LA BUONA SCUOLA: PORTE APERTE O PORTE CHIUSE?

LE STORTURE DEL CONCORSO SCOLASTICO ITALIANO. È SEMPRE PIÙ DIFFICILE DIVENTARE INSEGNANTI

Quest’anno ad avvicinarsi ai banchi di scuola sono stati milioni di italiani, desiderosi di superare il concorso scolastico ed entrare in graduatoria. Peccato che si sia rivelato un test quasi inutile: i candidati sapevano già di passare la prima fase senza particolari difficoltà e di non ottenere l’abilitazione all’insegnamento. Risultato: servirà convocare due commissioni a cattedra per le prove orali e acquisire (o meglio, acquistare) 60 crediti per l’abilitazione.

La media degli ammessi agli orali, ossia al secondo e ultimo step, è molto alta: mentre scuola dell’infanzia e primaria contano l’80% dei risultati positivi, nella scuola secondaria di primo e secondo grado la percentuale arriva a toccare l’87%. Numeri sorprendenti se si considera il successo, nel 2022, del solo 10% per la scuola secondaria! L’enorme differenza tra i due concorsi (quello del 2022 e quello di marzo 2024) è dovuta a un semplice fatto: la volontà da parte del Ministero dell’istruzione e del merito di dare maggiori possibilità di inserimento nel settore dell’insegnamento rispetto all’ultima volta. Cercando di evitare test eccessivamente specialistici, si è ottenuto, però, il risultato opposto: una prova a crocette sin troppo generica.

Al di là del grado di difficoltà, anche questo concorso si è confermato puramente nozionistico: gli iscritti alla prima prova son stati valutati non solo sulla base di nozioni di pedagogia, psicologia e didattica, ma addirittura sulla base di nozioni non inerenti alla cattedra di concorso ambita. Oggi si discutere infatti sull’inadeguatezza dei criteri di valutazione dei futuri insegnanti: tanto nozionismo e nessun test attitudinale per chi lavora a stretto contatto con bambini e adolescenti.

Ad aggravare poi la situazione è la finalità di questo concorso straordinario: seppur pensato per sopperire al problema delle cattedre vacanti, il concorso comunque non abilita all’insegnamento. Ciò significa che per i vincitori del concorso che non possiedono l’abilitazione è previsto un percorso formativo supplementare, equivalente a 60 CFU (crediti formativi universitari).

Ma come funzionava prima dell’introduzione di questi crediti? Nel 2017, il Ministero aveva dichiarato “requisito obbligatorio” per accedere alla selezione scolastica 24 CFU di materie psico-pedagogiche, mentre dall’anno scorso, per ottenere l’abilitazione all’insegnamento, tutti, compresi i possessori dei 24, sono tenuti ad acquisire ulteriori crediti formativi.

L’ottenimento dei 60 crediti ha ovviamente un costo, e non solo in termini di tempo: per integrare parzialmente crediti (ossia per chi possiede 24 CFU) occorre pagare 2mila euro alle università, mentre per il percorso completo (60 CFU) sono richiesti 2500 euro e una ventina di ore di tirocinio. Dal momento che l’introduzione dei 60 CFU è recente e che quindi poche persone attualmente li possiedono, è scarsamente probabile che chi vincerà questo concorso avrà diritto immediato alla cattedra. È possibile, invece, che servirà altro tempo e denaro per il completamento dei crediti formativi prima di iniziare a insegnare.

Per fortuna, c’è chi crede ancora nel valore dell’insegnamento, pur sapendo di avere poche possibilità di accesso al primo tentativo. Le cattedre vacanti sono di molto inferiori rispetto ai 370mila candidati di quest’anno. Tutto fa pensare che questo sia più che altro un concorso per accumulare punti in graduatoria: chi non avrà vinto il concorso ma superato le due prove, otterrà 12 punti per la graduatoria del prossimo concorso.

Diversa è invece la situazione in alcune zone d’ Italia, dove cioè la crisi vocazionale relativa all’insegnamento ha iniziato a farsi sentire. Qui, infatti, i posti per le materie tecniche e per il sostegno erano in numero superiore rispetto ai candidati presenti. La scelta di complicare l’inserimento in graduatoria e di destinare stipendi bassi, e quindi di non riconoscere il giusto valore sociale agli insegnanti, ha reso questa professione meno attrattiva.

Tornando agli indispensabili 60 CFU, in questi giorni è uscito il Decreto attuativo per i corsi abilitanti all’insegnamento. Le notizie non sono positive: solo alcuni atenei e istituzioni sono accreditati per elargire i crediti, e i posti sono molto limitati. Solamente una decina sono i posti disponibili per ogni università accreditata e ogni candidato può far domanda in un solo ateneo italiano. Come rientrare dunque tra quei 10? Possedendo un master o avendo già esperienza nella docenza per almeno 3 anni si riesce a ottenere maggiori possibilità d’accesso. Accanto a ciò, c’è poi la lista dei riservisti, ossia di coloro che già insegna o che ha partecipato al concorso. In conclusione, oggi diventare insegnante in Italia è una vera e propria impresa.

Guardando al resto d’Europa, esistono percorsi più efficaci per chi ambisce alla docenza. In Germania, ad esempio, ogni corso di laurea possiede due indirizzi, uno di questi è abilitante all’insegnamento. Il curriculum per la docenza, comprendente di con esami di pedagogia, psicologia, fa sì che terminato il percorso di studi si entri già in graduatoria. Insomma, un metodo basato solo su graduatorie, non su concorsi, e con una formazione di anni senza costosi CFU aggiuntivi.

Malgrado come sia stato strutturato questo concorso, il Ministero ha fatto anche passi in avanti: è notizia recente l’introduzione della continuità didattica per gli insegnanti di sostengo. Da molto tempo ci si auspicava questa scelta, non tanto per i supplenti, che sebbene in classi differenti han mantenuto il proprio stipendio, quanto piuttosto per gli alunni. Loro sono la parte debole della vicenda ed è giusto che accanto al diritto allo studio si assicuri anche una continuità didattica.


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