OGNI STORIA È UN’ANTROPOLOGIA

Sulla battaglia di Stalingrado

La battaglia di Stalingrado costituisce uno degli eventi cardine del secondo conflitto mondiale. Si tratta di una battaglia epocale assai complessa nelle sue dinamiche militari, antropologiche, ideologiche e socio-politiche. Dal punto di vista militare – la sintesi estrema è qui d’obbligo – c’è da dire che la Germania nazista nel 1942 si trovava impegnata ormai su più versanti. Difatti essa schiacciava, in modo deciso e apparentemente inesorabile, l’intero continente europeo. L’invasione della Russia era però giunta ad un punto critico. I tedeschi riuscivano a mantenere saldamente delle posizioni molto avanzate nel territorio russo (Novgorod, Ržev, Vjazma, Brjansk, Kursk, Charchov, e altre) e l’Armata Rossa, che in alcuni punti tra un bastione e l’altro riusciva a incunearsi per molti chilometri verso ovest, non riusciva comunque a sfondare l’intero fronte.

I russi dovevano ancora mal tollerare, nel 1942, la profonda presenza della Germania nazista sul suolo della Madre Patria. La scacco ricevuto nel dicembre del 1941 a Mosca (operazione Tifone) fece emergere, nei vertici militari tedeschi l’idea – era questa, ad esempio, la tesi di Gerd von Rundstedt – di effettuare un ripiegamento sulle primigenie posizioni di partenza in Polonia. L’idea generale che si fece avanti nelle linee di comando tedesche, peraltro condivisa da molti, era quella di mutare atteggiamento e di ripensare ad un tipo di guerra che tenesse conto della vastità del territorio russo, delle ingenti perdite umane subite (perdite che difatti la Germania non riuscì più a colmare). C’è da dire che Hitler non era affatto disposto a credere che al servizio informazioni che riportava dati assolutamente infondati. Ad esempio, il generale Blumentritt raccontò a Liddell Hart che quando Franz Haider disse che i russi erano ancora in grado di costruire 600/700 carri armati al mese (grazie alle fabbriche trasferite negli Urali) Hitler diede un pugno sul tavolo affermando che ciò era impossibile.

L’offensiva tedesca, sulla base del delirio di onnipotenza hitleriano, riprese comunque nel 1942 ma questa volta era doveroso, oltre che necessario, scegliere la direzione. Era infatti impossibile pensare ad un’offensiva lungo le direttrici immense che avevano dato avvio all’operazione Barbarossa. La Germania, difatti, non disponeva più degli effettivi necessari per una colossale impresa di questa portata. L’offensiva tedesca, più limitata questa volta, si mosse quindi verso sud-est, con l’idea di giungere ai pozzi petroliferi del Caucaso per garantirsi quelle materie prime delle quali la Germania aveva disperatamente bisogno. Operazione Blau fu il nome che venne dato alla grande offensiva nazista nel settore meridionale della Russia nella primavera del 1942. Si trattò di una grande manovra militare che prevedeva varie fasi per realizzare le quali erano coinvolte la 2ª Armata, la 4ª Armata Corazzata, la 2ª Armata Ungherese e la 6ª Armata. La prima parte dell’operazione (Blau I) si sarebbe realizzata con la conquista di Voronezh e della zona del Don (grossomodo fino a Korotoyak, 60 km a sud di Voronezh). La seconda parte dell’operazione, Blau II, prevedeva la conquista della vasta area a ovest di Stalingrado. A quel punto il Gruppo d’Armate A si sarebbe mosso verso il Caucaso, mentre il Gruppo di Armate B gli avrebbe coperto le spalle (A. Marrone, La disfatta del Terzo Reich. La battaglia di Stalingrado, cap. 6). L’operazione Blau inizia in modo davvero travolgente. Raymond Cartier (La seconda guerra mondiale, Mondadori, vol. II, Dallo sbardo in Normandia al crollo della Germania e del Giappone) riporta un’affermazione assai nota di Halder riferita al successo iniziale dell’operazione: «Ueberraschende Entwicklung», che significa «sviluppo sorprendente». La Wermacht, a ritmi serrati, infranse il fronte russo per ben 300 chilometri. L’Armata Rossa, però, aveva a quel tempo già imparato ciò che i tedeschi, per responsabilità di Hitler, non realizzarono mai: una difesa elastica e mobile dei propri territori. Difatti, il resoconto dell’OKW (Oberkommando der Wehrmacht, cioè il Comando Supremo della Wermacht) dell’11 luglio 1942 evidenziava un dato inedito: nonostante il fronte fosse stato sfondato, le sacche che di fatto si erano chiuse non avevano fatto molti prigionieri: soltanto 88.689 (molti di meno rispetto a quelle create in passato a Kiev e Viasma). Sta di fatto che i tedeschi, nella primavera inoltrata del 1942 avevano la possibilità di conquistare i pozzi petroliferi verso sud-est o Stalingrado a est. Eppure, ancora una volta furono le decisioni del Führer a rendere impossibile, dal punto di vista militare, le conquiste strategiche che erano a portata dell’esercito tedesco se solo le forze non fossero state inutilmente divise in due direttrici d’attacco. Hitler avrebbe potuto conquistare Stalingrado senza combattere se, come osservò von Kleist, la 4ª armata corazzata non fosse stata deviata nella zona del Don finendo per congestionarne l’area e diminuendo la forza d’impatto che sarebbe invece servita per conquistare Stalingrado.

