UN SOGNO CHE SI AVVERA?

Una nota sulla proposta del Ministro Valditara

Deo gratias. Con questo spirito bisognerebbe accogliere la proposta del ministro Valditara circa la possibilità, per le famiglie dei studenti con disabilità, di poter richiedere che lo stesso insegnante mantenga il proprio posto con una continuità triennale. Il ricambio continuo degli insegnanti di sostegno rappresenta, a mio modo di vedere, la contraddizione più grande del sistema scolastico italiano.

Le strategie di reclutamento degli insegnanti, innanzitutto, dovrebbero distinguere quelli di sostegno rispetto a quelli curriculari. L’affidamento ad algoritmi impersonali (che gestiscono le assegnazioni degli incarichi da GPS) fa in modo che l’attribuzione degli incarichi lavorativi sia effettuata sulla base – oggettiva e numerica – dei punteggi maturati dai singoli insegnanti.

Questa procedura non soltanto rischia di far dimenticare che l’insegnante di sostegno svolge un compito particolare, di grande responsabilità umana e di profonda complessità e che per queste ragioni non può essere collocato sulla base di un’attribuzione operata da un sistema, ma che in effetti lo stesso punteggio non è indice della reale dignità dell’insegnante stesso. Non sempre – e non necessariamente – gli insegnanti con un punteggio maggiore sono quelli più umanamente e professionalmente pronti ad affrontare le sfide che il sostegno didattico quotidianamente comporta.

La proposta del Ministro, quindi, sebbene da molti non sia stata favorevolmente accolta ha però il grande merito nel nostro scenario tecno-liquido di stabilizzare (un verbo inusuale nella società liquida) il docente meritevole al fianco della studentessa o dello studente con disabilità. Dietro questa proposta c’è – e bisogna che ci sia – una grande fiducia verso le famiglie che dovrebbero quindi richiederne la stabilizzazione. Giustamente qualcuno si domanda cosa garantisca che questo sistema non leda la trasparenza e l’eticità delle attribuzioni lavorative (taluni infatti ritengono che tale metodologia possa favorire forme di clientelismo e favoritismi vari).

Questa paura lascia il tempo che trova. Certamente molte famiglie potranno favorire, per ragioni non sempre nobilissime, un docente piuttosto che un altro. Ma quante altre famiglie, invece, potranno finalmente acquietarsi e rasserenarsi per aver finalmente ricevuto un qualche potere sulla vita scolastica – già complessa – del proprio figlio? Quanta dose di ansia crollerebbe qualora le famiglie non dovessero fare i conti con l’imprevedibilità delle attribuzioni di incarichi a nuovi docenti? Bisogna infatti considerare che l’insegnante di sostegno, sebbene sia contitolare di tutta la classe (a pari merito con l’insegnante curriculare), finisce però per costruire con lo studente a cui è stato affidato una certa forma di relazione speciale.

Questa relazione si costruisce assai spesso a seguito di non poche difficoltà e soprattutto gli studenti con disabilità, già provati dalla loro condizione, spesso impiegano molti mesi per aprirsi e fidarsi del ‘proprio insegnante’. Dal punto di vista legislativo, infatti, l’insegnante di sostegno è un insegnante di classe a tutti gli effetti, ma dal punto di vista dello studente con disabilità l’insegnante di sostegno «è il mio professore». In questo aggettivo possessivo è magnificamente custodita tutta la ricchezza umana che questa professione difficile e meravigliosa allo stesso tempo riesce a costruire.

Questo «mio» non è indice di una patologica e patogena gelosia – certo, in certi casi può diventarlo – ma spesso si riferisce ad una forma di relazione salvifica vissuta con gioia e serenità dallo studente, che in questi casi ha finalmente un «suo» riferimento, un «suo confidente», una «sua guida», una sua «roccia». Si consideri che molto spesso questi studenti hanno difficoltà ad integrarsi nel contesto classe e finiscono poi o per isolarsi o per soffrire la timidezza eccessiva o per inibirsi completamente.

L’insegnante di sostegno non soltanto deve porsi come mediatore delle conoscenze ma anche come mediatore delle relazioni interpersonali.

Infatti, nessuna didattica e nessun apprendimento sarebbe possibile in un contesto sociale vissuto dal soggetto in modo ansioso, perturbante e poco familiare. Spesso si strutturano poi, come esito indiretto di queste mediazioni sociali, sentimenti di grande fiducia nel «proprio insegnante», vissuto come ‘spalla forte’, ‘sostegno morale’, ‘guida sociale’, ‘confidente e consigliere’. Si tratta di processi di lungo periodo dipendenti soprattutto dalle qualità relazionali dell’insegnante. Non sono certamente dinamiche che si possono consolidare in poche settimane e anzi c’è da dire che un lavoro ben fatto potrebbe – e dovrebbe – proiettarsi in archi temporali che si misurano in anni (gli anni, appunto, previsti dagli studi superiori).

È quindi assai contradditorio un sistema scolastico che nel suo momento formativo (penso ai corsi di specializzazione in attività di sostegno didattico) addestra i futuri insegnanti a progettare nel lungo periodo, a tener conto di tanti fattori che possono essere gestititi soltanto se il lavoro non è a scadenza, e poi invece nel suo momento professionale (gli incarichi lavorativi al 30 giugno) risulta invece drammaticamente tranciato.

