La politica come scienza filosofico-sociologica parte tredicesima
Quando il potere è considerato come legittimo, esso si traduce in “autorità” in senso stretto, termine che materializza il principio di legittimazione in senso proprio (e filosofico, etico-filosofico) e da non confondere, però, con la personalizzazione dell’autorità (che si identifica con chi detiene il potere stesso). L’autorità si pone, perciò, come la base e il fondamento del potere. Se questo perde la legittimità, perde l’effettività.
La legittimità si può perdere per abuso del potere, cioè del suo esercizio, quando esso non si esplica secondo la legge ma in modo arbitrario: quando erige, insomma, l’arbitrio a legge. Oppure, si può perdere la legittimità per corruzione, che è l’uso del potere per fini “particolaristici”, egoistico-personali, e quindi “economici”, non politici: si tratta del passaggio da scopi generali o universali a scopi personali-individualistici (anche quando familistici o, invece, settari o di partito, e così via). Ma la legittimità si può perdere anche per ragioni più intrinseche, cioè culturali o ideologiche in senso culturale, quando viene meno nella convinzione/consenso comune un principio di legittimazione per il sopravvento di un altro principio, cioè in base al maturare di una nuova giustificazione che demitizza quella precedente e corrente. Spesso, i due criteri si combinano: la corruzione (già di per sé indice di decadenza etico-morale) porta alla demitizzazione dell’autorità, a smascherarla ideologicamente (preso qui l’avverbio nel suo significato svalutativo), cioè come “ideologia” tout court, rivelandone la natura o l’uso diventati puramente strumentali al potere e utilitari nel senso proprio.
Possiamo, prima di concludere, sintetizzare quanto fin qui svolto sul tema potere/autorità con le parole di un grande filosofo politico del Novecento, Carl Schmitt: “Nessun sistema politico può durare anche soltanto per una generazione con la sola tecnica di conservazione del potere. Al “politico” inerisce l’idea, dato che non c’è politica senza autorità né c’è autorità senza un ethos della convinzione”; il “politico” sta qui, nel lessico schmittiano, per l’astratto, la “politica”.
A questo punto, si intuisce, e si conferma compiutamente, l’importanza di distinguere la titolarità del potere dal suo esercizio e, quindi, dai soggetti cui fanno rispettivamente capo l’uno e l’altra (e che possono anche coincidere, nel senso e nel caso già illustrati del potere democratico, quando chi ne è titolare esercita formalmente egli stesso il potere). Nella prospettiva del secondo – l’esercizio – si devono distinguere il “governo” in senso stretto (in senso largo indica l’esercizio del potere politico in generale, mentre in senso specifico quel “potere o “organo” del potere da cui emana la decisione: tanto vero che nello Stato moderno si distingue il “potere esecutivo” o “governo” propriamente detto dal potere “legislativo” e da quello “giudiziario”: tutti e tre “poteri”, il cui insieme costituisce il “potere politico” tout court e in questo senso il “governo”) e le “forme di governo” di cui si è parlato in precedenza.
Non sempre – come detto – chi è titolare del potere lo esercita. Più spesso l’esercizio del potere avviene in nome e su mandato (effettivo o presunto) del titolare. Anzi, nella concreta realtà storica il potere è sempre (formalmente) esercitato su mandato, come nel caso di una monarchia, non solo “di diritto divino” ma anche, per esempio, “dinastica” (e lo stesso vale perfino nel caso del potere “plebiscitario” tipico del totalitarismo, dove, carismaticamente, il mandatario assume e riassume nella sua persona di governante/dittatore la presunta delega del mandante, cioè della massa/popolo).
Un’ultima osservazione a proposito di questa distinzione fra titolarità ed esercizio del potere: essa rimane teorica anche se illuminante, nel senso che chi effettivamente esercita il potere è in pratica inevitabile tenda a rivendicarne direttamente, se possibile, la titolarità (secondo un processo psicologico di auto-legittimazione) e che chi ne è titolare aspiri, a sua volta, a pretenderne, se possibile, l’esercizio (ma non va trascurata l’altra faccia della medaglia: è difficile, infatti, configurare una titolarità assoluta, già a partire dal monarca di diritto divino – che perciò rimanda alla titolarità originaria di Dio – per arrivare al rappresentante del popolo, anche quest’ultimo rinviabile a una “natura umana” in cui è iscritta l’uguaglianza di tutti gli uomini, tanto più se natura considerata come creata da Dio…).
Se volessimo ora schematicamente riassumere il senso ultimo di quanto qui detto, deve risultare che :1) la politica non può risolversi nel puro potere; 2) il potere è momento specifico e saliente della politica; 3) il potere consiste nella volontà umana razionale; 4) presuppone il consenso di chi vi si sottomette. Consenso che rappresenta, per i cittadini del XXI secolo, il presupposto-base della concezione democratica, per la quale le teste si contano, non si tagliano. E si contano perché contano. E, dunque, l’individuo/persona umana sta alla base e alla fonte della politica e della democrazia quale forma di governo e quale principio specifico di legittimazione: l’individuo/ persona, cioè, con i suoi diritti fondamentali (da questo punto di vista, la democrazia quale forma di governo si presenta come quella che più fedelmente e coerentemente incarna il principio di legittimazione politica).
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