SI TRATTA DI UNA FORMA DEMONIACA

SONO HITLERIANO PERCHÉ SOTTOMETTO LE DONNE

Sulla missione educativa della scuola

Il giorno della memoria è e resta un giorno fra tanti. Nel grande mosaico dell’inferno nazista esso assume sì un valore simbolico cruciale, ma guai a far coincidere la nostra memoria con giorni particolari (sia che si tratti di liberazioni di campi di sterminio, sia che si tratti di grandi controffensive, sia che si tratti di sbarchi o riconquiste). Il secondo conflitto mondiale è un caso etico, antropologico, politico, psicologico di una complessità senza eguali nella storia dell’umanità, e il ricordo non può ridursi, banalmente e brutalmente, a singoli giorni scelti sulla base di eventi che ci sembrano di grande valenza simbolica. La memoria dei giorni va sostituita dalla memoria delle cause storiche, e in questo cambio radicale di prospettiva lo scenario cambia radicalmente. Da questa prospettiva non ci sono più giusti e ingiusti, buoni o cattivi. Ci sono innanzitutto uomini capaci di compiere il male «in modo banale». È terrificante, ma reale! C’è quindi l’uomo in quanto tale, con le due debolezze, le sue turbe, le sue ossessioni, le sue responsabilità. Quest’uomo non ha bandiera (la bandiera vien dopo, le ideologie sono spesso sovrastrutture).

La seconda guerra mondiale è innanzitutto la storia di uomini che hanno dimostrato alla posterità che il male più atroce può essere compiuto da chiunque.

Il gioco delle bandiere, degli schieramenti e dei “giusti della storia” non corrisponde al male antropologico, al male cioè che l’essere umano in sé considerato è capace, ed è stato capace, di compiere. Non il giorno della memoria, ma la memoria abituale deve quindi confrontarsi, realisticamente e duramente, con il male di cui è stato – ed è – capace l’uomo prima di ogni bandiera, onde evitare di pensare erroneamente e illusoriamente che il male, in scenari disastrosi come quello della seconda guerra mondiale, sia stato realizzato soltanto da uno schieramento e che quindi sia possibile parlare di buoni e cattivi in modo fiabesco. Nell’ambito del secondo conflitto mondiale il male ha assunto una forma demoniaca, assolutamente aberrante che ha gettato disonore sull’umanità intera.

Un esempio di questa forma di male sistematicamente realizzato è stato quello del progetto della soluzione finale per la questione ebraica. Questa forma di male ha realizzato, in modo sconcertante, una matematizzazione pervasiva della vita umana capace di innescare un’industria della morte precisa e maledettamente accurata. Questa industria della morte è stata trainata da un’ideologia messa a punto in modo così persuasivo che sembrava davvero essere l’unica visione del mondo giusta (così doveva apparire il nazionalsocialismo visto ‘dall’interno’).

Quando però oggi, a meno di un secolo da ‘quelle tenebre’, un gruppo di studenti di età compresa tra i 15 e i 16 anni disegnano sulla parete della classe una svastica realizzano, a mio modo di vedere, un’altra tipologia di male. Questa forma, anche se non è fisicamente lesivo, risulta comunque oltraggioso nei confronti della memoria delle vittime di quel simbolo.

Questa forma di male ci comunica però altri sconcertanti messaggi. Se giovani esseri umani di oggi disegnano, inconsapevolmente, i simboli che hanno guidato una mattanza di proporzioni bibliche e lo fanno proprio sulle pareti di quella che dovrebbe essere la “fabbrica della memoria” (vale a dire la scuola) allora le speranze della nostra società di progredire verso un futuro migliore sono proprio ridotte al minimo. Innanzitutto gli insegnanti dovrebbero scrutare le pareti della classe e accorgersi dei simboli che gli studenti, che in esse passano ben cinque ore al giorno, vi disegnano. Ho già dedicato alla filosofia della casa un contributo per questa rivista e mi sento di poter dire che in qualche modo anche per la classe vale lo stesso discorso: l’aula è, in qualche modo, uno specchio delle psicologie dei singoli studenti.

Osservarne lo ‘stato di conservazione’, l’estetica, la disposizione ci aiuta ad avere tante importanti informazioni sulle dinamiche antropologiche e sulle strutture mentali degli studenti. La proliferazione di questi simboli sulle pareti (interne ed esterne della scuola) è sì un segno evidente di una profonda ignoranza storica, ma è anche un segnale allarmante di una facile – per non dire assoluta – duttilità della giovane mente degli adolescenti, che si configura facile preda di ideologie non comprese ma semplicemente abbracciate sulla base di qualche slogan letto in rete. Mi è capitato infatti di sentire studenti pronunciare queste parole: “le donne devono pulire, io sto dalla parte di Hitler”.

Il senso di smarrimento etico è stato profondo, così come il malessere spirituale che ne è derivato. Ma poi ho compreso quale fosse, in questo caso specifico, il collegamento logico in quella terribile affermazione: le donne vanno sottomesse allo stesso modo in cui Hitler ha sottomesso il mondo. Se è questa la facilità con cui è stata instaurata un’equivalenza tra un complesso fenomeno storico e una pratica culturale altrettanto complessa e determinata da più fattori (psicopatologici, culturali e sociali, religiosi, storici) allora le porte del caos sono aperte: tutto può essere tutto, ogni cosa coincide con l’altra, nessun divieto è attivo e l’ordine è perso.

“Io non sono hitleriano perché sottometto le donne” potrebbe essere il titolo di una lezione di educazione civica, realizzata in collaborazione tra le cattedre di filosofia, storia, diritto (laddove si studia questa disciplina) e italiano. Una lezione, questa, che partirebbe da un punto preciso – l’infondatezza di questa equivalenza – per muoversi verso considerazioni di più ampia portata esistenziale, etica, storica: cosa vuol dire essere nazista? È possibile oggi essere nazista? Quali sono le conseguenze etiche del nazismo? Ogni sottomissione ai danni di un altro essere umano è nazismo? Cosa fu storicamente il nazismo?

Cosa vuol dire possedere pari diritti? Cos’è eguale e cos’è diverso? Il diverso è inferiore? E così via. I programmi ministeriali che si muovono su binari già tracciati, su percorsi di pensiero già stabiliti e che fanno tappa fissa ai cosiddetti giorni della memoria (che sono giorni che spesso ricordano che alcuni assassini hanno scoperto i crimini di altri assassini) atrofizzano il pensiero critico.

Spesso queste occasioni sono onorate con cartelloni e filmati visti e rivisti. I docenti credono di assolvere i loro obiettivi curriculari ma disonorano lo scopo nobile della scuola, che è quello di formare uomini, non automi del pensiero. Prendere spunto da ciò che gli studenti manifestano (verbalmente, con disegni, con comportamenti) e da lì mostrare l’infondatezza di certe equivalenze, la vera natura storica di un fenomeno, l’immoralità di alcuni atteggiamento significa invece onorare non soltanto la memoria quanto l’umanità al fondo di ogni comportamento e di ogni riflessione.


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