IL VIAGGIO, OTTAVA PUNTATA

Roma, Ottobre 43. Due uomini decidono di intraprendere un viaggio per tornare al loro paese in Umbria. E’ tempo di guerra, gli alleati risalgono da sud, i tedeschi invadono da nord. Nasce la Repubblica di Salò, il viaggio presenta insidie.

OTTAVA PUNTATA: LA LOCANDA DI SASSACCI

Da lì, dalla stazione di S. Oreste, la strada, per un lungo tratto, correva a ridosso della ferrovia, in qualche tratto quasi a sovrapporsi ad essa. L’avrebbe abbandonata all’altezza di Civita Castellana. Per intanto si rincorrevano come due amanti, in quel tratto di campagna viterbese. Rari, massicci casolari di tufo nella campagna coltivata a cereali, uliveti, vigneti e piante da frutto. Il nocciolo predominante tra tutte.
Intorno ai casolari isolati, pini dal lungo fusto, con la chioma raccolte in alto ad ombrello, come si vedono a Roma, raccontati dalla musica di Ottorino Respighi. Non ancora i pini d’Arizona che avremmo importato dall’America a guerra persa, insieme alla sovranità limitata e controllata dagli americani.

Come sarebbe stato della lingua, delle canzoni, della musica, dei film.
È sempre successo così, il vincitore trionfa con le armi, poi consolida la vittoria con la cultura, i costumi, e tutto il resto, sovrapponendosi ed emarginando quelli autoctoni. Non così si comportavano i romani, che infatti durarono in un arco di tempo millenario.

Imponevano il latino come lingua ufficiale, ma dove trovavano una cultura avanzata, consentivano l’uso della lingua locale come il greco per l’Oriente. Lasciavano gli usi e i costumi, la religione, le leggi dei conquistati. Addirittura assimilavano le divinità straniere nel loro Pantheon. Anche per questo dominarono il mondo per così tanto tempo.

Dopo Rignano Flaminio Zeno e Silvio non incontrarono per chilometri altri paesi. Quel tratto di territorio appariva deserto di insediamenti umani, a parte i casolari della campagna. Il terreno era leggermente rilevato rispetto al precedente, come si trattasse di un basso altopiano. Che’ infatti la strada sarebbe andata in discesa, quando avrebbe raggiunto il primo paese: Borghetto. Poco movimento lungo la strada, i treni della linea Roma-Viterbo si alternavano con saltuaria frequenza. Quando i nostri sentivano avvicinarsi il rumore di un camion o di altri veicoli pesanti, prendevano per la campagna e si sottraevano alla vista. Spesso erano camion militari tedeschi.

Si era fatto pomeriggio inoltrato quando arrivarono al bivio per Civita Castellana. Lì la Flaminia correva diritta verso nord-est, passando sotto un ponte della ferrovia che in quel punto si dissociava dalla strada per raggiungere Civita e da lì Viterbo. Però nel luogo della separazione, come un saluto, si distaccava dalla consolare un diverticolo che seguiva per un tratto la linea ferrata, sino a raggiungere le case di Civita che si intravedevano sulla rupe di tufo che le sorreggeva.

Oltre proseguiva diretta all’incontro con la Cassia che correva in Toscana sino a Siena e Firenze. Che meraviglia l’antico reticolo viario disegnato dai romani! Collegava l’Urbe con tutto il mondo conosciuto. Intersezioni viarie che univano genti diverse, commerci e culture che si confrontavano e integravano sino a formarne una sola che tutte riassumeva nel nome di Roma.

Dopo un paio di chilometri dal bivio arrivarono in località Sassacci. Lì si fermarono presso una locanda a ridosso della strada. Era scesa la sera, erano stanchi, i piedi gonfi dentro gli scarponi militari, chiesero al locandiere se poteva ospitarli per consumare un pasto, si accontentavano di quello che aveva. Li fece entrare. Il locale era ampio, delimitato da mura di tufo, grossolanamente scialbate. Alcuni tavoli senza un preciso ordine, panche al posto delle sedie, un bancone in un angolo, accanto una porticina che presumibilmente dava su una cucina retrostante.

Due finestre ai lati della porta d’ingresso da cui filtrava il buio della sera che urgeva dietro i vetri a catturare la fioca luce della penombra del locale. L’oste giudicò che era ormai opportuno accendere un lume per rischiarare la stanza, dette fuoco con un fiammifero allo stoppaccio che alzò sino a raggiungere la lampada a gas che pendeva dal soffitto. Una luce azzurrognola si diffuse per la stanza e ne ebbe sollievo l’umanità raccolta e il mondo esterno che si riempì di speranza all’apparire della luce trasmessa attraverso le finestre. La luce illuminò sulla parete opposta all’ingresso una scala in legno che conduceva ad un piano superiore. L’oste indicò loro una panca più lunga delle altre, all’estremità della quale sedeva un altro avventore che dava mostra anche lui di essere in viaggio.