Günther Blumentritt confidò esplicitamente a Liddell Hart che «fu assurdo tentare di impadronirsi simultaneamente e di fronte ad una resistenza energica, del Caucaso e di Stalingrado». «Io avrei preferito», continuò il generale della Wehrmacht, «che si concentrassero anzitutto gli sforzi per la conquista di Stalingrado. Ero convinto che impadronirsi del petrolio fosse meno importante che distruggere le forze russe. Sebbene non fosse possibile contraddire gli esperti economici, i quali affermavano che era essenziale mettere le mani sul petrolio per poter continuare la guerra, gli eventi li smentirono, perché noi riuscimmo a continuare la guerra fino al 1945 pur non essendoci impadroniti del petrolio del Caucaso» (B. Liddell Hart, Storia di una sconfitta. La seconda guerra mondiale raccontata dai generali del Terzo Reich, p. 298). Gli errori strategici ripetuti dovuti alle continue ingerenze di Hitler in specifiche faccende militari ci invitano in realtà ad una considerazione psicologica più profonda che vorrei introdurre riportando un passo del diario di Halder, capo di Stato maggiore:

La continua sottovalutazione delle possibilità del nemico assume forme grottesche e sta diventando pericolosa. Qui è impossibile lavorare seriamente. Reazioni patologiche impressioni del momento e completa mancanza di capacità di giudicare la situazione e le occasioni che offre danno un carattere peculiarissimo alla cosidetta Führerschaft, cioè alla funzione direttiva.

E qualche tempo dopo aggiunse:

Le decisioni di Hitler non avevano più nulla in comune con i principi della strategia e con le operazioni militari quali erano noti alle passate generazioni. Derivavano da una natura violenta travolta dagli impulsi del momento, che non riconosceva i limiti delle possibilità e che faceva dei suoi desideri il fattore determinante dei propri atti. (W. Shirer, Hitler e il Terzo Reich. Dai trionfi alla grande svolta, vol. III, p. 1397).

Ancora von Meinstein, il più saggio dei generali tedeschi, ha rimarcato con esplicita chiarezza aspetti torbidi del carattere misterioso di Hitler:

«La ragione per la sua insistenza può essere trovata nelle profondità del suo carattere, quello di un uomo che vedeva il combattimento solo nei termini della massima brutalità. Il suo modo di pensare si conformava più a un’immagine mentale di masse di nemici dissanguantisi a morte davanti le nostre linee che alla concezione di una sottile barriera che sa quando fare occasionali passi indietro per prepararsi al colpo decisivo.».

Hitler non si limitò a negare (ai suoi generali e, forse, anche a se stesso) l’esistenza del nemico russo, che fatalmente considerava già sconfitto, ma negava persino quelle oggettive difficoltà che ad esempio, l’avanzata nel Caucaso difatti presentava alle punte più avanzate del Gruppo d’Armate A. Questo Gruppo d’Armate disponeva soltanto di 300 carri armati e di 15 divisioni tedesche per un fronte che, nei folli piani di Hitler, avrebbe raggiunto la lunghezza smisurata dal punto di vista militare di 4100 chilometri (Batum – Baku – Astrakan – Stalingrado Voronež). L’esercito tedesco, inoltre, dipendeva molto dai cavalli che peraltro soffrivano una grave limitazione: l’assenza di acqua per essere abbeverati (la steppa, infatti, è assai secca e torrida nel periodo estivo). Ai cavalli assetati fu affidato il paradossale compito di trasportare la benzina dei carri armati, sottolinea con amara ironia Cartier. Tutta questa lunga premessa (sebbene essa sia soltanto una sorta di sintesi dei complessi avvenimenti che si succedettero sul fronte orientale nel 1942) è servita soltanto a far comprendere al lettore una serie di concetti metastorici per così dire, concetti cioè che non hanno nulla a che vedere con quella che può essere la ‘superficie dei fatti’ (che costituisce ciò che ad esempio – purtroppo – il sistema d’istruzione ministeriale continua a proporre alla popolazione studentesca superiore) ma che sono relativi ad un piano diverso, antropologico e psicologico, che funge da vero motore della storia. Il caso della battaglia di Stalingrado – che si inquadra nel vasto piano delle offensive tedesche nella Russia meridionale – costituisce davvero l’esempio perfetto e calzante della tesi appena esposta. Essa non è, infatti, soltanto una delle più cruente battaglie della storia dell’umanità ma è il punto di svolta dell’intero secondo conflitto mondiale, il momento in cui un’intera armata venne sacrificata inutilmente per una ragione metastorica aliena ad ogni tipo di dinamica militare. È inutile ripercorrere qui le vicende della 6ª Armata (che operò dapprima sul fronte occidentale in Belgio, Francia e Paesi Bassi e poi sul fronte orientale, nel contesto dell’Operazione Barbarossa). Ciò che è importante comprendere, invece, è che una delle Armate migliori del Terzo Reich venne sacrificata senza nessuno scopo che non fosse quello di tener salda la posizione sul Volga ad ogni costo. L’ironia del destino volle che Stalingrado – come abbiamo visto – venne dapprima sottovalutata in quanto obiettivo militare. Quando effettivamente cominciò il tentativo più deciso per prendere la città essa risultava già più adeguatamente difesa ma fu proprio in quel momento che la «città di Stalin» divenne per Hitler una vera ossessione.

