VIOLENZA DI GENERE: DI COSA È FATTA?

La violenza di genere (e non solo questa) è figlia innanzitutto dell’”indifferenza”, della “solitudine” e di una presunta “normalità’” ci dicono molti psichiatri e psicologi e se così allora qui troviamo una matrice culturale forte e che viene da lontano. Una matrice che ha ucciso l’empatia, il bisogno di prossimità in una società disgregata e frammentata, fluttuante su tecno-social scivolosi che vorrebbero essere iper-connettivi ma falliscono.

Processi figli del patriarcato inteso come espressione o fonte della diseguaglianza delle opportunità e di potere tra uomini e donne in tutti i settori dell’economia e della società, dalla scuola all’ università all’impresa? Lo pensa il 80% degli italiani e – inoltre – con ben il 70% che ritiene utile l’educazione sessuale nella scuola (Eumetra). Dunque certamente si il patriarcato ha le sue colpe non banali di una società gerarchica, verticale e gender, almeno in larga parte, ma dall’altra – si dice – anche espressione di una “guerra dei sessi” dal ’68 in poi e tuttavia sempre come una sorta di “reazione” al patriarcato. Certo il mondo “avanza e cambia”, ma cosa si può fare per accelerare questo cambiamento necessario vista la patologica diffusione dei femminicidi?
Almeno tre cose vanno sottolineate:
A – prevenzione, perché non si fa e non se ne parla nella scuola;
B – protezione della vittima, che non si fa perché gli strumenti legali e di polizia sono ancora lenti e farraginosi (nonostante qualche avanzamento non sempre deterrente) ;
C – sanzione severa che spesso manca anche per sottovalutazione del fenomeno (e l’aumento delle pene in sé non sempre utile deterrente). Le donne chiedono più leggi adatte rispetto agli uomini senza eccessi securitari ma che offrano certezza e dunque sicurezza.

E’ l’UNESCO che parla di una educazione sessuale comprensiva nella scuola ma la cultura patriarcale si oppone e così la politica che se ne alimenta pure quando non ne parla. Ma quale educazione in un mondo fortemente frammentato e dove cultura e conoscenza sono radicalmente cambiate solo negli ultimi 30 anni con media (social/Internet) sempre più intrusivi che distruggono profondità e promuovono “superficialità’”, scarso confronto e assenza di dialogo frantumando emozioni e sentimenti e facendo galleggiare spesso solo istinti e pulsioni. Peraltro in presenza di una famiglia sempre più fragile e debole in assenza di luoghi di incontro protetti ed educativi come lo erano gli oratori (che andrebbero rilanciati su nuove basi civiche e di volontariato).

Quindi non possiamo chiudere chirurgicamente le responsabilità penali nell’individualità (che tali sono e rimangono) ma capire ed agire su un contesto patologico sistemico che è culturale e ideologico, antropologico e che forgia i comportamenti tenendone conto per agire misure e azioni che cambino appunto culture, saperi e valori per scelte consapevoli e responsabili, rispettose alimentate da civismo e accogliente solidarietà.

Nella scuola tuttavia ci servirà non tanto una nuova materia “affettivo- sentimentale”, ma anche e forse soprattutto una “didattica emotiva” che trasferisca pratiche di dialogo coinvolgenti ed appassionanti che agiscano sugli studenti educandoli al gruppo e al Noi per cambiarne con nuove pratiche i comportamenti e i valori profondi, facendo emergere emozioni positive per scegliere consapevolmente sentimenti e virtù nella tolleranza senza scivolamenti nel relativismo.

Quindi una “didattica emotiva” per trasmettere rispetto, dialogo, prossimità, riflessività per ricostruire un Noi a prevalere sull’Io rompendo il pavimento di vetro dell’indifferenza e consentire all’empatia di rifiorire con una robusta forza spirituale sia per credenti che per laici.

Per riscoprire in questo modo la vicinanza dell’Altro introiettando il rispetto della persona e la parità di genere dalle pratiche di insegnamento come mezzo e obiettivo congiunto di partecipazione, condivisione, inclusività e riflessività da diffondere in istituzioni e imprese. Mentre la politica – purtroppo – rimane confusa, incerta e divisa in un arcaico e sospeso indefinito ideologico è un bellissimo segnale che le piazze si riempiano di giovanissime e giovanissimi pacifici, musicanti e colorati.

Proprio quella generazione di “nativi digitali” che per la prima volta si specchia nel contrasto paradossale tra un “digitale infinito e smaterializzante” e un’“esperienza corporea della finitezza materiale” dove provare a ricomporre quella devastante – perché anti-storica e anti-scientifica – divisione cartesiana tra mente (“razionalità del maschile”) e corpo (“emozionalità del femminile”). Riscoprendo quel corpo come il bene più intimo e prezioso che abbiamo e che ci offre l’identità riflessiva dell’umano con la sua fisicità, psicologia, memoria e immaginazione, con la sua profonda spiritualità per dare un senso all’esistere per e con l’Altro da Sé con tutti i suoi desideri e passioni e dunque all’involucro di diritti che ci riporta al Sacro, nel senso proposto da Morin e Bateson.

Segnale di una nuova consapevolezza che sta emergendo e che la morte violenta di Giulia e delle sue sorelle cadute con lei ha solo fatto sbocciare nel risveglio dei cuori e che giaceva sotto le braci di un fuoco potenziale che si stà irrobustendo e che ci fa ben sperare.

NDT.: L’EDITOR HA SCELTO UN FOTOGRAMMA DALLA CELEBRE SERIE HORROR VENERDI’ 13 PER EVIDENZIARE COME UN FLUSSO DI RAPPRESENTAZIONI DI VIOLENZA DI GENERE INVADE I NOSTRI OCCHI DA MOLTO TEMPO


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