1981, IL SEQUESTRO TALIERCIO

Giuseppe Taliercio

di Mario Pacelli

20 maggio 1981: quattro uomini, uno con la divisa della Guardia di Finanza, si presentano a casa dell’ing. Giuseppe Taliercio, direttore dello stabilimento petrolchimico della Montedison a Porto Marghera. L’ing. Taliercio è a pranzo con la moglie e due dei cinque figli. L’uomo in divisa gli chiede di esaminare alcuni documenti: i due si recano nel soggiorno che funge anche da studio dell’ingegnere mentre gli altri tre sconosciuti restano in cucina con la moglie e i figli. All’improvviso i quattro estraggono le pistole: Taliercio e i suoi congiunti vengono incatenati ed imbavagliati con nastro adesivo.

Per quasi un’ora gli sconosciuti rovistano tra i documenti che trovano nel soggiorno, poi chiudono l’ingegnere in un grosso baule verde che caricano su un furgone che attende vicino alla porta. Alla stazione di Mestre il baule viene trasferito su una Fiat Ritmo bianca che si dirige veloce verso Tarcento, in provincia di Udine, dove nella soffitta di un casolare è stata collocata una tenda: sarà per quarantasei giorni la casa di Giuseppe Taliercio.

Due giorni dopo (22 maggio) il rapimento venne rivendicato in sei pagine

dattiloscritte dalle Brigate Rosse: la motivazione è la “multinazionalizzazione delle partecipazioni statali” (la Montedison, risultante dalla fusione tra Montecatini ed Edison, era una società posseduta dall’ENI a partire dal 1970) che, guidata dalla logica del profitto capitalistico, determinava prepensionamenti, collocamento in cassa integrazione e licenziamenti dei

lavoratori per “rimodellare tutto il mercato del lavoro nel suo complesso” (v. il testo in Progetto memoria, Le parole scritte, Coop. Edit. Sensibili alle foglie).

I documenti resisi disponibili dal 1981 ad oggi hanno consentito di conoscere meglio le motivazioni del rapimento.

A partire dall’inizio degli anni ’70 la situazione industriale della zona di Porto Marghera era stata al centro di vivaci polemiche, specie dopo la pubblicazione degli studi di Cesare Maltoni, a proposito della cancerogenicità del C.V.M., una sostanza tra le molte nocive immesse nell’atmosfera dalle lavorazioni dello stabilimento petrolchimico.

Molti erano gli operai intossicati, la pressione della popolazione contro l’inquinamento sempre più accentuata, la protesta sindacale continua: non a caso uno dei fondatori delle Brigate Rosse (Prospero Gallinari) si trasferì proprio a Marghera dove trovò lavoro in un’ impresa di facchinaggio. Lo scopo era infiltrarsi nella protesta assumendo iniziative che consentissero “di presentarsi alle avanguardie di lotta in Montedison con una certa voce in capitolo” (Gallinari, pag. 95).

Le Brigate Rosse erano presenti nel Veneto già dal 1972, con la Brigata Ferretto, risultante da accordi con la sinistra extraparlamentare veneta: nel 1974 vengono uccisi due militanti del M.S.I. e nel 1978 (8 gennaio) la nuova colonna guidata da Moretti uccide il vice direttore del petrolchimico Sergio Gori (un avvertimento per Taliercio che infatti lo interpreta come tale). Il 12 maggio 1980 è ucciso il commissario Alfredo Albanese, capo dell’antiterrorismo della Digos di Venezia.
In autunno è messo alla gogna l’ex direttore di stabilimento petrolchimico Luciano Strizzali. Tuttavia le B.R. in Veneto alla fine degli anni ’70, malgrado l’intensa attività degli anni precedenti, attraversano un momento di profonda crisi sia sotto il profilo organizzativo che a proposito della linea da seguire.

L’arresto (ed in taluni casi l’uccisione) di molti tra i capi storici dopo il tragico epilogo della “vicenda Moro” aveva scompaginato l’organizzazione: la colonna romana era stata disgregata mentre fra i brigatisti detenuti cominciava a serpeggiare l’idea della secessione che avvenne infatti nel 1981. E’ del 1979 il cosiddetto “Documentane” (il documento indicato poi con il titolo “L’ape e i comunisti”) proveniente dal carcere speciale di Palmi dove erano rinchiusi molti dei brigatisti catturati e nel quale si accusavano quelli rimasti liberi di eccessivo attendismo, quando era invece necessario aumentare la pressione e, previe intese con tutte le componenti armate del fronte extraparlamentare, provocare lo scoppio della guerra civile.

