MA L’IDEA NON MUORE

Si tratta di un affermazione molto diffusa ed usata.

Generalmente emerge nei momenti di difficoltà e di sconfitta.

Tende a valorizzare non il concetto di idealità in generale ma fa riferimento alla propria appartenenza in particolare.

Ha, quindi e di conseguenza, una connotazione positiva.

Come se si dicesse “il valore di questa idea è tale da permetterle di superare intatta qualunque stallo storiografico”.

Insomma, è una affermazione di parte. Ne riguarda una (idea) in particolare e non si applica a quelle contrarie.

Talvolta contiene anche la volontà di segnare il proprio distacco dalle realizzazioni pratiche della specifica idealità.

Gran parte del mondo è oggi oppressa da sanguinarie dittature comuniste.

L’osservatore interessato rimuove facilmente il fatto che se quella Nazione si definisce comunista, usa i simboli storici del comunismo, sostiene di essere una società giusta e paritaria è facile accettare e riconoscere che possa essere davvero comunista.

Agli occhi del fervente comunista che pensa che l’idea non muore ciò non conta: tu, Partito Comunista Cinese, non sei comunista.

Punto e basta.

Il cuore di questa posizione è il ritenere che le realizzazioni pratiche di una Idea e di un conseguente sistema di valori non ne intacchino e demistifichino l’essenza che si collocherebbe altrove.

Nel corso del tempo numerosi Pontefici si sono macchiati di colpe assai gravi e hanno assunto comportamenti disgustosi senza rinunciare alla convinzione di essere Vicari di Cristo in Terra.

Insomma, da questo punto di vista, non è il comportamento umano, a determinare il valore di un’Idea.

Quel Pontefice assassino ed incestuoso non era il Rappresentante del Cristo.

Punto e basta, di nuovo.

Il problema si fa più complesso di fronte al fatto che sopravvivono “tranquillamente” anche idee non soltanto storicamente battute ma da tutti decisamente rigettate.

Come fa a sopravvivere e continuare a riprodursi l’insieme del “valori” costitutivi del nazismo con tutti i suoi orrori?

E, senza volerli minimamente accostare, cosa permette alla Idea Anarchica di continuare ad avere fervidi cultori?

In quale luogo della coscienza umana questi diversi insieme di convinzioni riescono a riprodursi e a restare ben vivi?

Ovviamente chi oggi crede nel nazismo non si può rifugiare nella convinzione che Hitler e Goebbels fossero inadeguati ai loro Valori.

In questo caso, di fronte a questa difficoltà teorica, scatta di solito il paradigma “la trappola della Storia”.

Una congiura mondiale (non casualmente capeggiata dalla finanza ebraica) ha portato alla sconfitta che sarà tuttavia certamente seguita dalla vittoria definitiva.

Si tratta di un approccio straordinariamente forte e convincente per chi lo condivide.

Esso si ripropone tragicamente in questo periodo attraverso la forza della Sharia islamica.

La strada che conduce verso la Verità contiene inevitabilmente (sia nella sua versione personale che in quella militare) il momento della sconfitta.

Anzi, tale momento è l’annuncio della prossima sconfitta del Male.

Del resto, è difficile dimenticare quanta parte della elaborazione religiosa cristiana abbia sempre individuato nel trionfo provvisorio dell’Anticristo il momento che precederebbe la vittoria finale del Bene.

È importante quindi rendersi conto che, per parlar dell’oggi, non sarà la sconfitta militare di Hamas a fermarne gli adepti.

Poiché il finale della Storia è la distruzione di Israele persino la sua vittoria verrà vissuta come conferma del percorso.

Dunque le idee, i sentimenti collettivi e le visioni del mondo non ubbidiscono alle leggi della fisica e dei rapporti di forza.

Ma allora dove vivono? Cosa le nutre? Cosa le porta a riprodursi nel corso del tempo?

A questo punto giunti vacilla nettamente il nostro materialismo storico e l’idea di un rapporto, per quanto dialettico, fra struttura economica e sovrastruttura.

Ma proviamo, per un momento almeno, ad accettare l’idea che la specie umana viva anche in una dimensione che non è soltanto quella temporale, espressa nella Storia, e nemmeno quella fisica (espressa nella Scienza).

Proviamo a pensare che esista un tessuto che ci collega tutti senza che ne abbiamo esplicita consapevolezza ma che ci spiega perché ancor oggi, credenti o non, sentire il canto gregoriano nella Basilica di Sant’Antimo ci fa venire le lagrime agli occhi.

Ancora, proviamo a pensare che questo tessuto ci circondi anche senza manifestarsi fisicamente.

Molti anni fa, esisteva ancora l’URSS, durante una visita in Germania dell’Est mi portarono in aperta campagna, in mezzo a una distesa di grano così insolita per un povero sardo.

In mezzo a quel mare biondo un grande masso di cemento su cui poggiava un grande tronco anch’esso di cemento, come a segnare una porta o un passaggio dal nulla verso il nulla.

Il poliziotto, l’autista e l’interprete che mi accompagnavano mi invitarono ridacchiando a passare sotto quella immaginaria porta.

Lo feci, insospettito e un poco infastidito.

L’attimo dopo mi fermai sorpreso. Da una parte all’altra di quell’immaginario confine la temperatura si abbassava di diversi gradi.

Tornai indietro e la temperatura risaliva. Ripassai e i brividi di freddo mi coglievano nuovamente.

Lo stesso avveniva al compagno italiano che era con me, mentre i nostri ospiti fumavano poggiati al pulmino e continuavano a ridacchiare.

Scoprimmo subito dopo che era normale che ciò succedesse.

Risaliti sul pulmino giungemmo a quel che restava di un lager per bambini.

Mentre arrivavano i russi le SS avevano “provveduto” a ucciderne 4000 in una notte pur di evitare che qualcuno potesse salvarsi.

Poi si erano ritirati per andare a morire in quel di Berlino.

L’orrore urlato di quel gesto continuava a vivere in quel luogo e non si poteva sfuggire a quell’urlo.

Dunque, dobbiamo forse riconoscere che la vita della Umanità si svolge anche su un piano non definito dai momentanei rapporti di forza e che quel piano ci coinvolge e ci riguarda tutti volenti o nolenti, consapevoli o meno che siamo.

Su quel piano noi viviamo senza la mediazione dei sensi o l’uso della Ragione.

Su quel piano vivono e combattono da millenni le Idee che non muoiono e che possono essere talvolta rappresentate da una azione umana o da un’altra.

Esse possono essere, e sono, immensamente buone o immensamente cattive.

Possono basarsi sulla integrazione massima all’interno della nostra specie o sulla convinzione che occorre sopprimere, o comunque dominare, una parte della stessa.

Queste idee, sia benefiche che malvagie, non muoiono.

Possono persino trasferirsi da una situazione all’altra.

Il Vescovo Cirillo che fa scuoiare viva, usando le conchiglie delle ostriche, Ipazia di Alessandria non differisce molto (anzi per nulla) dai talebani che nel 2001 abbattono i Buddha di Bamiyan.

In entrambi i casi si tratta di grattar via e far scomparire quel che non si sopporta che esista.

E, in fondo, tra una barbarie e l’altra sono passati soltanto 1600 anni.

A noi non rimane che smetterla di usare logiche storicistiche per “spiegare” o giustificare ogni cosa e adottare, invece, una dimensione puramente etica. Tutto diverrà più leggibile anche se non più facile da affrontare e subire.

Ma di questo, forse, un’altra volta.


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