STORIA DELL’IDEA DEMOCRATICA PARTE 1

1. Popolo e re

Con questo articolo principiano una serie di riflessioni sulla storia dell’idea di democrazia, dall’Atene del V sec. a.C. al destino della democrazia nel futuro.

Si racconta, nell’apologo biblico pronunciato dall’alto del monte Garizim da Jotham, l’unico scampato alla strage dei settanta fratelli a opera di Abimelech, che il popolo degli alberi si mosse “per crearsi un re” (Giudici, IX, 8-20).

Dopo aver invano offerto la corona all’ulivo, al fico, alla vite, che non vollero rinunciare alla loro funzione naturale – cioè produrre i frutti – esso si rivolse infine al rovo, pianta infruttifera (per l’uomo), invasiva e pestifera (per le altre): “Se in verità ungete me come vostro re – rispose questi – venite, rifugiatevi nella mia ombra: se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano” (Giudici, IX, 15).

Il rovo rappresenta Abimelech, figlio della concubina di Gedeone, che usurpò il trono e al quale Javhè riservò il castigo, per non morire disonorato a opera di una donna che l’aveva pesantemente ferito al capo, di farsi passare a fil di spada dal proprio scudiero.

Si può a buon diritto definire democratica questa procedura per la scelta del re da parte del popolo delle piante? Ma la corona non designa il governo di uno, in contrapposizione a quello dei molti, cioè alla democrazia, appunto?

Non è difficile intravedere, dietro la vicenda dell’offerta popolare della corona (che potrebbe anche essere da noi interpretata nella prospettiva di un tipo di democrazia plebiscitaria rovesciata), quel patto fra re e cittadini che potrebbe rinviare all’alleanza fra Jahvè e il popolo eletto, ma che, in forme diverse, si ritrova in genere alle origini della società politica nelle fonti anche più antiche, se non arcaiche; patto che viene posto alla base (giustificazionista) dell’autorità politica stessa. Potremmo, più in genere, parlare di teoria ascendente o consensuale del potere che si contrappone a quella discendente, sia essa trascendente (tutto il potere da Dio) o immanente (la tradizione avita alla base del potere legittimo e della sua trasmissione o le personali qualità carismatiche del leader, ecc.). Non pare scorretto, allora, definire la prima teoria come democratica, perché, sulla base dell’uguaglianza e della libertà di tutti i titolari dell’autorità politica – e, dunque, di quella che verrà poi definita “sovranità popolare”, attribuita ai “tutti” del popolo – si procede a una elezione-selezione di colui, o di coloro, a cui si chiede di esercitare il potere, cioè di governare (monarchia o, rispettivamente, aristocrazia o, infine, democrazia, secondo la più nota classificazione ellenica).

Più spesso, si presenta ulteriormente come democratica la procedura stessa, perché prevede un voto (popolare) a maggioranza per questa prima e primaria decisione sulla forma di governo.

Ma se come democratica viene assunta la teoria generale che sta alla base del potere-autorità (cioè del titolo della sovranità), perché lo legittima con il consenso, ben prima, logicamente, che vengano decisi i titolari investiti della funzione di esercitare il potere-autorità e le modalità di questo esercizio della sovranità, è chiaro, allora, che altro è il significato specifico e tecnico di quella forma di governo – cioè di esercizio del potere – che passa sotto il nome di “democrazia” (intesa, quindi, in senso stretto).

Democrazia, dunque, sia come titolarità del potere supremo (quella che nel corso dei secoli verrà definita, appunto, sovranità popolare) sia come esercizio effettivo dello stesso.