L’esecutivo delle Brigate rosse respinse le venti tesi enunciate nel documento. Una riunione della direzione strategica, avvenuta a Genova nel 1979 ed alla quale presero parte i rappresentanti delle sei colonne esistenti (Genova, Milano, Torino, Veneto, Roma, Napoli) oltre che di quella sarda in via di formazione, respinse il “Documentane” affermando che coloro che si trovavano in carcere non avevano una chiara visione della copmplessità della situazione.
La frattura tra le Brigate rosse “tradizionali” ed il nuovo Fronte della Guerriglia era ormai netta. Scriverà alcuni anni più tardi Barbara Balzerani, l’ultimo tra i capi storici ad essere arrestato, che “continuavano ad esserci con i più militanti ed una maggiore forza organizzativa ma non riuscivano ad andare oltre la loro fisionomia iniziale, con un preoccupante divario tra la loro capacità di attrarre

compagni ed una sempre più spiccata autoreferenzialità dei loro astrusi programmi per masse rivoluzionarie inesistenti” (Compagna Luna, pag. 81).

Il sequestro Taliercio nasce in questo clima di incertezze, deciso dalla colonna veneta che faceva capo ad Antonio Savasta, ritenuto dal Fronte della guerriglia (brigatisti detenuti) espressione di quella linea politico – militare che avrebbe dovuto essere seguita. Il sequestro del direttore della Montedison era in linea con quell’attacco diretto al potere che avrebbe dovuto realizzare la ricomposizione della frattura con la colonna Alasia (milanese), che spingeva per l’azione sul fronte delle fabbriche in nome dell’unità del proletariato, e con quella napoletana, che puntava invece sulla guerriglia. L’obbiettivo di Savasta, nel proporre il sequestro di Taliercio all’esecutivo delle B.R., era in sostanza la individuazione di un obbiettivo immediato comune: Taliercio era un mezzo per colpire la Montedison che significava al tempo stesso la “fabbrica di cancro di Porto Marghera” (B. Balzarani, cit.) e lo Stato (la società era a prevalente partecipazione statale).

L’esecutivo diede il suo assenso all’operazione, che fu condotta dalla colonna veneta, la colonna Ludmann, dal nome della brigatista Annamaria Ludmann, uccisa il 28 marzo 1980 con altri tre brigatisti in un conflitto a fuoco con i carabinieri di Genova. Non è stato mai completamente chiarito se la decisione di uccidere Taliercio fu presa al momento in cui ne fu progettato il rapimento o, come sembrerebbe da una successiva decisione dello stesso esecutivo di cui si dirà più avanti, solo in seguito allo svolgimento degli avvenimenti, che risultarono del tutto negativi per le B.R. Quel che è certo, come apparve chiaro a sequestro avvenuto, è che si trattava di un progetto folle, maturato in base ad una logica contingente e senza tenere conto di alcuni elementi di fatto, alcuni riguardanti il rapito, altri la situazione complessiva in cui si andava a colpire.

Giuseppe Taliercio era nato, ultimo di cinque figli, a Marina di Carrara 1’8 agosto 1927. La madre, restata presto vedova, aveva mantenuto la famiglia con un piccolo commercio di terraglie ma aveva voluto che Pino studiasse: a scuola otteneva ottimi risultati, e nel 1952 si laureò in ingegneria elettrotecnica all’Università di Pisa. Trovò subito lavoro alla Edison (poi Montedison) di Porto Marghera, si iscrisse all’Azione Cattolica, nel 1954 si sposò e si trasferì a Marghera. Fervente cattolico, si iscrisse alla Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, di cui fu Presidente a Marghera dal 1960 al 1968. ebbe cinque figli, si dedicò completamente al lavoro ed alla famiglia, cercò in ogni modo di attenuare lo scontro in fabbrica sulle condizioni di lavoro e sui tagli all’occupazione nello stabilimento.

La sua azione urtava però da una parte contro un muro di dinieghi alla richiesta di interventi sugli impianti inquinanti da parte della Società, in piena crisi e che finirà per essere ceduta al gruppo Ferruzzi, e dall’altra contro un fronte sindacale sempre più preoccupato dalle pessime condizioni di lavoro per l’inquinamento atmosferico derivante da lavorazioni pericolose mentre il malcontento tra i lavoratori era fomentato da extraparlamentari di tutte le tendenze, brigate rosse comprese, infiltrati tra i lavoratori.

