SE PENSO A MARX

In questo periodo della storia, così denso di trasformazioni profonde, spesso ci si richiama, giustamente, alla similitudine del passaggio dalla società agricola a quella industriale e si ricercano radici di un pensiero e di analisi che caratterizzarono quel passaggio storico. Penso in particolare a quell’immenso pensatore che fu Marx e all’intero dibattito che caratterizzò sia l’avvento delle società liberali e sia la critica socialista e comunista a quell’impianto del potere.

Se penso a Marx, ad esempio, non posso non pensare ai suoi manoscritti economico-filosofici del ’44, a quella ispirazione profonda di ricerca della “liberazione” dell’uomo dal guscio dei suoi vincoli “storicamente determinati” in un processo di liberazione “integrale”; oppure al suo “metodo” che, a mio avviso, rappresenta il migliore esempio di come si debba “approcciare” all’analisi di una fase storica di “Transizione”. Interessano meno (e non mi sono utili per l’oggi) non i “risultati e la collocazione politica” (l’essere esplicitamente da una “parte”) di quell’impianto teorico ma la descrizione delle “forme” che aveva a quel tempo la produzione e lo scambio del valore che, da quel periodo, ha visto tante trasformazioni (quantitative e qualitative) e, oggi, una discontinuità storica che ci fa parlare di una “transizione epocale”. La sua grandezza rimane immutata nel comprendere sia il fatto di essere in una fase di passaggio della storia (una Transizione), sia nel metodo con il quale affronta il passaggio, soprattutto nel collocarsi esplicitamente da una angolatura, scegliere il “punto di vista”, l’essere da una parte, appunto, e di immaginare la necessità storica di un superamento “obbligato” degli assetti del potere che si stavano consolidando sotto i suoi piedi. Quello che penso si debba tenere ben stretto di Marx è lo slancio contro le forme di sottomissione dell’umano sull’umano, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della necessità di costruire, non un semplice “aggiustamento” egualitario, redistributivo, ma di “liberazione dai vincoli di sottomissione”, la sola modalità per rendere l’umano “libero e consapevole”. L’unica definizione che lui dà del comunismo, infatti, è la “società dei liberi produttori associati”, cosa che gli procurerà, nella “appropriazione staliniana” del suo pensiero, giudizi e critiche per la mancanza teorica di una “idea di stato”. Al tempo stesso Marx è consapevole che la nuova forma di società in cui sfocerà la storia non si produrrà “per un libero e tranquillo sviluppo dei fatti” poiché le classi dominanti lavorano e lavoreranno in permanenza per mantenere il loro potere e privilegio. La storia non evolve, la storia è “conflitto” tra ipotesi diverse e occorre sapere e scegliere da che parte giocare la propria esistenza.

Stessa cosa, per me, vale nel confronto tra liberalismo e socialismo, due categorie (politicamente) non conciliabili nella loro “radice” (poi nel ‘900 abbiamo ibridato tutto… provato a “mischiare le carte” per “eludere” (o accantonare, nascondere) il tema del potere, della sua forma). Il liberalismo, la tripartizione del potere, nasce dall’esigenza “pratica” (della borghesia industriale e di quella del commercio) del superamento della monarchia assoluta per motivi di “funzionamento” della struttura di produzione del valore e del suo scambio. Il potere concentrato rappresentava un imbuto incapace di “fare le leggi, applicarle e farle rispettare”. Serviva una “articolazione funzionale” alla nuova forma di produzione e di scambio del valore. Al nuovo mondo che si affacciava ad egemonizzare la società serviva un sistema più efficiente (il tema del diritto alla proprietà privata era stato già “risolto” e acquisito). La tripartizione dei poteri fu l’idea che sembrò, allora, la più… praticabile per venire incontro a tale esigenza (tra l’altro era una idea, al tempo, vecchia di un secolo). Il socialismo nasce sulla presa d’atto che, alla rottura della forma del potere monarchico, la messa a punto della nuova forma del potere (quello liberale) non corrispondeva alle esigenze e alle necessità della classe lavoratrice. Era sulla “forma” del potere che si concentrò l’elaborazione e lo scontro (non tanto sulle mere condizioni economiche e sociali dei lavoratori che erano, di fatto, figlie di quel nuovo modo di produzione del valore – l’industria – ma che venivano ad essere “legittimate ed imposte” dalla nuova forma del potere che si era prodotta con la “rivoluzione della borghesia”). La denuncia delle condizioni, umane e sociali che si producevano con l’industria, era “utile” a dimostrare che quella forma del potere non produceva “liberazione” ma nuove forme di assoggettamento. Dal tallone aristocratico si passava a quello della borghesia industriale, dalla condizione contadina a quella del proletariato urbano industriale. Liberalismo e socialismo, se vogliamo restare nel senso originario delle categorie politiche, sono forme “antitetiche” nelle loro idee di fondo, nella loro “ispirazione”. Politicamente la loro fusione rappresenta un ossimoro generato nel ‘900 per “sterilizzare” la potenza trasformatrice della forma del potere di cui il mondo del lavoro salariato era portatrice.