In breve: usiamo lo stesso termine – democrazia – sia per indicare quella teoria o dottrina del potere, vòlta a giustificare il fondamento e l’origine (consensuali) del potere-autorità, sia per designare la teoria o dottrina della forma di governo in senso stretto e specifico, con cui si intende l’esercizio del potere (e, dunque, si designano coloro cui tale esercizio è affidato e i modi – le istituzioni, le procedure, le regole corrispondenti – in una parola, il sistema politico). Si tratta di due livelli di riflessione che, pur non antitetici, rivelano diverse fasi di sviluppo intellettuale: il primo rimanda a una prospettiva filosofica e anzi, più precisamente, metafisica, che, ponendosi il problema politico come problema di fondamento, di fondazione, di origine e di fine del potere e dell’autorità, da questa fa derivare più o meno coerentemente i soggetti titolari del potere supremo stesso (Dio, la tradizione dinastica, la leadership carismatica, la comunità, ecc.): questa prospettiva implica contestualmente giudizi di valore (che per la democrazia si identificano con la libertà e l’uguaglianza dei soggetti componenti il popolo); il secondo, invece, opta per una prospettiva scientifica che, da Machiavelli in poi, portando l’attenzione sul fenomeno più vistoso della politica, il potere, di questo studia come – secondo quali leggi e regole – si conquista, si conserva e si perde e a opera di chi e su chi: questa prospettiva, a differenza della precedente (prescrittiva), è descrittiva, proprio perché prescinde (almeno intenzionalmente e tendenzialmente, comunque esplicitamente) da qualunque criterio di valore (che non sia quello politico o della politica – in buona sostanza, del potere inteso tuttavia in senso autoreferenziale). L’epilogo di tale seconda prospettiva si può storicamente trovare, oggi, nelle teorie elitistiche, per le quali chi governa – cioè chi esercita effettivamente il potere – è (ritenuta) sempre una minoranza organizzata rispetto alla maggioranza che subisce in vari modi il comando politico, quale che sia non solo la corrispondente giustificazione o “formula politica”, ma anche la forma di governo – uno, pochi, molti (forma di governo che, così, perde la sua importanza tradizionale). Anche la democrazia, per l’elitismo, è contrassegnata da una minoranza governante, fondata sulla base del consenso popolare. Quest’ultimo, in quanto strumento specifico di legittimazione, viene definito, come accennato, dagli elitisti (più precisamente da Gaetano Mosca, cfr. Teorica dei governi e governo parlamentare, 1884, in Scritti politici di Gaetano Mosca, a cura di G. Sola, vol. I, Utet, Torino, 1982, pp. 226 ss.) “formula politica”, che, in tal modo, prende scientificamente il posto della giustificazione filosofico-metafisica propria della prima prospettiva (riguardante, cioè, la fonte e il fondamento dell’autorità politica) e che noi abbiamo definito “teoria del potere” (la teoria elitistica della democrazia, o elitismo democratico, costituisce, per il vero, da questo punto di vista, un modello misto, perché combina elementi sia delle teorie ascendenti – in quanto si legittima formalmente sulla base del consenso che se ne assume all’origine – sia di quelle discendenti – in quanto è l’élite organizzata che sostanzialmente e di fatto si impone ai governati di cui, autogiustificandosi, esibisce il fondamento e il mandato a governare).

Ritorniamo ora all’episodio biblico. Abbiamo, anzitutto, un “popolo” (quello degli alberi) che “si muove per crearsi un re”: non vi è accennato, ma si può presumere un dibattito in un’assemblea che precede l’offerta della corona. Siamo, comunque, in presenza di una implicita deliberazione, o scelta popolare, in favore della forma di governo monarchica; c’è, quindi, una seconda fase, quella più empirica della ricerca e dell’investitura del soggetto cui affidare l’esercizio del governo.

La democrazia è un termine e un concetto che, nella storia del pensiero politico (e delle istituzioni politiche), assume almeno due – ma, per l’esattezza, vedremo subito, tre – distinti significati.

