IL VIAGGIO 14ESIMA PUNTATA

ALLA STAZIONE DI NARNI SCALO

Dopo aver consumato il pasto residuo del giorno, si sistemarono sulle due panchine per il riposo notturno. Chi steso, chi semi-seduto, occuparono lo spazio disponibile, coperti con i loro pastrani. Con il buio era sceso su di loro un freddo umido. Ne soffrì Silvio più degli altri. Le sue ossa e articolazioni, provate da anni di lavoro nei cantieri, ne avevano pagato lo scotto, ed ora in età matura reclamavano riposi più accorti, che quella nuda panchina non garantiva. Ma così era, per quella notte e forse altre ancora. Passò qualche treno nelle ore sempre più buie che seguirono, nessuno di questi fece sosta nella stazione, forse erano treni militari. Loro nel dormiveglia non si mossero al loro passaggio, scommisero che non si sarebbero fermati ed ebbero ragione. La stazione appariva deserta e buia all’infuori di un cabinotto che sporgeva dal resto dell’edificio, in direzione delle rotaie, forse per averne una visione migliore. Lì era sistemato l’addetto al controllo, e lì la luce rimase sempre accesa, ma nessuno ne uscì. Il cielo a tratti mandava giù una pioggerellina ottobrina che condensava l’umidità dell’aria ed era piacevole a sentirsi, per chi come loro non era caduto in un sonno profondo e continuava in quel dormiveglia a percepire quello che i sensi trasmettevano. Quello stato di sonno-veglia mescolava percezioni sensoriali con pensieri ed immagini che si accavallavano nella mente. Ricordi, paure, ragionamenti appena abbozzati senza una conclusione. Era la coscienza obnubilata dal sonno, ma ancor desta, che si muoveva in libertà senza la gabbia della ragione, e così i sogni si mescolavano con le immagini della giornata trascorsa, le aspettative del domani, i volti delle persone care. Si facevano sentire anche gli ormoni maschili che si esprimevano con diversa intensità, in relazione all’età dei tre. Inibiti durante il giorno, aspettavano l’appuntamento con la notte per pungolare la carne e prepararla in un’atmosfera mielosa alle esigenze della conservazione della specie. Proponevano le sembianze delle donne amate, ma più subdolamente e spesso con più efficacia quelle delle ragazze dei casini che con diversa frequenza tutti avevano frequentato. Sublime mistificazione della natura che incoraggia con il piacere il perseguimento del fine. Ma il mezzo tende a diventare predominante rispetto all’obbiettivo, sino progressivamente ad oscurarlo. Accade nelle civiltà evolute dove il mezzo finisce per soppiantare del tutto il fine, diventa assoluto, concluso in sé stesso. Il fine che la natura aveva stabilito viene rimosso. Lo si vede nel declino dei grandi imperi della storia, con la popolazione sempre più anziana, infiacchita dal benessere e dai piaceri, e bassa natalità. Alla fine inevitabile preda della forza vitale di popoli nascenti. Così trascorse la notte nel riposo agitato da pensieri e immagini che l’oblio sconfitto non riusciva a mascherare.

Poi il cielo prese lentamente ad illuminarsi, e con loro anche la stazione sembrò svegliarsi se pur ancora deserta. Si alzarono dalle panchine e si accinsero ad affrontare la nuova giornata sotto un cielo diventato sereno. Prima che arrivasse gente si diressero verso la fine dell’edificio, presso una fontanella ai piedi di un pino e vicino al casotto dov’era la turca. Fecero i loro bisogni, si rassettarono i capelli, ci fu anche tempo per sbarbarsi. Poi uscirono dalla stazione per mettere uno iato tra loro della notte e quelli del mattino, come gente nuova che, uscita di casa, si recava alla stazione a prendere un treno, o ad aspettare qualcuno che doveva arrivare.

Entrarono e si informarono dalla gente e dal personale ferroviario sull’orario dei treni diretti ad Ancona. Seppero che avrebbe fatto sosta a Narni scalo il treno delle nove proveniente da Roma. A momenti sarebbe transitato un treno militare proveniente da Nord che traportava soldati e armi dalla Germania verso il fronte nei pressi di Salerno, dove erano sbarcati gli alleati alcune settimane prima. In un angolo della sala d’ingresso della stazione c’era un punto di ristoro. Si serviva al costo di pochi centesimi una bevanda calda che era un surrogato d’orzo, e fette di un ciambellotto fatta in casa. Servi l’uno per riscaldare lo stomaco e l’altro per dare un minimo di energia mattutina, in attesa di trovare qualcosa di più sostanzioso prima di riprendere il viaggio.

Non ci fu tempo per parlare ancora o ragionare sul da farsi, perché il treno militare, con sorpresa di tutti, si fermò. Ne era stato annunciato solo il passaggio e invece dalle carrozze i militari presero a scendere. Loro non riuscirono a guadagnare l’uscita, perché quelli erano già lì, confusi con loro, e l’andarsene in fretta poteva essere cosa non buona. Erano militari tedeschi, insieme a loro anche italiani. Silvio pensò che per quest’ultimi si trattava di coloro che avevano risposto alla leva fatta alcune settimane prima dal maresciallo Graziani che era diventato il ministro della guerra della repubblica di Salò. Loro rimasero lì, confusi in mezzo al clamore delle voci di tutti quegli uomini. I gesti e le parole, se pur di non facile comprensione, sembravano lasciar intendere che la causa della sosta era dovuta al danneggiamento dei binari nei pressi di Orte.