Ci sono molti episodi che testimoniano come il Führer avesse perso quasi completamente il contatto con la realtà. Blumentritt parla ad esempio del conflitto personale che si radicalizzò sempre di più con Halder fino a quando non fu destituito dal suo incarico. Nel mese di settembre la tensione tra il Führer e Halder aumentò e le loro discussioni si fecero più aspre:

Vedere il Führer quando discuteva di piani con Halder era uno spettacolo rivelatore. Il Führer indicava sulla carta i movimenti da compiere con gesti bruschi: “spingere qua; spingere là”. Erano indicazioni assolutamente vaghe, che non tenevano conto delle difficoltà pratiche. Si poteva star certi che gli sarebbe piaciuto, se fosse stato possibile, togliere di mezzo con un gesto analogo l’intero stato maggiore generale. Sentiva che lo stato maggiore era assai tiepido verso le sue idee» (Liddell Hart, p. 302).

Un chiaro esempio di come l’immaginazione patologica di Hitler (ai limiti del delirio) superasse difatti la dura realtà del fronte russo meridionale. La battaglia di Stalingrado, che qui eviterò di raccontare nei dettagli, assunse la dinamica dei cosiddetti “colpi d’ariete”. La strenua difesa russa, che arrivò ad attestarsi a soli 800 metri dalla riva occidentale del Volga, in un ammirevole e straordinario sforzo umano e militare di impareggiabile coraggio, logorò ogni battaglione tedesco prelevato dall’allungato fianco difensivo a ovest di Stalingrado, con l’unico risultato di aver depauperato le forze necessarie ad impedire quell’accerchiamento delle forze tedesche che difatti si realizzò nel novembre del 1942. Il più lungimirante e competente dei generali tedeschi, Erich von Meinstein, individuò tre errori capitali nella situazione che si cristallizzò nell’autunno del 1942 nella Russia meridionale. Il Gruppo d’Armate A si attestò a nord del Caucaso, tra il Mar Nero e il Mar Caspio, mentre il Gruppo d’Armate B teneva un fronte che iniziava a sud di Stalingrado, sul Volga e arrivava fino ad un punto poco più a nord di Voronezh. Si trattava di un territorio evidentemente troppo sconfinato per essere adeguatamente controllato, senza considerare che tra le due Armate esisteva un varco lungo ben 300 km tenuto dalla 16ª Divisione motorizzata. Il secondo errore riguardò la decisione di tenere le principali forze d’attacco (la 6ª Armata e la 4ª Armata Panzer) dentro e attorno Stalingrado. L’ala settentrionale di questo fronte fu affidata ad un’Armata italiana, alla 3ªArmata rumena, alla debole 2ª Armata tedesca e ad un’Armata ungherese. Forze troppo deboli e prive di una incisiva potenza di fuoco per difendere il lungo corridoio settentrionale (che difatti poi venne sfondato facilmente dal contrattacco sovietico). Il terzo errore fu individuato da von Meinstein nella catena di comando inefficiente. Il Gruppo d’Armate A non aveva un proprio comandante, era alle dipendenze dirette di Hitler. Il Gruppo d’Armate B, invece, che contava ben 7 Armate (tra cui 4 alleate) era evidentemente in balia del caos dovuto al fatto che nessun Quartier Generale può tenere efficientemente il comando di più di 5 Armate (Erich von Meinstein, Vittorie perdute. Le memorie di guerra del miglior generale di Hitler, pp. 218-219). Il lungo fianco settentrionale, tenuto dalle deboli Armate alleate era effettivamente un invito per il nemico russo a fare quello che, difatti, poi accade: un accerchiamento totale di Stalingrado in quella che fu chiamata Operazione Urano Operacija Uran (iniziata il 19 novembre 1942 e conclusasi con il ricongiungimento delle due branche della grande tenaglia nei pressi di Kalač, a ovest di Stalingrado).