Dal punto di vista delle teorie che vogliono spiegare il fondamento dell’obbligazione politica (cioè l’obbedienza al comando politico), si possono definire “democratiche” quelle che individuano tale fondamento nel consenso popolare, cioè dei politai, dei cives, dei membri del commune populi, dei cittadini in genere di uno Stato contemporaneo in veste costituzionale: in quanto titolari del potere politico legittimo o “autorità”, sono costoro a scegliere come intendono essere governati e, dunque, le forme di governo. Perciò si parla di teorie ascendenti del potere, perché la giustificazione procede dal basso verso l’alto, in contrapposizione a quelle discendenti, per le quali il fondamento del potere politico procede in senso inverso, dall’alto (dalla divinità, dalla tradizione, dal carisma del capo o leader) verso il basso (questa raffigurazione “alto-basso” – di carattere filosofico-politico – non va confusa con la dinamica in sé del potere che procede sempre dall’alto verso il basso, quale che ne sia la giustificazione, appunto, discendente o ascendente. Non entro qui nell’altro ben noto rapporto che risale a Max Weber, tra capo carismatico e democrazia, nel senso di una elezione “plebiscitaria” a governare e, secondo uno sviluppo dottrinale ulteriore, a “custodire” la costituzione). Da entrambe le prospettive – ascendente o discendente – si possono in linea puramente teorica e astratta ricavare, rispettivamente, le stesse forme di governo, per esempio, nel caso che ci interessa, la democrazia, che, così, può essere giustificata sia dal basso (i titolari della sovranità decidono di esercitare loro stessi, in qualche modo – diretto o delegato – il potere e, quindi, optano per la formula di governo democratica) che dall’alto (per esempio, da Dio, fonte prima dell’autorità, o dalla tradizione, discende quella legge naturale e/o consuetudinaria in base alla quale i membri della società politica hanno deciso, in quanto titolari della sovranità, di autogovernarsi secondo certe modalità; oppure – per tipizzare un altro possibile modello – Javhè, mettendosi in qualche modo sul piede di parità col popolo eletto, stipula con questo un patto di alleanza, cui peraltro, nel caso concreto, non pare di per sé congeniale un monarca che si frapponga tra le due parti contraenti, avendo Javhè stesso rivendicato la guida del popolo eletto).

Con la teoria delle forme di governo siamo, quindi, entrati in un altro ordine di riflessione, che potremmo definire tecnico-istituzionale e che riguarda, appunto, sia i soggetti chiamati a governare, secondo la più tradizionale classificazione (l’uno – monarchia – i pochi – aristocrazia – i molti – democrazia) fondata, però, su un criterio “quantitativo”, sia i modi con cui e in base a cui governare (principato o repubblica, secondo Machiavelli; dispotismo, cioè governo arbitrario dell’uno, monarchia, governo dell’uno secondo e sotto la legge, repubblica, governo dei più, pochi o molti che siano, sotto la legge), tipo di classificazione, questo, fondato su un criterio invece “qualitativo”.

Ma anche nella prima più antica classificazione, molti pensatori distinguono fra governo buono – cioè secondo la legge e/o mirato al bene comune – e cattivo – cioè arbitrario e/o proteso al bene particolare o di parte e non secondo la legge (che è imparziale e di fronte a cui tutti sono uguali) – dell’uno, dei pochi, dei molti.

Ed è questo il terzo significato generale accennato (valutativo). Infatti, per quel che ci interessa, in queste classificazioni incontriamo tre volte la democrazia: come titolarità del potere politico sovrano dei molti o tutti (sovranità popolare); come governo – cioè esercizio del potere – sotto la legge o “buono”; infine (secondo la tradizione classica riprodotta nell’età moderna), come governo autoritario o tirannico o dispotico o demagogico di molti o tutti (in questa forma “cattiva” rientra, infatti, anche la tirannide, o dispotismo, della maggioranza popolare o democratica).

Nel secondo caso, poi, cioè nella forma di governo secondo e sotto la legge, in cui, nell’esempio che ci interessa, tutti obbediscono alle leggi, ordinarie e fondamentali, che loro stessi si impongono e/o a quelle che ricevono dalla tradizione (nel caso di costituzione non scritta), ci imbattiamo in una quarta forma di governo, quella appunto “temperata” o “moderata” (nella prospettiva qualitativa o del “come” si governa) perché tutta regolata dal moderamen della legge, da cui il potere – e, dunque, con esso l’insieme dei governanti – è limitato (la legge, infatti, trattando tutti come uguali ed essendo uguale per tutti ordina secondo l’interesse generale e in generale, perciò secondo giustizia e non in base all’arbitrio o anche dall’interesse particolare e particolaristico, dell’uno dei pochi o dei molti che siano).

