che lo stato fascista, senza dichiararlo apertamente, sognava di riconquistare. E queste cose facevano breccia anche nei più semplici, ancorché a livello subcosciente. Li facevano sentire partecipi di qualcosa di grande che loro non capivamo bene, ma che in ogni caso prometteva benessere. E che si fosse sotto una dittatura, sciolti tutti i partiti dell’opposizione, le elezioni democratiche sostituite da referendum confermativi, sembrava non turbasse la coscienza dei più. Contribuiva il sistema poliziesco con il quale il regime controllava i cittadini, strumento di dissuasione efficace per prevenire manifestazioni e comportamenti non in linea con il pensiero dominante di allora. Poi però la guerra si era messa male, le batoste in Grecia, in Africa, infine in Russia avevano fatto perdere il sostegno del popolo. Morivano gli italiani al fronte, e ora anche sotto i bombardamenti dei nemici.

Zeno lavorava alla costruzione dell’Expo 42 ma con la guerra i lavori furono sospesi e lui fu richiamato sotto le armi. Carrista in Albania per la guerra contro la Grecia. Laggiù c’era anche un fratello, si chiamava Alceste, fante al fronte. La Regina e Tarquinio erano tornati al paese in Umbria, a Sigillo, dalla mamma di lei che era bidella della scuola elementare e telefonista del paese. Poi Alceste morì in combattimento al fronte. Gli dettero anche una medaglia alla memoria, per lo sprezzo del pericolo con cui era andato all’assalto di una postazione nemica.

La medaglia era di bronzo, come si addiceva ad un figlio del popolo, per il quale non ci si poteva sprecare più di tanto. Poi quando cambiò il regime, non fu nemmeno più il caso di ricordare quel bronzo. Quel soldato morto era solo un disgraziato che aveva combattuto dalla parte sbagliata, soldato della guerra fascista e di loro era meglio non ricordarsi. Una “damnatio memoriae” che oltre i capi, spesso sopravvissuti, colpiva anche gli sventurati che ci avevano perso la vita. Comunque con la morte di Alceste, Zeno poté tornare in patria, in virtù di una legge che tendeva a preservare le famiglie da eccessivi lutti. Chi sa quali motivazioni? Forse per evitare rivolte, o un affievolimento dello spirito patriottico, o ragioni economiche: non togliere braccia e fonti di reddito alle famiglie.

Tornò in Italia, lo misero di riserva in una caserma presso Civitavecchia, dove lo colse l’8 settembre. Gli ufficiali della caserma uno dopo l’altro si dileguarono nelle settimane successive, seguendo l’esempio del re, dello Stato Maggiore delle Forze Armate, del governo Badoglio. I soldati rimasti in balia di loro stessi, se ne andarono a gruppi o da soli. Anche Zeno se ne andò. Era ormai l’inizio di ottobre quando raggiunse la casa di via dei pastini di notte, dove fu accolto con timore e malvolentieri dalla zia Romelia e si preparò all’incontro con lo zio Silvio che aveva stabilito un contatto con lui alcuni giorni prima. Dalla caserma aveva portato con sé delle armi: una pistola e due bombe a mano, le aveva nascoste nelle tasche del pastrano. La mattina, come detto, si era alzato di buon’ora, ed era uscito senza salutare i parenti che ancora dormivano e che non si sarebbero doluti della sua assenza.

Arrivò al luogo dell’incontro, lo zio Silvio era già lì. Poca gente in giro. Attraversarono velocemente la piazza, passarono sotto il famigerato balcone da cui si erano celebrati i trionfi del regime, sino all’ultimo della dichiarazione di guerra che avrebbe portato lutti e distruzione alla nazione. Bisognava farsi vedere in giro il meno possibile, potevano incappare in pattuglie di tedeschi che avevano occupato la città. “Che ne sarà” pensava Zeno “delle nostre truppe ancora in servizio per la scelta coraggiosa dei loro comandanti?”. Non seppe darsi una risposta, solo brutti presentimenti. Presero per il Corso diretti a Piazza del Popolo. Camminavano veloci per allontanarsi quanto prima dal centro. Una volta superata Porta del Popolo, si sarebbero trovati fuori dalle mura aureliane.

Da lì avrebbero proseguito lungo la Flaminia a piedi e magari con qualche mezzo di fortuna per 200 chilometri sino ad arrivare a Sigillo, il loro paese. Zeno avrebbe riabbracciato la moglie Regina e il figlio Tarquinio, Silvio la moglie Serafina e le tre figlie. Passarono sotto i portici della galleria Umberto, di fronte c’era palazzo Chigi con davanti la colonna dedicata a Marco Aurelio. Raccontava un’altra guerra, quella vittoriosa dei romani contro i marcomanni ed altre popolazioni di barbari che insidiavano il confine nord-orientale dell’Impero sul Danubio. Gli sconfitti erano rappresentati ancora più giganteschi e feroci di quanto probabilmente fossero nella realtà, a maggior gloria dei legionari che li avevano battuti. Costeggiarono il grande palazzo della Rinascente e proseguirono sino ad arrivare a Piazza del Popolo. Si fermarono sotto l’obelisco centrale, solo un attimo, per tirare fuori un po’ di pane e companatico dalla gavetta. Quel tascapane che oltre i soldati usavano anche i muratori con dentro il cibo della giornata di lavoro. Silvio l’aveva preparato la sera, ne dette un po’ a Zeno, ne prese un po’ per sé, e mangiando continuarono la loro strada. Un tempo la piazza che stavano lasciando ospitava la chiesa, le dimore, gli orti degli agostiniani in Roma.

La chiesa di S. Maria del Popolo c’era ancora, ma tutto il resto era scomparso, per la ristrutturazione che ne aveva fatto il Valadier nel 700’ con la creazione della grande piazza centrale e della prospicente salita del Pincio. Era scomparso in particolare il lungo loggiato che circondava lo spazio centrale tutto affrescato dal Pinturicchio e dalla sua scuola. Erano scomparse le dimore dei frati, dove aveva soggiornato per alcuni giorni l’agostiniano Martin Lutero, venuto a Roma presso la casa madre del suo Ordine, e fuggitone dopo aver realizzato di non aver trovato ciò che era venuto a cercare. Tornato a casa in Germania elaborò e poi scrisse parole pensate a Roma e rimaste in bocca senza nessuno che volesse ascoltarle. Le chiamò tesi e cercò in Germania chi potesse ascoltarle, forse il vescovo di Wittemberg, la città del suo monastero. Ma per primi le ascoltarono i principi tedeschi. Gutenberg con quella cosa che aveva proprio allora inventato, le stampò. E fu Riforma.


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