Žukov, Vasilevskij e Voronov furono i grandi artefici della controffensiva russa che chiuse in una morsa mortale la 6ª armata e la 4ª armata corazzata in un grande calderone (il Kessel). Appena il generale Kurt Zeitler venne a sapere degli sfondamenti russi nei settori tenuti dalla terza armata romena sul Don a nord-ovest di Stalingrado e a sud, a discapito della 4ª armata romena e della 4ª armata tedesca, sollecitò Hitler suggerendogli accoratamente di autorizzare la ritirata da Stalingrado, ma la reazione di quest’ultimo fu nefasta: «Non intendo lasciare la Volga! Non voglio che s’indietreggi al di qua della Volga!». Il 22 novembre 1942, giunti al quarto giorno della controffensiva russa, la situazione dei tedeschi era drammaticamente disperata. La situazione che si era venuta a creare era drammatica e paradossale. I tedeschi, vale a dire gli aggressori di Stalingrado si erano presto trasformati in prede delle armate russe che ora chiedevano vendetta. La decisione di Hitler rimase sempre la medesima: nessun passo indietro e pertanto i generali della Luftwaffe si erano prodigati in un’altra follia sconnessa dalla vera realtà dei fatti: rifornire la 6ª Armata dal cielo. Furono usati aerei inadatti (come il bimotore Ju-86 riconvertito in aereo di trasporto) in condizioni climatiche spaventose. A Stalingrado erano trincerate venti divisioni tedesche e due divisioni rumene e, come precisò lo stesso Paulus, esse avrebbero avuto bisogno di almeno 750 tonnellate di rifornimenti al giorno. Il Maresciallo del Reich Hermann Göring si fece garante di un’ennesima follia: egli garantì ad Hitler che la Luftwaffe era in grado di assolvere a questo compito (un altro esempio di come, nell’ambito della campagna estiva del 1942 e della battaglia di Stalingrado, l’immaginazione folle superò ogni tipo di razionalità oggettiva richiesta da una situazione così complessa). Il generale von Richtofen aveva ben chiara la necessità di un maggior numero di aeroporti, unitamente ad un personale di terra maggiormente addestrato. Invece soltanto l’aeroporto di Pitomik era funzionante ed è per questo che polarizzava in effetti l’attenzione dei russi che, con la loro consolidata presenza nei cieli, difatti avevano gioco facile nel mettere fuori uso gran parte degli aerei tedeschi. Questi erano difatti l’unico collegamento che i tedeschi imprigionati nel Kessel avevano con il resto del mondo oltre le linee di accerchiamento russe. La neve alta impediva agli aerei tedeschi di decollare mentre il ghiaccio creava problemi di volo quando erano già in aria. La fiducia dei tedeschi nei riguardi di Hitler scendeva drasticamente giorno dopo giorno e anche von Richthofen confidò esplicitamente al generale Jeschonnek che «la fiducia in chi ci dirige è rapidamente scesa sotto lo zero» (A. Beevor, Stalingrado, cap. 20). In questo quadro apocalittico che si venne a creare, la lucidità delle affermazioni del più acuto dei generali tedeschi, E. von Meinstein, ha individuato quella che tra tutti gli scenari possibili sarebbe stata la scelta salvifica da parte del Comando Supremo:

Quello che deve essere chiaro, d’altro canto, è che era compito del Comando Supremo emettere un ordine che desse alla 6ª Armata l’opportunità di acquisire la libertà operativa e quindi evitare di essere accerchiata. Un leader lungimirante avrebbe compreso fin dall’inizio che la massa delle forze d’assalto tedesche dentro e attorno Stalingrado sarebbero state in mortale pericolo senza un’adeguata protezione dei fianchi se il nemico avesse sfondato attraverso i fronti adiacenti. Quando i sovietici lanciarono la loro grande offensiva attraverso il Don e a nord di Stalingrado il 19 novembre, i capi tedeschi, avrebbero dovuto sapere cosa stava arrivando. Da quel momento in poi fu inammissibile aspettare che il nemico avesse travolto i rumeni, anche se questo non fosse successo così rapidamente, sarebbe comunque stato necessario usare la 6ª Armata in un ruolo mobile per tenere sotto controllo la situazione sull’ala meridionale del Gruppo d’Armate B. Per la sera del 19 novembre al più tardi quindi, l’O.K.H. avrebbe dovuto inviare nuovi ordini alla 6ª Armata dandole libertà di movimento. (E. von Meinstein, Vittorie perdute, p. 225).

