La chirurgia ha come premessa la perfetta conoscenza dell’anatomia. Ma non basta. Perché il gesto del chirurgo sia corretto, occorre riconoscere sotto i piani anatomici la struttura embriologica che precede l’anatomia definitiva. Se si procede su questi piani, l’intervento è esangue, e più veloce. L’atto chirurgico diventa anche elegante, bello a vedersi nel suo farsi e nel risultato finale: come fosse un’opera d’arte! Così abbiamo visto fare dai grandi maestri che la nostra generazione ha tentato di imitare. Ora con l’armamentario tecnico a disposizione si potrebbe fare anche di più e più compiutamente quanto sopra descritto, ma i maestri dediti all’insegnamento sono più rari, occupati la maggior parte a svolgere gli infiniti compiti assistenziali, chirurgici, burocratici, scientifici, congressuali del loro ruolo.
Gli allievi, per contro, spesso si sentono precocemente imparati. Gli audiovisivi, la rete, i prodigi dell’informatica sembrano svolgere efficacemente un ruolo vicariante ed alternativo alle lunghe ore di sala operatoria spese a guardare ed aiutare il chirurgo esperto.
Si pensa che la tecnica supplisca, ma questa da sola e senza memoria è altra cosa dalla chirurgia intesa come scienza ed arte. La tecnica moderna semplifica l’atto chirurgico, sembra renderlo più facile, manca solo il tatto, altrimenti la visione magnificata, gli strumenti di coagulazione, di dissezione, di sintesi, di esecuzione meccanica delle anastomosi, agevolano il lavoro del chirurgo.
Nascondono però un’insidia in mani frettolosamente messe in campo: la grossolanità del gesto mediato dai dispositivi (device).
Altra cosa dal clivaggio dei piani che si faceva con la punta delle forbici o della pinza anatomica, a volte con la punta delle dita con delicatezza, a riportare le strutture anatomiche al loro primo inizio, alla vita fetale prima della coalescenza dei tessuti.
Il gesto fatto con eleganza sapeva d’intrusione, tollerata ed efficace, nel processo di creazione operato da Dio, se mi si consente la bestemmia laica.


……che bellezza la chirurgia del colon sinistro, con lo scollamento del peritoneo posteriore dalla fascia di Toldt, alla quale è adeso, sino a rettilinizzare tutto il colon sinistro che appare alla fine in asse con il piano mediano aortico–cavale come nella vita fetale. Manovra che se ben fatta è totalmente esangue.
Nostalgia di un lavoro che va scomparendo e che i nuovi maestri s’incaricheranno di rifondare.
E sarà di nuovo arte, un’arte nuova al passo con i tempi.
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