NELL’ALBA E NELLA LUCE

I Papi, la guerra e la pace: Pio XII e il radiomessaggio Nell’alba e nella luce.
Auspici di pace giusta e duratura, del 24 dicembre 1941

Eugenio Pacelli, asceso al soglio pontificio col nome di Pio XII, è stato il 260° papa della Chiesa Cattolica Romana. Nato a Roma, il 2 marzo 1876, fu eletto papa nel 1939. Segretario di Stato di Pio XI, tentò, in tutti i modi, di scongiurare la Seconda guerra mondiale. Morì il 9 ottobre 1958.

Il radiomessaggio di Pio XII del 24 dicembre 1941 è conosciuto anche con l’espressione

Il nuovo ordine internazionale.

Il mezzo radiofonico permise al pontefice di comunicare con il mondo intero. Il contenuto, quindi, ancor più che il linguaggio, ne furono, in qualche modo, condizionati. Il radiomessaggio si collocò nel contesto del terribile inverno di una guerra, ormai estesa all’intera Europa, particolarmente violenta e sanguinosa nell’area orientale e balcanica. In una prospettiva di pace e di nuovo ordine internazionale, cinque erano, secondo il pontefice, gli elementi che sarebbero dovuti essere superati: la mortificazione dei diritti dei popoli; l’oppressione delle minoranze nazionali; gli accaparramenti e i monopoli economici; la guerra totale e la corsa agli armamenti e, infine, la persecuzione religiosa.

Il nuovo ordinamento, che tutti i popoli desideravano fosse attuato, dopo le rovine della guerra, si sarebbe dovuto innalzare sulla vetta incrollabile e immutabile della legge morale, manifestata da Dio attraverso l’ordine naturale, da lui scolpita nei cuori degli uomini e la cui osservanza sarebbe dovuta essere promossa dall’opinione pubblica di tutte le Nazioni e di tutti gli Stati, con tale unanimità di voce e di forza, che nessuno potesse più osare di porla in dubbio o attenuarne il vincolo obbligante.

Ecco, desunti dal messaggio del papa, i presupposti essenziali di un ordine internazionale che, assicurando a tutti i popoli una pace giusta e duratura, arrecasse benessere e prosperità. Nel campo di un nuovo ordinamento, fondato sui principi morali, non vi era posto per la lesione della libertà, dell’integrità e della sicurezza di altre Nazioni, qualunque fosse la loro estensione territoriale o la loro capacità di difesa.

Se era inevitabile che i grandi Stati tracciassero il cammino per la costituzione di gruppi economici tra essi e le Nazioni più piccole e deboli, appariva incontestabile il diritto di queste ultime al rispetto della loro libertà nel campo politico, alla efficace custodia di quella neutralità nelle contese fra gli Stati, alla tutela del loro sviluppo economico, poiché soltanto in questo modo avrebbero potuto conseguire adeguatamente il bene comune e il benessere materiale e spirituale dei popoli. Inoltre, in questo nuovo ordinamento, non ci sarebbe stato posto per l’oppressione aperta e subdola delle peculiarità culturali e linguistiche delle minoranze nazionali, per l’impedimento e la contrazione delle loro capacità economiche, per la limitazione o l’abolizione della loro naturale produttività.

Quanto più coscienziosamente l’autorità dello Stato avesse rispettato i diritti delle minoranze, tanto più certamente ed efficacemente avrebbe potuto esigere dai loro membri il leale compimento dei doveri civili, comunicagli altri cittadini. Né avrebbero trovato posto i calcoli egoistici, tendenti ad accaparrarsi le risorse economiche e le materie di uso comune, in modo che le Nazioni meno favorite dalla natura, ne restassero sprovviste.

A tale proposito, si palesava necessario che una soluzione equa a questa questione, decisiva per l’economia del mondo, fosse trovata metodicamente e progressivamente, con le garanzie necessarie, traendo insegnamenti dalle mancanze e dalle omissioni del passato. Se nella pace futura non si fosse affrontata questa questione, sarebbe rimasta, nelle relazioni tra i popoli, la radice del contrasto, che avrebbe portato, inevitabilmente, a nuovi conflitti.
Ancora, non ci sarebbe stato posto, una volta eliminati i più pericolosi focolai di conflitti armati, per una guerra totale, né per una sfrenata corsa agli armamenti. La sciagura di una guerra mondiale, con le sue rovine economiche e sociali e le sue aberrazioni morali, non avrebbe dovuto rovesciarsi sull’umanità per la terza volta.

Per tutelare l’umanità da questo pericolo, sarebbe stato necessario procedere ad una limitazione progressiva e adeguata degli armamenti. Lo squilibrio tra un esagerato armamento degli Stati potenti e il deficiente armamento dei deboli, creava un pericolo per la conservazione della pace tra i popoli e consigliava di scendere ad un ampio e proporzionato limite nella fabbricazione e nel possesso di armi offensive. Infine, nel nuovo ordinamento prospettato dal papa, non ci sarebbe dovuta essere alcuna persecuzione della religione e della Chiesa. Dalla fede in Dio era generata la vigoria morale che investiva tutto il corso della vita.

La fede non rappresentava soltanto una virtù ma era la porta attraverso la quale entravano nell’anima tutte le virtù. La fede era necessaria ai governanti così come ai semplici cittadini, per costruire una nuova Europa e un nuovo mondo, dopo la guerra. Per quanto riguardava le questioni sociali, che, a guerra terminata, si presentarono più acute, Pio XII, così come i suoi predecessori, individuò delle soluzioni le quali, però, avrebbero potuto portare i loro pieni frutti, soltanto se uomini di Stato e popoli, datori di lavoro e operai, fossero stati animati dalla fede in Dio.


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