Il tema della forma del potere, oggi, ci viene ri-consegnato dalla storia proprio per l’apertura di una Transizione. Dopo i decenni del dominio della borghesia industriale di stampo nazionale e la forma delle istituzioni politiche generate da quella fase storica (forme che hanno attraversato il ‘900 con vari tipi di “aggiustamenti” e integrazioni) la transizione aperta con la rivoluzione digitale pone un tema analogo a quello ottocentesco: chi si candida a governare e a costruire le istituzioni, le forme del potere che servono al suo “dominio”? A questa domanda se ne affianca un’altra: La forma del potere nascente, che tenta di costruire il comando di una nuova élite sul resto dell’umanità, va verso “la società dei liberi produttori associati” o quella di una orwelliana società del controllo? E se il senso generale delle scelte porta verso la seconda, come ci si dovrebbe comportare “politicamente”? Bastano le rivendicazioni di aggiustamento della “redistribuzione” e della difesa dei welfare nazionali?

I nomi con i quali si costruiscono le categorie che servono a “semplificare” lo schema, le etichette con le quali descriviamo le cose, mi interessano meno. So perfettamente che le parole ottocentesche si sono “incarnate”. Capisco meno perché ad alcune “incarnazioni” vengono concessi e cancellati “errori e orrori” (penso in particolar modo al liberalismo che ha portato “guerre mondiali”, colonialismi e il pianeta sull’orlo della distruzione ecologica) e all’unica esperienza (fallita e fallimentare) che nasceva dal tentativo di dare risposta “storica” al superamento dello schema liberale verso una forma del potere più diffusa, non gli sia stato perdonato l’unico fallimento. Certo non è neutra la narrazione costruita su quel fallimento, una costruzione molto “interessata” dalle forme del potere che erano egemoni da questa parte del mondo… Ovvio che questo non mi porta a non condannare lo stalinismo e una idea “statalista” come “soluzione al tema del potere”… ma una riflessione andrebbe fatta, scevra dai condizionamenti che offuscano il senso storico dei processi.

Questa è una discussione da fare con calma e serenità visto che attraversa le vite “incarnate” e ha segnato, a diversi livelli, i destini personali. Occorre considerare, al contempo, la potenza evocativa – in enormi masse popolari che rivendicavano un mondo con forme del potere diverse – che ebbero alcune parole, al di là dei nostri giudizi personali e dei differenti approcci e culture. Il ‘900 è stato anche una grande dimostrazione che “un altro mondo” era possibile (non necessariamente migliore o condivisibile ma “possibile”). E questa “dimostrazione” tenne in piedi lotte e battaglie che produssero conquiste e diritti mai acquisiti da milioni di masse lavoratrici.

Resto convinto che quello che è ancora valido dello scontro politico ottocentesco sia lo “spirito”, l’essenza del processo storico: dopo la fine dell’assolutismo monarchico, infatti, la storia non può “fermarsi” alla mera tripartizione dei poteri pensata da Montesquieu nel ‘700! E la “necessità” di andare oltre (durante questa transizione) può avere due sbocchi: può avere un esito regressivo (con una nuova “soluzione” ritagliata sulla nuova classe che si candida al potere – e, stavolta, con una pervasività e qualità inedite in termini di subordinazione dei tanti da parte dei pochi) o un esito progressivo (andando verso un più alta forma di potere “autogestito”). Sicuramente la forma “liberale” (già ampiamente “archiviata” se non formalmente sicuramente nella sostanza del funzionamento dei poteri durante gli ultimi decenni del ‘900 della globalizzazione) non sopravvivrà se non nella “rassicurante” forma di una mera “etichetta” capace, ancora una volta, di oscurare la forma reale del potere nascente.

Per questo la necessità di un pensiero critico nuovo si affaccia nella storia umana. Non è un vezzo innovatore che insegue il cambiamento per il cambiamento. È la necessità di un pensiero politico nuovo che sappia guardare ai nuovi processi in atto, comprendere le nuove forme di produzione del valore, le nuove aspirazioni, le nuove composizioni sociali che gli sono connesse, i diversi interessi in campo tra le varie classi sociali e scegliere di interpretare il desiderio di liberazione e di autodeterminazione individuale e sociale. Un pensiero che possa generare anche categorie nuove ma che recuperi il senso storico di un divenire umano che oggi deve passare necessariamente su una consapevolezza della complessità della vita sul nostro pianeta.


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