LA FINE DEL FINE

Nessuno più oggi si ricorda e parla dell’URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) e sinceramente non se ne sente la mancanza.

Fu l’ultima (o quasi) idea di uno Stato portatore di un fine conclusivo capace di riassumere in una palingenesi finale tutti i bisogni e le aspirazioni dell’Umanità. Creata nel 1922 venne “sciolta” l’8 Dicembre 1991.

Lungo lo stesso periodo di tempo aveva rappresentato un modello e un sogno per molti milioni di individui che andavano, in perfetta buona fede e convinzione, cantando “… e noi faremo come la Russia, suoneremo il campanello, innalzeremo falce e martello e grideremo viva Stalin!”.

Che ci piaccia o non la sua stessa teorizzazione di esistenza si è posta ed è stata vissuta come possibilità di un fine da perseguire come valore assoluto nel senso del bene collettivo.

Ciò che la differenziava rispetto alle altre istituzioni statuali era di venire considerata ben più significativamente di una semplice forma di mediazione fra interessi divergenti.

Gli Stati Nazione pre – URSS non sembravano fornire e fondarsi su un obiettivo valoriale che non fosse soltanto la riproduzione e il rafforzamento della Nazione stessa.

L’Unione Sovietica parve invece nascere con un obiettivo di giustizia sociale e dal forte valore etico che originava direttamente (o quasi) dal pensiero di Karl Marx.

Un obiettivo, si deve aggiungere, che sembrava così elevato da dover essere esportato ovunque puntando persino alla estinzione dello stesso concetto di Nazione.

Di conseguenza trascinava con sé anche l’abbandono, da parte di chi vi aderiva, della sua stessa appartenenza a un’altra Nazione. La Russia era “la Patria del proletariato”.

Naturalmente nella storia dell’Umanità vi sono stati altre fasi in cui i momenti di passaggio e transizione hanno assunto una forte connotazione valoriale.

La differenza tra questi momenti gloriosi e quella che si rivelerà la tragica illusione dell’URSS sta nel fatto che i valori perseguiti (la libertà e l’uguaglianza prima di tutti) appaiono comunque come valori di carattere oggettivo e generale.

Possono, cioè, essere riconosciuti e accettati ma non vengono vissuti come il frutto di una esplicita volontà finalizzata in una direzione.

Certo che occorre essere per la libertà, ma sembra molto più significativo essere e combattere per un progetto di società giusta e perfetta da realizzare ed inserire nella Storia.

Mai era comparsa con tanta evidenza la possibilità di far diventare reali ed operativi dei valori che discendevano da una precisa lettura del mondo, da una profonda interpretazione delle leggi economiche e sociali, da criteri di vera e non formale democrazia.

Chi, fuori dai confini dell’URSS, guardava a quei valori vedeva per la prima volta la possibilità di dare un senso ed indirizzare effettivamente i percorsi storici nella direzione auspicata.

Naturalmente gli errori e le atrocità del regime sovietico erano venuti emergendo anche ben prima del cosiddetto Accordo di Minsk che ne sancì la dissoluzione.

Vennero edulcorati e resi meno distruttivi attraverso un composito sistema di attribuzione alle responsabilità dei singoli (Stalin in primis) e un attento lavorio di rimozione attuato dalla intellighenzia comunista italiana e non.

Il culmine di questo impegno di cancellazione fu la trasformazione di Stalin in eroico nemico di Hitler rimuovendo dai manuali l’alleanza tra nazismo e comunismo siglata con l’accordo Molotov – Ribbentrop cui succedette l’invasione russa della Polonia.

Sul piano filosofico – politico il capolavoro di difesa della esperienza sovietica fu senza dubbio di Enrico Berlinguer.

La frase “si è esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre” venne pronunciata esattamente dieci anni prima della fine ufficiale e formalizzata dell’URSS.

Berlinguer tentava di salvare la parte “propositiva” di quella esperienza.

Lo faceva con intelligenza, tentando di separare la parte relativa alla coscienza dei suoi militanti dai fatti storici che avevano generato e sostenuto quel sistema di valori e di identità.