Anche il generale Paulus fece la sua parte in questa grande ma prevedibilissima tragedia umana e militare. Ancora Meinstein rileva infatti che il «Generale Paulus avrebbe certamente potuto prendere di sua iniziativa la decisione di sganciarsi da Stalingrado, ma difficilmente avrebbe potuto farlo», e ciò per due ragioni. La prima, militare, concerne l’ignoranza di Paulus della gravità della situazione che i russi stavano generando con la loro manovra a tenaglia a ovest di Stalingrado. La seconda ragione è di tipo psicologico. Ecco le parole di Meinstein: «il fatto è che fu un grave errore psicologico mettere la questione nelle mani di Hitler. Paulus conosceva il punto di vista di Hitler sulla guerra ad est fin dall’inverno del 1941 […]. Era consapevole del fatto che Hitler riteneva di aver salvato l’Esercito tedesco dal disastro di una ritirata napoleonica quell’inverno ordinando di tenere ogni palmo di terreno. Avrebbe dovuto capire che dopo le affermazioni fatte da Hitler nel suo discorso allo Sportpalast il dittatore non sarebbe mai stato d’accordo con l’evacuazione. Il nome della città era legato troppo strettamente alla sua reputazione militare. L’unica soluzione possibile era quindi il metterlo davanti al fait accompli dello sganciamento dell’Armata da Stalingrado». Anche l’operazione Tempesta invernale (guidata proprio da Von Meinstein) ricevette una durissima limitazione da parte della follia di Hitler. Affinché le forze tedesche assemblate avessero potuto avere qualche speranza di successo nella liberazione di Stalingrado era imprescindibile che la 6ª Armata, nello stesso momento, si aprisse la strada verso ovest. Per tagliare l’anello era quindi fondamentale aggredire le forze russe da ovest verso est (Meinstein) e da est verso ovest (Paulus).

Nonostante il fermo rifiuto di Hitler, che impedì in modo vigoroso alla 6ª Armata di lasciare la sacca, la 4 Il più lungimirante e competente dei generali tedeschi, Erich von Meinstein, individuò tre errori capitali nella situazione che si cristallizzò nell’autunno del 1942 nella Russia meridionale. Il Gruppo d’Armate A si attestò a nord del Caucaso, tra il Mar Nero e il Mar Caspio, mentre il Gruppo d’Armate B teneva un fronte che iniziava a sud di Stalingrado, sul Volga e arrivava fino ad un punto poco più a nord di Voronezh. Si trattava di un territorio evidentemente troppo sconfinato per essere adeguatamente controllato, senza considerare che tra le due Armate esisteva un varco lungo ben 300 km tenuto dalla 16ª Divisione motorizzata. Il secondo errore riguardò la decisione di tenere le principali forze d’attacco (la 6ª Armata e la 4ª Armata Panzer) dentro e attorno Stalingrado.

L’ala settentrionale di questo fronte fu affidata ad un’Armata italiana, alla 3ªArmata rumena, alla debole 2ª Armata tedesca e ad un’Armata ungherese. Forze troppo deboli e prive di una incisiva potenza di fuoco per difendere il lungo corridoio settentrionale (che difatti poi venne sfondato facilmente dal contrattacco sovietico). Il terzo errore fu individuato da von Meinstein nella catena di comando inefficiente. Il Gruppo d’Armate A non aveva un proprio comandante, era alle dipendenze dirette di Hitler. Il Gruppo d’Armate B, invece, che contava ben 7 Armate (tra cui 4 alleate) era evidentemente in balia del caos dovuto al fatto che nessun Quartier Generale può tenere efficientemente il comando di più di 5 Armate (Erich von Meinstein, Vittorie perdute. Le memorie di guerra del miglior generale di Hitler, pp. 218-219). Il lungo fianco settentrionale, tenuto dalle deboli Armate alleate era effettivamente un invito per il nemico russo a fare quello che, difatti, poi accade: un accerchiamento totale di Stalingrado in quella che fu chiamata Operazione Urano Operacija Uran (iniziata il 19 novembre 1942 e conclusasi con il ricongiungimento delle due branche della grande tenaglia nei pressi di Kalač, a ovest di Stalingrado).

Armata corazzata, guidata dal generale Hoth, giunse il 21 dicembre del 1942 a circa 30 miglia da Stalingrado. I soldati di Paulus, che inutilmente attendevano la liberazione, di notte potevano osservare i segnali luminosi delle divisioni di Hoth. Per una serie di accadimenti militari (un attacco dell’Armata Rossa minacciava a nord tutto il fianco del Gruppo d’Armate del Don e un’armata sovietica aveva anche minacciato le linee dell’8ª Armata italiana a Boguchar mettendo in fuga i nostri soldati) Meinstein fu costretto a bloccare l’offensiva di Hoth per richiamare parte delle sue forze corazzate destinate a salvare la 6ª Armata al fine di chiudere le varie falle che i russi avevano creato. Questo complesso scenario militare, frutto di una serie di ignobili errori militari e strategici e che si venne a configurare come il risultato finale di una macabra e delirante volontà hitleriana di dominio, nascondono però un mondo altrettanto complesso, dalla tragiche sfumature antropologiche, che è costituito dagli animi distrutti dei soldati trincerati nel grande Kessel. Questi macro movimenti militari – che ho cercato di riassumere, per motivi di spazio, alla meno peggio e mi scuso con il lettore per la superficialità – dispiegati e realizzati nello spazio di migliaia di chilometri sul suolo sovietico, forniscono sì un quadro generale delle operazioni militari tedesche, ma non esauriscono però ciò che, in termini di dolorosa e tragica esperienza umana e militare, i soldati della 6ª Armata furono costretti a vivere nella città di Stalingrado. Nello spazio di quella città infernale le lunghissime distanze si accorciarono così tanto da trasformarsi, difatti, in una guerra corpo a corpo (è quella che i tedeschi definirono come Rattenkrieg e che è dettagliatamente raccontata da Ciukov nelle sue memorie della battaglia di cui consiglio caldamente la lettura). Ecco l’interessante testimonianza del generale Hans Doerr:

Il tempo di condurre delle operazioni su vasta scala era finito una volta per tutte; dai grandi spazi delle steppe la guerra si era spostata alle gole frastagliate delle colline del Volga con i loro arbusti e burroni, nell’area industriale di Stalingrado, sparsa sopra un terreno irregolare, pieno di buche, accidentato e coperto di edifici in ferro, cemento e pietra. Il chilometro come unità di misura, venne sostituito dal metro. La mappa del Quartier Generale era la mappa della città. Una battaglia durissima veniva combattuta in ogni casa, laboratorio, torre idrica, massicciata ferroviaria, cantina o mucchio di macerie e senza uguali perfino nelle battaglia della prima guerra mondiale per dispendio di munizioni. La distanza tra l’esercito nemico e il nostro era la minore che si potesse concepire. Nonostante la concentrazione di artiglieria e aviazione, era impossibile uscire fuori dalla zona in cui si lottava corpo a corpo. I russi erano superiori i tedeschi nel controllo del terreno e della mimetizzazione, ed erano più esperti nei combattimenti casa per casa e nelle barricate. (Der Feldzug nach Stalingrad 1942/1943, citato da Andrea Marrone).

Se il delirio hitleriano di poter conquistare un territorio come la Russia si contestualizza in un paesaggio fisico pressoché sterminato (si pensi all’avanzata tedesca nel Caucaso che, analogicamente, potrebbe essere assimilata allo scorrere di una goccia su di una parete immensa), la battaglia di Stalingrado, che pure fu il centro nevralgico di quel delirio (perlomeno lo fu per il valore ideologico che difatti storicamente finì per rivestire), ci mette a confronto con la disperazione, che i soldati di entrambi gli schieramenti esperirono, in una lotta faccia a faccia senza soluzione di continuità. Le ultime lettere da Stalingrado (Einaudi, 1997) ci aiutano a ricostruire queste dimensioni antropologiche nascoste, consentendoci di empatizzare con il dolore di una guerra non da tutti effettivamente desiderata. In effetti, come il Generale Vasili Ciuikov (comandante delle truppe in difesa di Stalingrado) ha precisato, nonostante la 6ª Armata fosse l’orgoglio di Hitler e quest’ultimo la considerasse un esempio di «pura razza ariana», soltanto un soldato su cinque era membro regolare del partito nazista (V. Ciuikov, La battaglia di Stalingrado. Il racconto del generale che ha sconfitto i nazisti, Res Gestae, p. 295). I soldati tedeschi prigionieri nella sacca di Stalingrado persero infatti, in modo sì graduale ma pur sempre inesorabile, quella fede nel regima nazista che invece secondo la propaganda (e secondo l’infondata idea di molti) avrebbe dovuto animare i cuori dei valorosi guerrieri ariani. Le lettere – le ultime che partirono da Stalingrado – arrivarono in Germania nel gennaio del 1943. Il regime ne fece cancellare l’indirizzo e il mittente e poi furono sequestrate. Prima del sequestro, però, in conformità alla mentalità ossessivamente catalogatrice dei nazisti, esse furono suddivise in gruppi secondo lo stato d’animo che da esse emergeva. Il 57,1% delle lettere era quello dei soldati sfiduciati e contrariati dalla guerra. Le lettere di coloro che erano senza una opinione precisa copriva invece il 33%, mentre il 3,4% era il gruppo di coloro che erano decisamente contrari. Soltanto il 2,1% (primo gruppo) era in effetti favorevole alla condotta della guerra. Ad un certo soldato la guerra sembrava un mistero. Mentre l’armata di Paulus lentamente moriva questo soldato, insieme ad altri tre commilitoni, continuava a misurare la temperatura e l’umidità dell’aria e il grado di visibilità (banali operazioni compiute nell’orrore della battaglia furiosa «Qui attorno tutto precipita, un’intera armata muore, il giorno e la notte bruciano, e quattro uomini sono tuttavia occupati nel trasmettere ogni giorno la temperatura e l’altezza delle nuvole»). E allora racconta alla sua amata, una certa Monica, che dalla follia della guerra soltanto l’immensità del cielo stellato difatti lo salvava:

Monica, cos’è la vita nostra in confronto ai milioni di anni dei cieli stellati? Sopra il mio capo stanno, in questa bella notte, Andromeda e Pegaso. Le ho guardate a lungo, presto sarò loro molto vicino. La mia contentezza e il mio equilibrio li debbo alle stelle, e tra di esse tu sei per me la più bella. Le stelle sono immortali e la vita dell’uomo è come un granello di polvere nel tutto. […] Io non comprendo molto della guerra. Per mano mia nessun uomo è caduto. Io non ho mai preso di mira, sinora, con la mia pistola. Ma per quanto so, la parte avversa non ha una simile mancanza di senno. Avrei avuto caro di contare le stelle per un paio di decenni ancora, ma di questo, ormai, non ne sarà più nulla.

Un altro soldato, in modo assai profondo, manifestava tutto il legittimo scetticismo per il sacrificio che l’intera Armata stava realizzando per il bene della Patria tedesca: «Ci dicono che la nostra è una battaglia per la Germania, ma sono pochi qui a credere che il dissennato sacrificio possa giovare alla nostra patria». Una durissima e lacerante testimonianza ci è fornita da un altro soldato che riesce, con la sua lettera, a farci confrontare con l’atrocità della guerra e con l’umanità straziata dei combattenti:

Non mi si può far credere che i camerati muoiano con sulle labbra la parola «Deutschland» o «Heil Hitler». Si muore, questo sì, non si può negarlo: ma l’ultima parola è per la mamma o per la persona più cara, oppure è solo un grido d’aiuto. Ne ho già visti cadere e morire centinaia, e molti appartenevano, come me, alla Hitlerjunged, ma tutti, se ne erano ancora capaci, chiamavano aiuto, o invocavano il nome di chi però non poteva più aiutarli.

Questo passo assai duro da accettare ci mostra come l’immagine del valoroso soldato nazista che con fierezza accettava la morte in nome della Germania fosse in realtà soltanto una fumosa costruzione propagandistica. La verità dei fatti, invece, ci testimonia animi distrutti, increduli, incapaci di trovare un senso in quel sacrificio che, come abbiamo letto, difficilmente poteva avere un qualche collegamento con il bene della Patria (difatti era il preludio della sua inesorabile distruzione). C’era chi il non senso della guerra lo compensava con il senso di appartenenza ad un Tutto più grande (il soldato che scrutava le stesse e affermava: «La mia contentezza e il mio equilibrio li debbo alle stelle») oppure chi, nel bel mezzo della più cruenta delle battaglie della Seconda Guerra mondiale, ascoltava Beethoven.

Un soldato racconta infatti che da un palazzo sventrato situato in una stradina laterale rispetto alla Piazza Rossa venne tirato fuori un pianoforte e che un certo Kurt Hahnke, il 4 gennaio del 1943, aveva suonato l’Appassionata: Non dimenticherò mai queste ore, mai. Vi concorrono già, del resto, la natura e il carattere dell’uditorio. Peccato non essere uno scrittore per rendere con le parole appropriate come quelle cento reclute sedessero, nei loro mantelli, le coperte tirate sin sulla testa. Si sentiva sparare da tutte le parti, ma nessuno si lasciava distrarre; ascoltavano Beethoven a Stalingrado, anche se non lo capivano. Stai meglio, ora che sai tutta la verità?

Lo spessore psicologico di questa testimonianza è senza eguali. Esso si può spiegare con il fatto che a Stalingrado l’animalità della natura umana prese difatti il sopravvento sulla dimensione prettamente umana. Pertanto, l’interpretazione de L’Appassionata fu un modo per creare una sorta di parentesi nell’atrocità della guerra che si stava combattendo al punto da rendere i soldati sordi ai colpi dei combattimenti che intorno a loro si stavano portando avanti. Il dolore dei camerati era tale, e il grado di sofferenza così elevato che un soldato, rivolgendosi al padre, arrivò a sostenere che a Stalingrado non c’è nessun Dio:

… Porre il problema dell’esistenza di Dio a Stalingrado, significa negarlo. Te lo devo dire, caro padre, e mi rincresce doppiamente. Tu mi hai educato, perché mi mancava la mamma, e mi hai sempre messo Dio davanti agli occhi e all’anima. Dio non si è mostrato, quando il mio cuore gri­da­va a lui. Le case erano distrutte, i camerati era­no tan­to eroi­ci o così vigliacchi quan­to me, sulla terra c’erano fame ed omi­ci­dio e dal cie­lo cadevano bombe e fuoco. Soltanto Dio non c’era. No, padre, non c’è nessun Dio. Lo scri­vo di nuovo, e so che è una cosa terribile e per me irreparabile. E se proprio ci deve essere un Dio, è solo presso di voi, nei libri dei salmi e nelle preghiere, nelle pie parole dei preti e dei pastori, nel suono delle campane e nel profumo dell’incenso. Ma a Stalingrado, no.