Taliercio continuò le sue opere caritatevoli, compiute nel più stretto riserbo, e fece quanto possibile per migliorare le condizioni ambientali, ma il suo spazio di manovra era molto esiguo. Quando si trattò di varare un piano per mille licenziamenti, diede le dimissioni da Direttore del Petrolchimico dopo quasi 18 mesi impiegati in una impresa che equivaleva al tentativo di una quadratura di un c ircolo .

La Montedison accolse le dimissioni: Taliercio avrebbe continuato a dirigere lo stabilimento di Porto Marghera fino al 30 maggio per assumere successivamente funzioni ispettive presso la direzione generale della Società a Mila no.

Il sequestro venne effettuato il 20 maggio, a ridosso del trasferimento di Taliercio, segno evidente che, come risultò anche dai successivi comunicati, i rapitori erano bene a conoscenza di tutto quanto avveniva all’interno del Petrolchimico, comprese le notizie che avrebbero dovuto restare riservate.

Le indagini si dimostrarono subito molto difficili: i rapitori erano scomparsi senza lasciare alcuna traccia che ne consentisse la identificazione: unico indizio l’accento romano di uno dei rapitori (si saprà poi che si trattava del capo della colonna veneta, Antonio Savasta).

Il 22 maggio, preannunciato dal quotidiano “Il mattino” di Padova, arrivò il primo comunicato (v. Progetto memoria, Le parole scritte, pag. 223) delle B.R. che rivendicavano il rapimento. li lungo dattiloscritto, firmato Brigate Rosse, indicava i motivi del sequestro: la “multinazionalizzazione delle partecipazioni statali” (la Montedison era una società ENI) che significava una ristrutturazione capitalistica all’origine dei prepensionamenti, cassa integrazione, licenziamenti, e più sostenuti ritmi di lavoro.

Il trenta maggio arrivò il secondo comunicato delle B.R., firmato questa volta dalla colonna milanese Franco Alasia, con acclusa una foto di Taliercio sotto il consueto drappo con la stella a cinque punte: era incatenato alla caviglia, con la barba lunga, reggeva un cartello con alcuni slogan ma nel complesso sembrerebbe in buona salute. Il comunicato conteneva alcune espressioni abituali nei messaggi delle B.R. (“Attaccare il disegno controrivoluzionario” … etc).

Il 4 giugno arrivò il terzo comunicato con un durissimo attacco al sindacato del Petrolchimico, accusato di non aver mostrato la necessaria durezza nei confronti della Montedison. Era un modo per tentare di chiamare in causa le organizzazioni sindacali dei lavoratori dopo che quella dei dirigenti si era rifiutata di aprire al dialogo. Una settimana prima infatti (4 giugno) Taliercio aveva scritto una lettera, non resa nota, all’allora Presidente per il Veneto della C.I.D.A., il sindacato dei dirigenti di azienda (Repubblica, 11 luglio 1989), nella quale dichiarava di ritenere “che una presa di posizione chiara ed energica possa porre il sindacato dirigente in posizione di forza rispetto alle classi imprenditoriali e politiche, si da fare accettare linee di comportamento che possono sbloccare positivamente situazioni come la mia”, che viene indicata come “difficile e tragica”.

Le Brigate rosse avevano compiuto un errore di valutazione estrapolando alcuni precedenti. Al rapimento di Giovanni D’Urso, dirigente della direzione generale degli istituti di previdenza e pena del Ministero della Giustizia, era seguita una lunga e complessa trattativa che aveva portato alla fine alla liberazione del magistrato (15 gennaio) in cambio della ospitalità data da parte della stampa alle tesi delle B.R. Anche al rapimento (3 giugno) da parte della colonna milanese delle B.R. del dirigente dell’Alfa Romeo Renzo Sandrucci erano seguite trattative con la direzione dell’Azienda che portarono alla liberazione (23 luglio 1981) del rapito.

Considerato quanto avvenuto, le B.R. erano portate a ritenere che anche la Montedison si sarebbe dimostrata aperta alla trattativa : era una valutazione che non teneva conto né delle dissestate condizioni della società, né del fatto che il Governo già nel caso D’Urso si era dimostrato del tutto chiuso alla trattativa e che la Montedison era una società a partecipazione statale che ben poco, a differenza dell’Alfa Romeo, aveva di privato, che pure era una azienda I.R.I.