Insomma, la “spinta propulsiva” era in sé benefica e aveva contribuito a creare quella consapevolezza politica che oggi non era più in grado di guidare.

Nella realtà Berlinguer conosceva benissimo la situazione.

La sua consapevolezza in merito era stata arricchita dall’essere stato vittima di un tentato omicidio in Bulgaria nel 1973.

Ma anche lui non poteva, o non voleva, accettare la scomparsa di quella prospettiva finalistica che l’URSS aveva contribuito a creare.

L’URSS è morta ma gli ultimi anni, mentre il ricordo del sogno sovietico andava finalmente svanendo, hanno visto apparire altre forme di teorizzazioni politiche a carattere finalistico.

Primeggia tra esse un “movimento politico” che non casualmente ha come ispiratore e garante un anziano attor comico.

Esso nasce sostenendo l’illusione che possa determinarsi una sorta di democrazia totale, basata sui social e sulla Rete, in cui tutti possono decidere tutto in maniera diretta e non delegata.

Sbaglia chi cataloga questa posizione come populismo perché essa è ben peggiore della accusa.

Esattamente come avvenne per l’URSS (e per un breve periodo anche per la Cina di Mao) il consenso al movimento grillesco si determina su un’illusione finalistica.

L’aderente a questa speranza di palingenesi ritiene di poter edificare totalmente una nuova realtà che non conosca discrepanze tra competenza e ignoranza, che non abbia il concetto di classe dirigente.

Ma, soprattutto, il vero obiettivo che si affanna a sognare è un mondo che ognuno possa edificare direttamente tramite il suo punto di partecipazione: il computer nei casi migliori ma più generalmente il telefonino.

Ovviamente, poiché il pensiero di partenza non è quello del povero Karl Marx, meglio era difficile fare.

Insomma, sembra che di una prospettiva totalizzante e finalistica la specie umana continui a sentire il bisogno tanto da accontentarsi anche di prodotti sempre più scadenti.

Questa condizione individua esattamente lo spazio della possibile identità e della battaglia del Riformismo in questa fase di transizione.

Il problema è, come chiunque vede, unire in un unico quadro Valori e Realtà e riuscire ad operarvi all’interno.

Non è un lavoro semplice.

Occorre disporre di principi iniziali che stiano in una necessaria cornice di Libertà ed Uguaglianza.

Ad essi occorre essere capaci di affiancare stabilmente un’analisi non illusoria della Realtà economica e sociale.

Occorre avere la consapevolezza che nessun obiettivo è raggiungibile in un giorno o tramite un solo atto.

Al contrario, occorre sapere che alcuni traguardi non saranno mai completamente conquistati e che anche le negatività si modificano per la strada, costringendo a continui adeguamenti.

La povertà non sarà mai sconfitta, nemmeno se lo si grida dal balcone, così come la Salute non sarà mai un diritto conquistato davvero.

Al cittadino non sarà mai garantito il diritto alla Salute ma si deve seriamente operare per il miglior diritto alle cure sanitarie.

E così via. Il Riformismo è un percorso che non dovrebbe avere un obiettivo finale ma piuttosto garantire di mettere lo stesso impegno in ogni passo.

Naturalmente questo implica che le forze politiche ricomincino a studiare e a rendere pubbliche le determinazioni successive allo studio presentando in un unico quadro gli elementi positivi e negativi di cui si dispone.

Ciò significa combattere contro i fattori di rimozione e semplificazione che oggi sembrano caratterizzare la lotta politica e culturale.

A nulla serve ignorare le guerre rifiutando di parteciparvi nelle forme in cui si decide.

A nulla serve fingere di combattere contro nascosti nemici che tirano i fili del mondo.

A nulla, infine, serve invocare che ogni cosa avrebbe potuto essere fatta in un’altra e superiore maniera.

In fondo, il Riformismo si concreta perfettamente nella frase che il socialista Mario Monicelli amava ripetere spesso: “Il meglio è il nemico del bene”.


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