Spesso i nuovi insegnanti che ad inizio anno si insediano non hanno alcun contatto con i precedenti insegnanti che, in questa giostra continua delle supplenze, vengono reindirizzati su nuovi scenari. Quindi si frantuma la continuità didattica, si interrompe la stabilità delle strategie utilizzate (ogni insegnante predilige le proprie strategie e ogni insegnante ha un metodo unico) e soprattutto si distrugge tutto ciò che la relazione umana tra insegnante e studente era riuscita a costruire in termini di fiducia, empatia e collaborazione.

I benefici della proposta del Ministro sono quindi decisamente più importanti, più numerosi e più umanamente fecondi rispetto alle degenerazioni che secondo alcuni potrebbero realizzarsi qualora essa diventi realtà. Lo studente che seguo ormai da due anni minaccia, fin dall’anno scorso, che lascerà la scuola qualora io non fossi più nominato nel medesimo istituto scolastico.

Non si tratta di un capriccio ma di una vera e propria ribellione nei confronti di un sistema che, giustamente, non risulta fino in fondo comprensibile per gli studenti. Infatti, se dalla relazione tra insegnante e discente viene sottratta la dimensione della prevedibilità (che funge da garanzia della continuità, della stabilità e della robustezza dei riferimenti dello studente) la missione educativa inesorabilmente è destinata a scomparire.

L’insegnante ha bisogno di poter prevedere nel lungo periodo le linee generali dei suoi interventi, ha bisogno di collocare la sua azione didattico-pedagogica all’interno di un progetto nell’ambito del quale i protagonisti non sono semplici comparse ma persone che investono realmente qualcosa di loro stessi.

Questa motivazione – ecco un’altra domanda – si realizza nell’animo degli insegnanti che, conoscendo la precarietà della giostra delle supplenze, sanno fin dal principio che l’aspettativa circa l’esito degli interventi che si potranno mettere in atto dovrà fare i conti con il termine del contratto annuale.

Per tale ragione l’aspettativa è sempre bassa, l’investimento emotivo è scarso e il pressappochismo la fa da padrone («chi me la fa fare se l’anno prossimo non sarò qui?» è il pensiero rassegnato di quasi tutti i precari). Chi invece ha la fortuna di poter attingere ad un serbatoio di motivazione ingente si trova comunque di fronte un non grave problema relativo alla continuità con ciò che è stato fatto negli anni precedenti.

Quattro anni addietro fui assegnato ad una classe quinta.

La studentessa che seguivo aveva avuto nei quattro anni precedenti ben quattro insegnanti differenti e difatti io ero il quinto cambio che lei aveva vissuto. Lascio al lettore la libertà di giudicare lo sconcerto e il disorientamento, oltre che la disillusione, con cui mi accolsero, pensando «ecco il nuovo arrivato». Immagini il lettore la difficoltà incontrata della famiglia negli anni a dover sempre ripresentare ex novo la storia della figlia, a ristabilire un dialogo efficace scuola-famiglia, a ridare fiducia ad un nuovo insegnante e a ricalibrarsi sulle strategie didattiche e sulle metodologie sempre diverse messe in atto da tutti gli insegnanti che si sono susseguiti. Inevitabilmente queste dinamiche creano delle notevoli difficoltà relative a diversi aspetti:

  1. Innanzitutto rendono difficoltoso l’inserimento del nuovo insegnante di sostegno in una classe già avviata;
  2. Distruggono la continuità didattica (a ben vedere essa non può essere garantita solo dal PEI);
  3. Frantumano la continuità relazionale tra studente e insegnante;
  4. Creano caos e imprevedibilità nella mente dello studente (che rischia di generare chiusure e diffidenze);
  5. Ingenerano diffidenza anche nella famiglia dello studente, costretta ad abituarsi ad un nuovo insegnante, con idee, metodologie e competenze diverse;

L’esempio che più si avvicina a questo scenario potrebbe essere, a mio modo di vedere, quello della psicoterapia (che è pur sempre una relazione d’aiuto al pari di quella tra insegnante di sostegno e studente). Si immagini quante difficoltà possa incontrare un paziente che giunto a dei risultati ottimali nel suo percorso psicoterapico si veda costretto a dover cambiare terapeuta.

Il lettore capirà subito che ogni psicoterapia è una storia esistenziale scritta in due. Ciò che si crea in psicoterapia è una forma di relazione a tutti gli effetti incardinata saldamente intorno due nuclei fondamentali: l’empatia e la fiducia. Ebbene, l’eliminazione di uno degli attori di questa storia a due non implica un cambiamento da poco, ma uno stravolgimento radicale dell’intera storia. Per tale ragione si può sostenere che ogni psicoterapia è unica proprio per le persone che la costruiscono, nella loro reciprocità.

Lo stesso si potrebbe dire, analogicamente, della relazione insegnante-studente. Per tali ragioni, che qui frettolosamente ho cercato di riassumere (ma tanto altro si potrebbe dire) accolgo con molta speranza la proposta del Ministro, in attesa che possa diventare realtà superando quelle naturali difficoltà amministrativo-organizzative che però da sole non bastano a far cambiare idea sugli effetti benefici che essa potrebbe apportare.


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