IL VIAGGIO, Ventesima puntata

Roma, Ottobre 43. Due uomini decidono di intraprendere un viaggio per tornare al loro paese in Umbria. E’ tempo di guerra, gli alleati risalgono da sud, i tedeschi invadono da nord. Nasce la Repubblica di Salò, il viaggio presenta insidie.

Ventesima Puntata: La terza notte del viaggio

Loro, pur non parlandosi, sentirono tutti la non urgenza dell’acquisto, che avrebbe significato andarsene subito dopo, e non ci stava con il desiderio di prolungare quella sosta. C’entrava la bellezza della donna, certamente. Non perché avesse fatto intravedere loro, programmi malandrini: No! Più semplicemente volevano, se possibile, prolungare il piacere di quella visione di bellezza. Lei si era rivolta a loro con tale innocente gentilezza che il gesto di comprare, pagare e andarsene appariva come cosa mal fatta. Era bella sì, ma oltre quello, era donna sola con due figli: quasi avvertivano l’impulso di offrire protezione, fosse solo di gesti e parole e di un po’ del loro tempo.

Così ripresero il discorso interrotto con il figlio al suo apparire e raccontarono di loro, al chiedere di lei da dove venissero e dove fossero diretti. Parlarono delle famiglie, quasi a significare che erano persone per bene e che non aveva nulla a temere: così era. Ciò nonostante nel parlare e nel suo muoversi dietro il bancone, lei lanciava, non voluti, inevitabili messaggi erotici, che mettevano a dura prova i sensi e gli ormoni adolescenziali di Davide. Dunque il ragazzo rivolgeva altrove mente ed occhi per placare l’ardore che urgeva nel corpo. Lei raccontò del marito che si trovava in Russia, e di cui non aveva più notizie da qualche mese.

L’avevano arruolato nel luglio dell’anno precedente, destinazione, da quello che lui scrisse alcune settimane dopo, la parte meridionale del fronte russo sul fiume Don. Poi dal gennaio dell’anno in corso, le notizie avevano cominciato ad essere meno frequenti, fino ad interrompersi del tutto da qualche mese a quella parte. Era preoccupata, non lo faceva vedere ai figli, ma era preoccupata. Per lui e anche per loro.

Non sapeva come sarebbero potuti andare avanti senza. Ora e in futuro se, Dio non volesse, gli fosse accaduto qualcosa. Erano soli, i genitori di lei, anziani, abitavano in paese ma avevano loro bisogno, non potevano darle sostegno di nessun tipo, oltre la vicinanza affettiva. Il marito era originario di un paese vicino, e non buoni erano i rapporti con i parenti che non l’avevano mai vista di buon occhio. Dunque sperava solo nell’aiuto del Signore e della Madonna a cui si raccomandava ogni giorno. Ma buone notizie dal fronte di guerra non venivano. Anzi si sentiva parlare da qualcuno del posto, che dichiarava di conoscere le cose di Russia e dell’andamento della guerra, per via di relazioni che intratteneva con importanti personalità a Roma, che le cose non andavano bene, soprattutto in Russia. A quelle parole Zeno fu mosso da un sentimento di pietà per la donna.

Sapeva che le truppe italiane a gennaio avevano iniziato la grande ritirata, che si era conclusa a marzo. Dei sessantamila uomini dell’armata italiana ne erano tornati ventimila, circa un terzo. Gli altri dispersi nella grande pianura russa, chi morto congelato, o ucciso dai russi, chi accolto nelle case della popolazione locale, chi prigioniero nei campi di concentramento. Non aiuti dalla patria per i sopravvissuti in cattività. Si raccontò che fu contattato Togliatti, allora influente personalità politica a Mosca. I malevoli riferirono che lui rispondesse così: non farò niente per soldati di un esercito invasore fascista. Non dovevano essere qui! Altri più benevoli dissero che non poteva fare niente. Chi riuscì a tornare fu testimone di cose terrificanti riguardo alla ritirata a piedi nella neve.

La nostra propaganda aveva esaltato gli atti di coraggio delle nostre truppe: il sacrificio degli alpini che si immolarono per consentire la ritirata al grosso delle truppe; o l’eroismo del generale Reverberi con i suoi a Nikolajevka, quando riuscì ad aprire un varco tra le truppe sovietiche che avevano bloccato la via della ritirata; e ancor più l’impresa del 42’ a Isbuscenskij, dove il Savoia Cavalleria caricò i russi al grido Savoia !!: sbaragliandoli. Ma le celebrazioni furono sottotono in un momento in cui appariva chiaro che si stava perdendo la guerra. Zeno pensò al fratello Alceste morto in Grecia l’anno prima, e quel sacrifico aveva consentito a lui il rientro in patria dall’Albania, dove era stato mandato come carrista, anche lui destinato al fronte greco.

La fede socialista insieme agli avvenimenti che lo avevano coinvolto o di cui aveva notizia, lo confermava nel pensiero dell’assurdità di quel conflitto con la disfatta e la rovina che ne erano seguiti. Comprese che agli uomini giovani come lui, scampati alla morte o alle menomazioni fisiche, sarebbe spettato il compito di ricostruire l’Italia. Immaginava che poi non sarebbe stato nulla come prima. Ci sarebbe stato spazio per lui e gente come lui, un riscatto delle classi popolari dei lavoratori e dei contadini sotto l’insegna, sperava, del socialismo. Per intanto si trattava di portare a casa la pelle e poi vedere come si sarebbero svolte le cose.

