STORIA DELL’IDEA DEMOCRATICA Pt5

“Kyrios ho demos”

Quando, nella prima metà del II secolo d.C., agli occhi curiosi di un singolare e infaticabile visitatore della Grecia, salito sull’acropoli, apparve sul frontespizio di un palazzo – la Stoa di Zeus – ubicato dietro il portico regio (per la ricostruzione dell’itinerario, N. Robertson, The city center of Achaie Athens,in “Hispania”, 67, 1998, 3, pp. 283-302), un dipinto raffigurante Teseo, presumibilmente questo storico-geografo, Pausania, non dovette interrogarsi troppo a lungo né a fondo sul significato di tale testimonianza pittorica.
In questa opera, risalente, come ci racconta Plinio (Nat. Hist. XXXV, 129), a Eufranore (IV secolo a.C.), l’immagine del mitico eroe ateniese posto fra demos e demokratia allude chiaramente all’origine antichissima della democrazia (meglio, dell’ideologia democratica) ateniese, che anche Isocrate (Panatenaico 12, 131, 148) fa risalire a Teseo, il quale “affidò al popolo il governo della città” (per Erodoto, Storie, VI, 131, 1 e per Aristotele, Ath. Pol. 29, 3, fu Clistene a introdurre la democrazia).

Si sa che la tradizione, iniziata nel V secolo a.C., peraltro contestata da Pausania, addita in Teseo colui che introdusse il regime politico di uguaglianza o, in ogni caso, quella “isonomia” (uguaglianza di fronte alla legge, uguaglianza – nel nostro lessico e contesto, per analogia – dei diritti politici), che va strettamente congiunta col processo di democratizzazione (il che non significa senz’altro con la democrazia).

Di questa tradizione è rimasta visibile traccia, per esempio, nelle Supplici di Euripide (col quale siamo nel cuore del V secolo), quando Teseo obietta all’araldo: “Anzitutto, hai cominciato male il tuo discorso, straniero, cercando qui un tiranno: infatti, la nostra Polis non viene comandata da uno solo, ma è libera. Qui governa il popolo” (Euripide, Supplici vv. 401 ss. e vv. 405 ss.).

Adesso, però, non ci interessa la questione della veridicità di questa tradizione, né quella – pur autentica – sulla originarietà e originalità ellenica, più precisamente ateniese-attica, di questa forma di governo tornata di attualità dopo venticinque secoli nell’Occidente che abbraccia le due sponde dell’Atlantico.

Va invece còlta la distinzione fra demos e demokratia, le due figure maschile e femminile che noi siamo soliti identificare: se la democrazia indica il governo (o autogoverno) del popolo, perché distinguere questo da quella? In realtà, il popolo, come ci testimoniano, per esempio, i cori delle tragedie di Eschilo, di Sofocle, di Euripide (secondo significative gradazioni di importanza) ma, prima ancora, Omero ed Esiodo, è un soggetto politico la cui esistenza non è priva di rilevanza neanche sotto la monarchia o l’oligarchia/aristocrazia: basti pensare, appunto, all’Iliade e all’Odissea.

La sua presenza, infatti, assume già rilievo politico in epoca omerica, quando i guerrieri col clangore dei tamburi esprimono il loro consenso o dissenso alla grande impresa bellica. Troviamo, quindi, il demos là dove, nell’Iliade (II, 204-6), dopo l’intervento di Ulisse “dai molti laccioli” e dal “senno fermo”, che ha cercato di convincere, uno a uno, gli Achei travolti dal disfattismo dopo quasi nove anni di assedio intorno a Troia, questi conclude: “No, non è un bene il comando di molti: uno sia il capo, uno il re, cui diede il figlio di Crono (…) scettro e leggi che agli altri provveda”.
Ebbene, i molti, ahimè, sono rappresentati dal brutto e querulo Tersite che “molte parole sapeva in cuore (…) non ordinate per sparlare dei re” (cfr., Omero, Iliade, II, vv. 213-214. Siamo all’antitesi di quell’uguale diritto di parola da parte di tutti i cittadini tipico della polis democratica).

Concetto che tornerà poi sempre, se, per esempio, pensiamo a quanto fa notare Euripide nelle Supplici (vv. 417 ss.): “Come potrebbe il popolo rettamente guidare la polis, visto che non sa indirizzare bene i suoidiscorsi?” E lo stesso Aristofane, nei Cavalieri fa dire al coro rivolto al demo: “Tu ascolti sempre gli oratori a bocca aperta, anche se sei presente, il tuo spirito è assente” (Aristofane, Cavalieri, vv. 1118-1120 (e demo risponde, per il vero: “È a bella posta che faccio l’idiota”…).

I molti – è implicito il presupposto anti-democratico – non hanno quella saggezza che è appannaggio dei pochi o dell’uno. Anzi, è allo stratega che spetta l’unità di comando in guerra: e, si sa, il comando militare da sempre ha rappresentato il modello originario del comando civile, del governo politico. I molti, insomma, sono solo capaci di criticare in modo demagogico i governanti, non sono capaci né di provvedere a sé stessi né agli altri in genere.

Critica che verrà via via attenuandosi quando, dopo un primo ricambio di classi dirigenti fra il VII e VI secolo a.C., con l’avvento dei nuovi ricchi rivendicanti, nei confronti del ghenos, il diritto di partecipazione politica (se ne nota l’eco sul finire dell’età omerica che Esiodo ne Le opere e i giorni, 11-26, ci descrive quelli che Rousseau, ventiquattro secoli dopo, definirà i vizi della società contrapposti alle virtù della vita solitaria e primitiva: “Il vasaio è geloso del vasaio e il fabbro del fabbro e il medico invidia il medico, il cantore il cantore”.

Si ricordi, ad esempio, Teognide: “La città è la stessa di prima, ma gli abitanti sono cambiati: fino a poco tempo fa questi nuovi arrivati non conoscevano giudizi – dikai –, né leggi – nomoi – , ma con i fianchi cuciti di pelli vivevano fuori dalle città come cervi, e ora questi sono i buoni, o figlio di Polyos, e quelli che prima erano in alto sono ridotti in bassa condizione”), si preparerà il terreno per l’emergere progressivo di quel nuovo soggetto politico, il popolo, appunto, che vediamo testimoniato, quasi passo passo, nell’importanza che sulla scena teatrale viene assumendo il coro nelle tragedie, da Eschilo (si pensi al coro femminile dei Sette a Tebe che rappresenta “tutta la massa popolare, messa in un mucchio dal disprezzo del tiranno aristocratico per la gente imbelle, che non sa di armi e di guerra ed è capace solo di disperare e lamentarsi di fronte alle prove adatte agli uomini forti e valenti”) a Sofocle a Euripide.

“È il popolo che fa andare le navi e ha reso forte la città”, ci dice, a sua volta, lo Pseufo-Senofonte della Athenaion Politheia.

E potremmo continuare.


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