Tale forma, in quanto si presenta (rispetto alla prospettiva quantitativa, cioè di chi governa) quale autentico governo di tutti, cioè dell’uno, dei pochi, dei molti o “tutti”, insieme presi, in coerenza con le varie parti politiche e sociali (o almeno di due fra le tre), convenzionalmente con le tre (o due, almeno) “parti” della società politica (e, dunque, del “popolo” in senso pregnante e universale, cioè come universitas), viene per lo più presentata come combinazione delle tre (o, almeno, due) forme di governo (o degli elementi buoni di ciascuna) e perciò si definisce forma mista. In essa, i molti o tutti insieme presi non sono più considerati come “parte” (per esempio, i poveri rispetto ai ricchi, la plebe rispetto ai patrizi, il popolo minuto rispetto al popolo grasso, il cittadino censitario rispetto a quello che non paga i tributi, e così via) che delibera in base al proprio interesse particolare (anche se questo sia dei “molti” o “tutti” ma pur sempre come “parte”), bensì come “totalità” o “universalità” (articolata in poteri e organi “rappresentativi” delle tre – o, almeno, due – parti o ordini – uno, pochi, molti), come quella res pubblica che è la res populi, secondo la definizione ciceroniana (Cicerone, De re publica,I, 39 1): e, non a caso, Roma, col suo sistema “patrizio-plebeo” rappresentato emblematicamente nel Senatus Populusque Romanus – e, dunque, misto – costituisce la culla di quella tradizione repubblicana che, oggi (dalla rivoluzione nordamericana in qua, ma già dall’età umanistico-rinascimentale: si pensi per tutti a Machiavelli), si è saldata su quella della democrazia ellenica nel modello moderno-contemporaneo di democrazia.

E, comunque, dal punto di vista della genesi e del concetto – e, naturalmente, dell’originaria esperienza – demokratia (a differenza di isonomia secondo una interpretazione autorevole) esprime nella storia greca (e nel pensiero greco) la presa del potere del popolo come parte che si afferma con la forza nella lotta politica: solo successivamente (dopo gli eventi ateniesi del 462-1 a.C., l’assassinio di Efialte e l’ostracismo di Cimone) passa a designare l’ordinamento costituzionale.

Ribadiamo e ricapitoliamo.

La democrazia, in tale triplice schema (o modello ideale in senso scientifico), appare, dunque, secondo questa sequenza: come teoria del (fondamento della titolarità del) potere, a indicare la sovranità popolare; come teoria del governo (esercizio del potere) fondata sul soggetto popolare, e cioè come il governo dei tutti, dei molti, dei poveri, dei produttori-lavoratori, dei cittadini; infine, come teoria del governo fondata sulla legalità e sulla legge e a esse sottoposto, caratterizzato dalla partecipazione, non solo legittima ma legale, cioè sotto la legge, dei cittadini della repubblica, cittadini che sono liberi e uguali (nel senso di tutti liberi e uguali; altrimenti siamo nella repubblica aristocratica dove tali sono solo i pochi) e che – qui lo schema diventa quadruplice – governano nella duplice combinazione (o forma mista) delle diverse parti (sociali e politiche) e dei diversi poteri.

Sicché si potrebbe, dalla prospettiva della duplice (anzi triplice o addirittura quadruplice) classificazione, definire la democrazia, secondo una prima generalizzazione, come quella forma di governo repubblicana, fondata sul principio della sovranità popolare (primo significato) e consistente nella partecipazione (in qualche modo o forma) di tutti i cittadini, uguali e liberi – dunque nella partecipazione libera e eguale dei cittadini in quanto singoli e in quanto parti – all’esercizio attraverso il voto libero, uguale, periodico (esercizio da intendere anche nella semplice forma del controllo) del potere sotto la legge, cioè limitato dalla legge.

A sua volta, la legge può assumere due significati: come legge impressa da Dio nella natura umana o come legge fatta dagli uomini. In questo secondo caso, sono gli stessi uomini che governano ad autolimitare con la legge (di cui sono autori) l’esercizio del potere da loro stessi gestito: la democrazia diventa qui (sempre secondo questo modello ideale) governo delle leggi per eccellenza (ma è un’eccellenza “ideale”, tenendo sempre presente e valida l’affermazione di Tito Livio – Storia di Roma II, 1 – secondi cui “imperia legum potentiora quam hominum”).

Per concludere: mentre il presupposto (etico) della democrazia sta nel principio (e valore) della libertà e dell’uguaglianza, cioè nel principio (ideale) dell’uguale libertà dei “tutti” – princìpi e valori che subito illustrerò – il suo carattere istituzionalmente saliente si può (formalmente) individuare nel principio consensuale di legittimità e legalità (ma si tratta di due elementi strettamente connessi: il principio tecnico-consensuale deriva, filosoficamente, dal titolare del consenso, cioè dai cittadini e/o uomini, tutti egualmente liberi, come preciserò tra poco).