Nel frattempo erano arrivati due clienti, loro si erano fatti da parte, seduti intorno ad un tavolinetto in un angolo del negozio. Parlarono tra loro sulle cose da comperare per il viaggio. Considerarono anche, se fosse il caso di riprendere il cammino o fermarsi nel paese per la notte. Ormai era pomeriggio inoltrato, c’era ancora luce, ma tra non molto sarebbe tramontato il sole. Avevano avuto in animo di arrivare al valico, ma una volta lì, si sarebbero dovuti fermare, non potevano proseguire nella discesa per Spoleto al buio, di notte. Ora in quel paese avrebbero potuto cercato un alloggio, magari presso quella donna, o comunque chiedendo a lei dove. Decisero a quel modo anche se Silvio aveva fatto notare che lui se la sarebbe sentita di camminare ancora. Però gli dissero di considerare che oltre il resto, la strada sino al valico sarebbe stata in salita, dunque non agevole, in particolare per lui, dopo tutte quelle ore di cammino, da quando, il mattino, erano partiti dalla stazione di Narni. I sopraggiunti clienti, comprate due cose se n’erano andati, ed ora la donna era di nuovo libera e disponibile. Le chiesero di preparare dei viveri da portare via, individuandoli tra quelli esposte nel bancone.

Lei aggiunse del pane che teneva in casa, del formaggio e come cosa non richiesta, al modo di un regalo, un dolce tipico di Terni, il “pan pepato”, di cui era rimasto un pezzo. Avevano continuato a parlare della guerra, della difficoltà di tirare avanti per le famiglie, a causa delle restrizioni alimentari e di tutti gli altri generi che occorrevano per vivere. Il presente e l’immediato futuro erano certamente foschi, con gli alleati che avanzavano, e i tedeschi che continuavano a scendere dal Brennero. Gli italiani in età d’armi: chi imboscato, chi arruolato tra le truppe dei fascisti irriducibili, chi fattosi partigiano, schierato con i passati nemici. Loro, i partigiani, consapevoli di essere dalla parte vincente del conflitto, che aveva contrapposto le democrazie occidentali e il paese dei soviet ai governi dittatoriali d’Europa: Germania e Italia in primis, con gli altri stati aggregatisi compresa la Francia sconfitta. La Russia era la variabile, nel senso di una dittatura schierata con le democrazie.

Ma per vincere la Germania e i suoi alleati si erano messi tutti insieme e rimandato al poi l’emergere delle differenze. Sta di fatto che in Italia gli irriducibili avversari del fascismo della prima ora stavano venendo fuori, e dietro loro le fila si andavano ingrossando, mano a mano che l’avanzata alleata progrediva, e il destino finale della guerra appariva sempre più segnato. La donna seguiva e partecipava a quei discorsi degli uomini con atteggiamento mesto. Lei non sapeva di politica, ascoltava, ma quel parlare le procurava una stretta al cuore, un malessere, che veniva dalla preoccupazione del marito in Russia, insieme al pensiero della famiglia da tirare avanti. Fuori si era fatto scuro, e ormai era l’ora della chiusura del negozio.

Lei non disse nulla ma nell’atteggiamento qualcosa tradiva un’impazienza. Loro se ne avvidero e avendo ormai preso la decisione di rimanere in paese, le comunicarono la cosa, chiedendole se potesse indicare un posto dove passare la notte. Lei rispose che in paese non c’erano alloggi, e non sapeva come avrebbe potuto aiutarli. Certamente non poteva ospitarli a casa per un problema di spazio e anche per la convenienza. I paesani avrebbero avuto qualcosa di cui sparlare. Immaginava i parenti del marito, se fossero venuti a conoscenza della cosa. Rimase in silenzio per un po’, poi disse che se si accontentavano, c’era dietro la casa, verso la campagna, non visibile dal paese, una rimessa. Sopra, un piano adibito a fienile al quale si accedeva con una scala. Era tutto coperto da pareti eccettuato sul davanti dove era aperto.

Vi avrebbero potuto passare la notte visto che non faceva ancora freddo e con qualcosa con cui coprirsi sarebbero stati bene. Loro si consultarono, ma non a lungo e ringraziarono grati, aggiungendo che oltre alle provviste avrebbero pagato il disturbo del pernottamento. Solo che, aggiunse la donna, non dovevano farsi vedere per il motivo delle chiacchiere. Dunque, usciti dal negozio, che riprendessero la strada per il valico e poi deviassero per la campagna e da lì avrebbero potuto raggiungere il fienile. Presa la decisione vollero subito regolare i conti in modo che il mattino, svegliatisi alla prima luce, sarebbero partiti, non visti. La donna si schernì ma accolse con gioia il denaro che Silvio, fatto un rapido conto, decise fosse il giusto pagamento, calcolato all’eccesso come ringraziamento per la gentilezza della donna.

Continua …

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