Il treno era riuscito a passare Terni, nonostante il bombardamento del giorno prima, ma forse nel loro avvicinarsi alla città gli aerei americani avevano colpito la linea ferrata a sud di Narni, ed ecco la ragione di quella sosta. Però i nostri ricordavano dei treni passati durante la notte, dunque doveva trattarsi di una causa, bombardamento o altro, occorso nel mattino. Comunque fosse, i ferrovieri della stazione, parlando con i soldati italiani che chiedevano, dissero di aver avuto comunicazione che i lavori di riparazione erano a buon punto e dunque tra breve sarebbero potuti ripartire. Tra i volti dei tanti che affollavano la sala d’attesa della stazione, a Zeno parve di riconoscere in divisa uno del paese, di Sigillo. Lo chiamò: “ Emilioooo”.

Questi, udita la voce, cercò con lo sguardo, ed individuato il viso amico, si diresse verso di lui, agitando la mano in segno di gioia e arrivato, si abbracciarono. Poi parlarono e si chiesero l’un l’altro cose del paese, delle famiglie, di loro stessi. La famiglia di Emilio era la più in vista del paese, in quanto a fede fascista. Un’adesione entusiasta e assoluta sin dalla prima ora del regime. Ne ebbero qualche piccolo tornaconto di potere ma non più di tanto, data la povertà del paese e la semplicità della vita. Avevano un commercio di alimentari sulla piazza, e quel commercio dava sostentamento ad una numerosa famiglia, costituita da due fratelli con la loro discendenza diretta. Uno dei due aveva un soprannome in paese: Stagnino.

Questi aveva una fama un po’ sinistra perché dicevano che era una sorta di mago o stregone, al quale ci si rivolgeva per leggere il futuro o comunicare con parenti oltre-oceano. Raccontavano di poteri incredibili, come di quella volta che operò una trasmigrazione entrando in un gatto nero, che in una città della Pennsylvania vide la persona per la quale era stata richiesta la sua opera. E Stagnino potette comunicare alla donna richiedente che l’uomo era vivo, stava bene, lo aveva trovato in un bar con amici e che presto sarebbe tornato in Italia in famiglia. Favoleggiavano di un libro che lui teneva sempre con sé e che veniva raccontato con il nome di “libro del comando”, dove lui attingeva i segreti del suo potere, che gli consentivano di dare risposte a coloro che richiedevano il suo intervento magico.

Questa cosa, probabilmente più dell’appartenenza al partito fascista, conferiva a lui e alla famiglia un potere legato al timore che i possessori di poteri occulti esercitano sulla gente semplice. Emilio ragguagliò Zeno sui parenti, di cui alcuni comuni, raccontò che una settimana prima era scattata la leva militare e lui era tra i coscritti. Altri coetanei si erano dati alla macchia, lui non se l’era sentita per la fede politica e per non dare un dispiacere al padre e allo zio, che non avrebbero accettato quella scelta, per la quale esisteva una sola parola: diserzione.

Non disse altro, ma Zeno ebbe l’impressione che se fosse dipeso soltanto da Emilio, la scelta di arruolarsi non sarebbe stata così tetragona. Lasciato Sigillo aveva raggiunto il distretto militare a Perugia. Lì, insieme ad altri, lo avevano aggregato ad una divisione tedesca, in attesa di destinarlo alla Monte Rosa, una divisione che il Duce stava costituendo in terra di Germania con coloro che avevano scelto di aderire alla Repubblica di Salò. Per intanto quel giorno indossava la divisa delle SS italiane, e non appariva che la esibisse come l’assolutezza di quella sigla avrebbe preteso.

Zeno lo presentò allo zio Silvio, che non conosceva quel ragazzo, ma invece bene la famiglia, con la quale non correva buon sangue per via di appartenenze politiche, e delle quali si augurava che Emilio non fosse a conoscenza. La presenza di Davide fu liquidata con poche parole sul suo essere un lontano parente, in viaggio verso le Marche. Emilio era una persona innocente, non gli passò per la testa di chiedere cose su di loro. Appariva frastornato per la vita che improvvisamente gli era cambiata, dalla tranquillità del paese dal quale non si era mai mosso, all’oscurità della guerra nella quale stava per immergersi.

Non provava paura, solo un senso di sbigottimento, di aspettativa inquieta. Non bastava a tranquillizzarlo la fede politica nella quale era stato tirato su, né il fascino che la figura del Duce esercitava su tanti ragazzi come lui. Lui, più degli altri, incoraggiato da quelli di casa. Era stato il Duce, una presenza, un riferimento costante per tutti gli anni della sua giovane vita. Ed ora provava una pena profonda per lui, per quanto gli era accaduto dal venticinque luglio in poi. E con la pena per lui, un senso di frustrazione, che muoveva dal sentire la necessità di dover fare qualcosa. Così la cartolina per l’arruolamento, recapitata dai carabinieri, fu accolta come occasione per dare corpo a quei sentimenti nei confronti del Duce e dell’idea.

E nell’accettazione giocò un ruolo determinante l’incoraggiamento dei suoi. Solo la madre Annunziata non disse nulla e si chiuse in un mutismo che sapeva di preveggenza e che, dopo, l’avrebbe accompagnata per il resto della vita. Ma ora lì in quella stazione di Narni, davanti a quelle persone del suo paese che tornavano a casa, ogni certezza si consumava. Che avesse sbagliato? Gli vennero alla mente le parole dei compagni di scuola e di giochi che, sapendo di potersi fidare, avevano raccontato una diversa visione delle cose della politica. Lui le aveva ascoltate, senza recedere dalle sue convinzioni, ciò nonostante quelle avevano iniziato ad incrinarsi, qualche dubbio aveva minato le assolute certezze. Ed ora lì, tutti quei pensieri si riaffacciavano prepotenti alla sua coscienza. Avrebbe potuto tirar fuori dallo zaino gli abiti borghesi che ancora aveva con sé, e tolta la divisa si sarebbe potuto unire a loro e tornare in paese.


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