Un altro soldato, in modo assai appassionato (una passione tale da mettere i brividi a noi lettori che immaginiamo la disperazione che poteva esserci nel grande Kessel) scrisse che «verrà il tempo in cui ogni uomo ragionevole in Germania maledirà la pazzia di questa guerra». L’aspetto assai rivelatore è queste parole le rivolse al padre:

Questa lettera sarà breve. Avrei dovuto immaginarmelo, quando ti pregai di aiutarmi. Tu sei e resti in eterno un «giusto». La mamma ed io l’abbiamo sempre saputo. Ma non potevamo supporre che avresti sacrificato tuo figlio a «questa pazzia». Ti pregai di farmi uscire di qui, perché non vale la pena andare sottoterra per questa assurdità strategica.

Nelle struggenti parole di questo soldato emerge con forza la ribellione di un’anima che, consapevole di essere giunta alla fine, trova la forza di opporsi al Padre, esempio di autorità nazista che in onore della Bandiera fu pronto a sacrificare persino la vita del figlio. C’è da dire che Hitler vietò ad ogni ufficiale superiore di poter intervenire per favorire i propri cari eventualmente impegnati sul fronte (la stessa restrizione includeva persino Albert Speer). Ma la giustizia alla quale qui, al crepuscolo della propria vita, questo soldato ha fatto riferimento, non è certamente la giustizia della nazione o della politica, ma è la giustizia dell’uomo, del figlio, di colui che vede da vicino l’insensatezza di una battaglia – peraltro della più importante del conflitto mondiale, e ciò è paradossale:

Non c’è nessuna vittoria signor generale, ci sono solo bandiere e uomini che cadono, e alla fine non ci saranno né bandiere né uomini. Stalingrado non è una necessità militare, ma una temerarietà politica.

Quando Liddell Hart chiese a Rundstedt se la Germania avesse potuto evitare la disfatta di Stalingrado egli rispose: «Io credo di sì, se ai comandanti in campo fosse stata concessa mano libera per ritirarsi quando e dove ritenessero opportuno, invece di essere costretti a resistere come avvenne ripetute volte e dovunque» (Storia di una sconfitta, p. 308). Fu esperimento, quello di Stalingrado, di cui il soldato autore di quest’ultima lettera non si sentiva parte: «è un esperimento cui suo filio, signor Generale, non vuol prendere parte». È interessante anche il modo in cui poi conclude la lettera: «Pensi alle sue parole, ed è sperabile che, quando tutto andrà in pezzi, si ricorderà della bandiera e la terrà alta». Impossibile non leggere in quest’ultima amara profezia un’ironia pungente, letale, che mette di fronte l’astrattezza dell’ideale politico nefasto l’insensatezza di ciò che stava invece realmente accadendo. A. Beevor ha scritto, nell’introduzione del suo libro, che «la battaglia di Stalingrado non può essere compresa attraverso una normale disamina» e che «uno studio esclusivamente militare di una simile lotta titanica non riuscirebbe a comunicare la realtà più cruda, un po’ come le carte geografiche di Hitler nella sua Wolfsschanze di Rastenburg lo isolavano in un mondo di fantasia lontano dalle sofferenza dei suoi soldati». Comprendere la battaglia di Stalingrado (ma forse questa impostazione potrebbe valere per ogni evento storico) significa comprendere che, oltre l’increspatura superficiale dei fatti ci sono dinamiche antropologiche complesse. Si può fare storia in tanti modi, ma ogni approccio non può negarsi di studiare anche e soprattutto la psicologia, le esperienze, le testimonianze e le relazioni dei protagonisti al centro di quegli eventi, nella piena consapevolezza che ogni storia è in fondo un’antropologia dispiegata. La battaglia di Stalingrado ne è un esempio vivido. Essa è la storia non di un’Armata che valorosamente si è battuta in nome di dell’ideale nazionalsocialista, ma è la storia di un desiderio patologico di un singolo uomo, Hitler, che giocò letteralmente con la vita di un esercito intero. Essa è la storia di tante battaglie – interiori – quanti furono i soldati che vi presero parte (e le lettere ne sono testimonianza fedele). Essa è la battaglia di un altro uomo, Paulus, incapace di scardinare, finanche nel momento più buio, quel senso di devozione verso Hitler che difatti condannò l’intera Armata. Ogni storia è più storie, tante quante sono le relazioni e le psicologie messe in gioco nel grande teatro del tempo, e in base a questa certezza dovremmo quindi essere capaci di andare oltre gli schematismi pregiudiziali e semplificanti che le ideologie, e non le vere conoscenze, ci hanno tramandato.


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