POTERE, AUTORITÀ E SOVRANITÀ

La politica come scienza filosofico-sociologica

L’autorità politica (prendiamo provvisoriamente il sostantivo nel significato e uso comuni e correnti) si presenta subito come autorità “sovrana”, sia nel senso che è sopra e distinta dalle altre (militare, domestica, economica, accademico/scolastica, religiosa/ecclesiastica), sia nel senso che si presenta come la forza più forte (si tratti di forza “giusta”, di forza “garante”, di forza presunta imparziale, cioè sopra le parti e comunque sempre, anche non in presenza dello Stato moderno, di forza in monopolio), che, perciò, può essere considerata come quella che permette, controllandole, la coesistenza di tutte queste forze inferiori (sicché non si deve identificare il concetto di sovranità in sé con quello specifico e tipico dello Stato moderno, nel senso che anche nella “città antica” o nelle società politiche medioevali siamo in presenza di un potere politico supremo proprio in quanto potere politico: che sia quello del legislatore di Marsilio da Padova o quello del “principe” machiavelliano, da questo punto di vista è secondario).

Infatti, la forza, nella misura in cui tende per sua natura a imporsi (cioè a porsi sopra), implica di per sé ed esprime un “primato” o una “priorità-poziorità” da parte di chi la impiega nei confronti di coloro su cui viene esercitata. La forza, in definitiva, esprime in modo vistoso una asimmetria. La relazione politica – è opportuno ribadirlo ancora una volta – non è paritaria, comporta sempre uno o un gruppo ristretto (“classe politica” o “élite”) che comanda e i molti, i più, che obbediscono alle decisioni dei primi, insomma, una relazione tra chi sta su e chi sta giù, tra il “palazzo” e la “piazza”.

Asimmetria che si caratterizza soprattutto, come visto, per un aspetto specifico: l’obbedienza spontanea, cioè non semplicemente estorta con la forza viva e nuda, bensì avvertita ed eseguita come “dovuta”. L’obbedienza presuppone una giustificazione etico-culturale, così come il comando stesso la presuppone e/o la prepone e la propone. L’obbedienza, in politica, è dunque sentita come “dovuta” ed è (da considerare) parte integrante del comando (essa va perciò intesa non solo in senso psicologico ma “teoretico” o “logico”, in quanto risponde alla domanda: “perché obbedire alla legge?”; si tratta di quello che si può definire il senso kantiano dell’accettazione/obbedienza, quindi, dell’obbligatorietà o “doverosità”).

Ma se questo è il rapporto asimmetrico della politica espresso dal comandare/obbedire, non si finisce così per escludere da essa tutti quegli atteggiamenti che non rientrano in tale rapporto ma che pure comunemente vengono considerati tipiche espressioni e manifestazioni della politica, come, per esempio, la rivoluzione, la resistenza, la contestazione, che si caratterizzano invece per la disobbedienza al comando politico? Sono tre esempi che hanno in comune l’atteggiamento di rottura, di rifiuto, di non accettazione del comando politico e, quindi, dell’obbedienza correlativa.

Valgono qui, però, due osservazioni: nella misura in cui sono comportamenti mirati a instaurare una diversa o alternativa situazione politica e una nuova forza di comando, siamo dunque in presenza di un’anti-politica che rimane interna alla politica stessa; nella misura in cui questa anti-politica agisce attraverso un tipo di organizzazione, più precisamente di mobilitazione (della rivoluzione, della resistenza, della protesta), che si struttura per lo più in movimenti guidati da leader (e pertanto in nuovi rapporti interni di adesione/obbedienza dell’azione collettiva/movimentista, rivoluzionaria/insurrezionale, resistenziale, protestataria), riproduce momentaneamente quella fondamentale asimmetria, pur nella forma “antipolitica”, in vista di instaurare una nuova politica.

In conclusione, la contestazione (rivoluzionaria, resistenziale, protestataria in genere) non riguarda la politica in sé ma un tipo di politica: in altri termini, a essere contestati sono in concreto “i politici”, una “classe politica”, una élite al potere. Si può anche dire che la contestazione, in quanto riguarda i “governanti”, riguarda il “governo” in senso stretto, cioè gli uomini che governano in un dato momento.


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