VECCHIE CANZONI

«Estate / Sei calda come i baci che ho perduto / Sei piena di un amore ch’è passato…» cantava Bruno Martino nel 1960. Ed è da questa languida recriminazione che si parte per una ricognizione musicale di estati diverse dalle attuali.

Tanto per cominciare, oggi una rassegna di successi melodici vacanzieri non potrebbe intitolarsi Un disco per l’estate, perché i 45 giri sono scomparsi. Un MP4 per l’estate suona male. Le stagioni del tempo a microsolchi sono finite, non a causa del passaggio dal vinile al digitale, ma della perdita di un talento compositivo imploso nel contrarsi della società italiana verso l’iperconsumismo che diviene addirittura culto con la crisi: uscire da quest’ultima significherebbe non ritrovare l’equilibrio tra la lavoro e salari bensì poter tornare alle spese superflue di beni destinati a durare pochissimo. Spariscono i contenuti delle canzoni: sentimenti, legami affettivi, ricordi, struggimenti, slanci ideali, gelosie, delusioni, solitudini, separazioni. Quando tutto diventa un blob non resta alcunché da raccontare nei tre o quattro minuti di strofe e ritornello.

Per la gente comune, giovane e non, quelle estati fa c’erano spiagge risonanti di juke-box sintonizzati sui bassi, da dove venivano le voci, fra gli altri, di Françoise Hardy, di Umberto Bindi, di Fred Bongusto, e poi dei Camaleonti, dei Dik Dik, di Sandie Shaw, la cantante scalza, di Petula Clark, di Mina, fino ai Matia Bazar, ai Cugini di Campagna, agli Alunni del Sole, a Gianni Nazzaro e ai mitici Al Bano e Romina Power. La canzone stagionale estiva era la sintesi musicale di umori che pervadevano un intero Paese. Nella vicina Francia succedeva di più. Claude Lelouch si faceva le ossa da regista dirigendo gli “scopetones”, filmati con protagonisti gli interpreti dei brani più ascoltati che li cantavano dinanzi all’obiettivo. Gli antecedenti dei videoclip.

Nei microsolchi giravano implicazioni da grande romanzo. Valga per tutti la versione italiana di A Whiter Shade of Pale, considerata la canzone più bella del XX secolo, Senza luce, scritta non a caso da Mogol, il cantore della virile disperazione. Un uomo si attarda al bar per scolare l’ultimo bicchiere di una sbronza da tragedia sentimentale. Lei l’ha lasciato e lui non si dà pace. Esce nella notte, una notte urbana ancora silenziosa e priva del sabba attuale di movidas, cammina incontro a una passeggiatrice e cerca nella mano della donna un succedaneo dell’amore perduto. Questa è letteratura.

La genesi di Senza luce la ricorda Pietruccio Montalbetti dei Dik Dick nella sua autobiografia, I ragazzi della via Stendhal: «Una sera, entrando in un american bar, sentii un disco che mi diede i brividi. Una melodia bellissima e suggestiva, sorretta da un fraseggio all’Hammond che ricordava molto la musica di Bach, un’alchimia tutta nuova che stava fra il classico e il moderno. Mi avvicinai al proprietario e chiesi lumi, e lui mi illuminò: “È un disco appena uscito in Inghilterra, l’ho comprato la settimana scorsa a Londra. (…) Mi attaccai immediatamente al telefono e raccontai di questa cosa a Mogolo, con un tale entusiasmo che lui spedì seduta stante qualcuno a recuperare il disco a Lugano. Io avevo già deciso: volevo incidere quel brano in italiano».

In italiano, chiaro? Era l’appropriazione transconfinaria di un prodotto dell’ingegno, per usare la terminologia della SIAE, che ne determinava anche una nuova collocazione culturale. Nella swinging London stracolma di capelloni e sballati da LSD, A Whiter Shade of Pale apparteneva al pop elettronico, con parole stralunate da ebbrezza alcolica quasi tossica. Nell’Italia dell’estate 1967 diveniva un canto d’amore notturno dagli echi leopardiani.

Già, perché a volte la canzone estiva era un prolungamento della tradizione poetica, della letteratura antologica, nella quale oggi del resto si trova anche De André. Un tale status viene riconosciuto dal linguista Tullio De Mauro nella prefazione di “Storia della canzone italiana”, di Gianni Borgna: «Ebbene, fin dagli anni fra le due guerre, vent’anni prima della televisione, anche in luoghi dove il cinema era di là da venire e c’era sì e non qualche apparecchio radio, le canzonette hanno fatto da pattuglia avanzata per fissare la conoscenza e l’uso della lingua e della cultura comune, e spesso nuova, che la lingua implicava».

La koyné che sarebbe stata distrutta dalla frammentazione individualistica del riflusso aveva un forte collante nelle canzoni del momento, quelle che si stampavano nel cervello perfino con lo spiacevole effetto che in tedesco si chiama ohrwurm, baco dell’orecchio, in inglese earworm. Il ripetersi delle parole e della musica, comunque, finiva per non risultare ossessivo. Era il rimando perpetuo alla situazione personale o collettiva. Con le pinne, il fucile e gli occhiali, si andava tutti al mare, anche con i residui postfascisti dei treni balneari di Mussolini. Che confusione, sarà perché ti amo, anima mia, torna a casa tua, acqua di mare negli occhi miei, ecc., in un susseguirsi melodico che non distorce mai nella cacofonia. È la partitura di una società, quella italiana, che si apre a sorti magnifiche e progressive. Nicoletta Strambelli da Venezia, in arte Patty Pravo, classe 1948 ricorda nella sua autobiografia Ti cambio io la vita che…: «…fu anche l’anno della Costituzione, che vuol dire libertà, e forse è a questo concetto che mi trovo più vicina. Libertà di esprimersi, di inventare strade nuove, o quantomeno la propria». La sua aveva un titolo, La bambola, e un incipit: «Tu mi fai girar, tu mi fai girar, come fossi una bambola», che segnò l’estate di quel fatidico 1968.

Poi, il 20 febbraio 1979, sul “Corriere della Sera” viene pubblicato un editoriale di Giuliano Zincone intitolato “Orfani”. Voleva designare la generazione venuta dopo il. Ne seguì il riflusso, che dal disimpegno ideologico degenerò presto in edonismo, senza il supporto economico di un vero Paese ricco. L’Italia, per quanto potenza industriale, rimaneva ecumenica, provinciale, controllata, ancora priva dei centri commerciali degli Stati Uniti, come quello elevato a metafora della decomposizione nel film “Zombie”, di George A. Romero, uscito un anno prima. Fu in quel periodo che le canzonette cominciarono a regredire per testi e armonie. Si scisse il binomio vincente del decennio trascorso, Mogol-Battisti. Il secondo preferì la fraseologia ermetica di Panella alle disperate, liriche e inimitabili narrazioni di Rapetti. Da Milano, Jo Squillo invocava: «Violentami! Violentami, nel metrò!» in un’imitazione degli scenari portati sul grande schermo da Walter Hill con I guerrieri della notte, sempre del 1979.


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