LA MATURAZIONE POLITICA DI GIORGIO GABER

G. nel 1974 smette di votare. Voterà soltanto nel 2000 per sua moglie Ombretta, dicendo che “è una brava persona”

1978 Polli di allevamento.

Lo spettacolo diventa un pretesto per risse e contestazioni. Viene continuamente interrotto. Una parte del suo pubblico, non lo capisce e lo rifiuta.

Negli anni Ottanta si matura in maniera irreversibile la crisi di G., mano a mano che avanza il riflusso. Restano la rabbia e la nostalgia.

“Cosa rimpiango di allora? Quello di cui oggi molti sentono la mancanza: la tensione morale, il piacere di essere in tanti; la speranza di partecipare al cambiamento: Tutto è finito malissimo e troppo in fretta, in pochi minuti. Quelli che un tempo hanno creduto, oggi sono ammutoliti, ma anche quelli che non credevano non parlano più: nessuno ha il coraggio di dire che c’erano in Italia milioni e milioni di stronzi: Tutti hanno la lingua tagliata, tacciono”

Ma Gaber era comunista?

“Io ero uno di quelli che sono stati, che si sono sentiti comunisti, perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un sogno, un volo era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita. Credo che anche per la maggior parte di chi viene a vedermi, a cui magari i comunisti non sono piaciuti mai, siano queste le ragioni della commozione, della nostalgia, del senso del vuoto di oggi”.

Negli anni Ottanta La destra la sinistra

La mia generazione ha perso

Sono i brani che meglio certificano il senso del fallimento fino alla disperazione finale di “Io non mi sento italiano” e “Non insegnate ai bambini”, ancora più terribile perché c’è la rinuncia a trasmettere alle nuove generazioni la memoria e i principi morali attraverso la funzione pedagogica.

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