La risposta della C.I.D.A. alla lettera di Taliercio fu chiara espressione della volontà di restare estranea alla vicenda: nella lettera del suo Presidente regionale ci si limitò infatti ad affermare che “il ruolo e la responsabilità del dirigente industriale discende da scelte imprenditoriali o politiche”: era agli industriali e ai politici che andavano dunque indirizzate le richieste di intervenire.

A rispondere a Taliercio fu la moglie con una lettera (Repubblica, 23 giugno) pubblicata sul settimanale diocesano di Venezia “Gente veneta”: nella lettera la signora Taliercio sollecitava un intervento che non verrà da parte del sindacato dei dirigenti e garantiva che avrebbe continuato a fare tutto quanto possibile per ottenere la liberazione di suo marito.

Taliercio nella tenda che era la sua prigione dimostrò grande coraggio: tentò di provocare un incendio per richiamare l’attenzione, scrisse una lettera alla famiglia che poi distrusse per non essere occasione di altro dolore per i suoi cari. Tenuto costantemente con una cuffia alle orecchie che trasmetteva musica rivoluzionaria, duramente percosso, rifiutò di sottoscrivere confessioni e

documenti, come avrebbero voluto i suoi carcerieri; nel comunicato delle B.R. dell’11 giugno si affermava che l’ingegnere, definito “un lurido porco schiavo delle multinazionali imperialiste” che ha programmato in modo scientifico “la morte e l’avvelenamento di centinaia di proletari” stava fornendo “ampie confessioni” ma si trattava chiaramente di una menzogna, come dimostrò indirettamente il quarto comunicato, fatto ritrovare il 26 giugno (Repubblica, 27 giugno 1981) sottoscritto questa volta dalla colonna Ludmann.
Nel comunicato si affermava che con il rapimento era stato dato “uno sbocco tutto offensivo alla resistenza operaia” del Petrolchimico; si rivendicavano ai Nuclei operai comunisti le azioni contro l’auto di un sindacalista della C.I.S. L. e l’attacco alla casa di un altro sindacalista a San Donà, e si comunicava l’avvenuta condanna a morte di Taliercio. Al comunicato era allegato un lungo volantino del “Comitato operaio” alla Montedison con una serie di richieste sui licenziamenti e le condizioni di lavoro in fabbrica e una fotografia di Taliercio, messo alla gogna, visibilmente provato.

Il 27 giugno Bianca Taliercio, una delle figlie del rapito, scrisse una lettera alle B.R. invitandole a formulare le loro richieste per rinunciare ad uccidere il padre.

Fu una richiesta senza esito: il 2 luglio un nuovo comunicato (Repubblica, 3 luglio 1981) il sesto, annunciò l’uccisione di Taliercio: ad essere accusata era nuovamente la Montedison che non rispondeva alle “richieste operaie e alle chiamate di responsabilità … continuando a realizzare i suoi piani”.

Sarebbe stata sufficiente una risposta dalla società per riaprire la questione ma prevalse la linea della fermezza.

Il cardinale Marco Cè, Patriarca di Venezia, fu tra i primi a rendersi conto che la situazione stava ormai precipitando: il 3 luglio supplicò i brigatisti di liberare Taliercio rinunciando a costruire la giustizia con le armi (Repubblica, 3 luglio 1981). Anche la moglie rivolse un appello ai brigatisti affinché non uccidessero il marito (Repubblica, 4 luglio 1981).

È probabile che a questo punto la colonna veneta ormai ricostituita (in questo senso va interpretata la sua firma apposta sull’ultima comunicato) si rendesse conto che non vi era nessuna possibilità di trovare un interlocutore disposto se non alla trattativa quanto meno al dialogo.

Savasta, il capo della colonna, esitò a prendere una decisione e chiese all’esecutivo delle B.R. quale fosse la scelta migliore da adottare. Il 3 luglio l’esecutivo (Novelli, Savasta, Lo Bianco e Balzàrani) decisero che Taliercio doveva essere ucciso.
La decisione trovò ostacoli all’interno della colonna veneta: per superare i contrasti fu lo stesso Savasta che si assume l’incarico di eseguire la sentenza.