Evidentemente l’oste non voleva utilizzare altri posti che apparivano essere stati già rassettati, pronti per l’indomani, vista l’ora che lasciava prevedere non altri avventori per quella sera. Si rifocillarono mangiando pane e formaggio e una zuppa di legumi, bevendo con parsimonia vino bianco. Il compagno di tavolo era un giovane dalla carnagione scura, capelli ricci, naso prominente, un’età poco oltre i venti. Mangiava e beveva silenzioso in quell’angolo del locale. Sorrise timido all’arrivo dei due. Oltre loro non c’era altra gente nella locanda-trattoria. Zeno, per natura estroverso, gli rivolse parola e questi mostrò come una gratitudine per quell’attenzione.
L’oste viaggiava tra la cucina e il bancone e da lì portava il cibo preparato per i nuovi clienti. Era uomo, l’oste, basso e tarchiato con il volto rubizzo e una grande pancia come di chi si abbandona all’abitudine del vino e di cibi generosi. La campagna circostante era evidentemente generosa dell’uno e dell’altro e forniva materia prima per quel negozio posto su una strada di grande passaggio.

Pertanto era da presumere un lavoro cospicuo, forse un po’ diminuito in quei tempi perigliosi, ma bastevole per viverci bene. Poi non aveva a subire le minacce dei malintenzionati, perché il regime tra i vari meriti che lui riconosceva, si era mostrato meno tollerante con le devianze, e decisamente repressivo per quelle delinquenziali. Era solito ripetere questa cosa quando si parlava di politica e la suffragava con l’esempio del suo esercizio al quale non erano mai occorse disavventure da parte di gente che veniva a rapinare, o consumati i servizi, se ne andava senza pagare. C’era cresciuto e ci si era invecchiato in quel posto il locandiere, entrato lì da ragazzo come garzone.

Si era fatto benvolere dal padrone, lui nato in una famiglia numerosa nella campagna nei pressi di Borghetto. Passo dopo passo lo aveva sostituito nel lavoro, sino a diventare lui proprietario, quando questi, dopo una breve vecchiaia, era scomparso. Non era sposato, viveva lì, dormiva al piano di sopra, in una stanza accanto ad altre due, che riservava per la sosta notturna dei clienti. Aveva qualche donna del posto che gli dava una mano in cucina e per le pulizie e anche per i suoi bisogni sessuali. Quest’ultimi si esaltavano, quando accadeva qualche accidente al passaggio delle “quindicine” in transito per Roma o da Roma. Talvolta accadeva che si dovessero fermare lì e lui offriva ospitalità in cambio dei loro favori. Erano proprio una bella cosa, giovani e profumate rispetto alle villane con cui aveva a che fare normalmente.

Si innamorava pure, ogni tanto, di qualcuna, e accadde che una di quelle gli disse che avrebbe lasciato il mestiere, per poi venire a vivere con lui nella locanda. Giuseppe, così si chiamava, le mandava regali del suo orto e della campagna vicina, nel casino di via della Stelletta, nei pressi del Pantheon. Con tutto quel ben di Dio ci mangiavano tutte, la sua amata e le compagne, negli intervalli del lavoro. Poi Lisa, questo era il suo nome, ebbe pena di lui. Quel suo dire che avrebbe lasciato il mestiere e lo avrebbe raggiunto lassù a Sassacci era una bugia. L’aveva pensata come un moto di gratitudine e tenerezza per quell’uomo. E dopo, l’aveva anche detta per farlo contento.

Ma ora le sue compagne, parlando tra di loro, lo prendevano in giro, lo trattavano da gonzo, e non bastavano i regali che mandava regolarmente a rabbonirle ed essere meno infami. Lisa ebbe pena di lui e gli scrisse che non doveva più mandare niente, che tanto lei non sarebbe mai andata da lui. Lo scrisse e mandò la lettera ma sentì come un dolore nel petto. Ritirare la sua mano da quella, aperta e in attesa, di lui, che sembrava aver provato un sentimento per lei. Un sentimento nato come un fiore nell’oscurità. Lo aveva donato quel fiore un uomo rozzo, non bello, mosso dal bisogno sessuale.

E una volta era accaduto che, consumata la voglia, sul viso di lei, inaspettata, la mano di lui si era mossa in una carezza. Quella carezza era un’offerta d’amore. Ora lei aveva stracciato quel sentimento e si era preclusa la possibilità di una vita diversa. Pensò che non avrebbe dovuto scrivere quella lettera, ma ormai era fatta, non doveva pensarci più. E così fece.


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