È da questo (quale principio sia generale che specifico di legittimità e di legalità) che derivano, poi, gli altri riguardanti: il libero e previo dibattito preposto alle deliberazioni (siano prese direttamente e/o dai rappresentanti; dibattito, in ogni caso, non solo istituzionale in senso stretto, perché comunque giocato nella pubblica opinione), l’elettività delle cariche, la loro periodicità, la responsabilità e la responsività, per cui si deve sia render conto dell’operato sia tener conto del consenso (cioè di quanto esso via via richiede), ancora, il ricambio o alternanza al governo, ecc.

Voglio, a questo punto, precisare un concetto. L’essenza della democrazia consiste nell’elettività popolare (quando non, secondo una interpretazione letterale dell’uguaglianza, nell’estrazione a sorte) delle cariche politiche e, contestualmente, nel controllo (popolare) del loro esercizio – cioè, in concreto, dell’operato dei rispettivi titolari che le esercitano – nelle forme e secondo le procedure accennate: è questo il principio di legittimazione specifico della democrazia. Ma, poiché il presupposto di questa forma di governo risiede in quel principio generale di legittimazione della sovranità popolare (a sua volta, una specie delle teorie ascendenti del potere) a cui spetta la scelta delle forme di governo, si può a buon diritto sostenere che nella democrazia il più generale principio di legittimazione dell’obbligazione politica tende, idealmente, se non proprio a coincidere, in ogni caso a convergere con quello specifico, nel senso, cioè, della coerenza intrinseca fra titolarità ed esercizio del potere sovrano.

Insomma, pure astrattamente potendosi ipotizzare una democrazia “ottriata”, ossia concessa dall’alto, ciò storicamente per lo più non si verifica, perché, nella realtà, la democrazia non viene mai o quasi mai concessa, ma per l’esattezza viene sempre richiesta, esatta e quasi sempre strappata (è il tema della rivoluzione democratica): e, dunque, la richiesta dal basso, o popolare, della democrazia è già espressione di una sovranità popolare quand’anche implicita o latente (il popolo che, come affermano i manifesti delle prime rivoluzioni democratiche moderne, si riappropria dell’autorità o sovranità). Il titolare del potere tradizionale che pare concederla, in realtà è costretto a concederla e, se è costretto (dalla pubblica opinione o dalla forza tout courtdei “molti” o “tutti”), dunque non è più effettualmente e sostanzialmente titolare o, nel migliore dei casi, è titolare puramente nominale ma contestato dal dissenso popolare; allora, è il consenso popolare – sotto forma di dissenso verso il potere stabilito tradizionalmente – l’effettivo albero motore o la vera sorgente della forma democratica di potere.

Tutto ciò va tenuto presente perché, nonostante la grande diversità di contesto storico che caratterizza la democrazia degli antichi – protesi costantemente alla ricerca della stabilità politica – rispetto a quella dei moderni – cui è familiare invece il mutamento – la democrazia è sempre preceduta e/o accompagnata da una presa non pacifica del potere, si tratti pure di quella rivoluzione istituzionale che, tuttavia, è pur preparata da quella civile, sociale ed economica. Questo non significa sostenere la natura “rivoluzionaria” tout court della democrazia: essa appare – ma soprattutto è teorizzata – tale nell’età moderna e contemporanea, caratterizzata dallo “spirito” di mutamento e di innovazione, mentre la democrazia antica, pur quando (ciò che avviene di regola) si stabilisce attraverso un cambiamento violento – istituzionale e/o economico-sociale – obbedisce sempre (in dottrina) al criterio/valore della stabilità (e se, quale “democrazia reale”, non vi obbedisce di fatto, viene criticata dagli intellettuali contemporanei, da Platone in poi, soprattutto e proprio in ragione della sua instabilità, precarietà, anarchismo endemico).

Non mancano gli esempi a conferma di queste distinzioni – in particolare di quella fra i due principali significati del termine – che non sono di scarsa portata, ma rimandano ai princìpi e valori, da una parte, e a istituzioni e regole del gioco, dall’altra, che insieme (quelli e queste) ci offrono un concetto integrato di democrazia.


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