Il 5 luglio Taliercio venne informato della sua prossima liberazione: indossò indumenti puliti nella convinzione di tornare presto a casa ma venne prima stordito e poi ucciso con 16 colpi di pistola. Avvolto in una coperta marrone, venne messo nel bagagliaio di una Fiat 128 chiara rubata alcuni giorni prima ed abbandonata vicino al Petrolchimico, alla fine di Via Beccaria, a Marghera, dove ora si trova un piccolo monumento a ricordo del fatto.
L’auto venne fatta ritrovare con una telefonata all’agenzia ANSA di Mestre poco prima di mezzanotte. Taliercio è irriconoscibile: la camicia è inzuppata di sangue, il volto molto scavato, dimagrito di dieci chili, un dente spezzato alla radice. L’autopsia chiarirà che era stato vittima di maltrattamenti e che non mangiava da quattro –

cinque giorni. Sul sedile dell’auto vengono ritrovati un orologio da polso, alcune chiavi, il portafoglio con una lettera di un amico e 7.000 lire.

Dopo il ritrovamento del cadavere non vi furono ulteriori comunicati a proposito della modalità della sua uccisione: era chiaro anche agli autori del rapimento e della uccsione di Taliercio che avevano subito una sconfitta in quanto, malgrado il delitto, non erano riusciti ad ottenere né la revoca delle decisioni già prese dalla Montedison in tema di licenziamenti e cassa integrazione, né diverse condizioni di lavoro al Petrolchimico, né soprattutto a dimostrare ai lavoratori che con la lotta armata si poteva ottenere di più che con l’azione sindacale.
Per cercare di mascherare la sconfitta l’esecutivo delle B.R. motivò l’uccisione di Taliercio appellandosi alla continuità della lotta armata ed alla volontà di non aprire “improbabili trattative con la Montedison” che avrebbero condotto alla liberazione dell’ostaggio: la uccisione di Taliercio era stata, secondo le B.R., la “giusta conclusione del processo proletario” (Corriere della Sera, 1O luglio 1981). Qualche anno più tardi fu lo stesso Moretti (Moretti, Brigate rosse, pag.

227) a sottolineare che sia il sequestro Taliercio, conclusosi con la morte del rapito, che quello di Saccucci, che invece era stato liberato, avevano dimostrato che “persino il concludere un’azione con la vita o con la morte è del tutto indifferente rispetto all’esito politico. Tutte le nostre domande, dove possiamo arrivare con la lotta armata? a quel punto avevano ricevuto risposta”.

Anche il Fronte delle carceri, che aveva ormai assunto posizioni di contestazione della linea seguita dai brigatisti ancora liberi, e la colonna napoletana delle B.R. condannarono il sequestro di Taliercio, in quanto esso aveva avuto, a differenza di quello dell’assessore Cirillo e del dirigente dell’Alfa

Romeo Sandrucci, miseri risultati, con un arretramento di posizioni che poteva coinvolgere tutto il movimento rivoluzionario a causa di una campagna priva di contenuti politici (Repubblica, 1O luglio 1981). Il 13 luglio “L’Unità” scrisse che dentro al Petrolchimico non c’era posto per le Brigate rosse, chiaro invito ai lavoratori a prendere le distanze dai brigatisti infiltrati nello stabilimento.

L’8 luglio vi fu una grande manifestazione a Mestre a cui parteciparono 70.000 persone. Taliercio fu commemorato dal Segretario generale della C.G.I.L. Luciano Lama: la vedova gli chiese che cosa avessero fatto le organizzazioni sindacali per i dirigenti industriali, lavoratori anch’essi, presi di mira dalle B.R.: era una domanda alla quale era difficile dare una risposta.

Comparve a Marghera un grande striscione con la scritta: “I nazisti delle Brigate rosse hanno assassinato Taliercio”. 1110 luglio papa Giovanni Paolo Il si appellò ai brigatisti chiedendo la liberazione di tutti gli ostaggi (Cirillo, Sandrucci)e si dichiarò profondamente colpito dalla uccisione di Taliercio (Corriere della Sera, 13 luglio 1981).

I funerali furonoa Marina di Carrara dove Taliercio fu sepolto al cimitero di Avenza. Nel 1982 a Giuseppe Taliercio fu conferita la medaglia d’oro al valor civile alla memoria. Tre anni dopo Giovanni Paolo Il durante la sua visita pastorale a Marghera, ebbe parole di conforto per la vedova che benedisse con tutta la famiglia.

Antonio Savasta, l’autore materiale dell’omicidio, fu arrestato il 28 gennaio 1982 insieme ad altri quattro brigatisti al momento della liberazione da parte dei Nocs della polizia di Stato del generale americano James Lee Dozier, sequestrato dalle B.R. il 17 dicembre dell’anno precedente. Si dichiarò pentito e svelò nomi di brigatisti e loro rifugi: fu la fine delle Brigate rosse.

Gli autori del sequestro e dell’uccisione di Taliercio vennero arrestati e processati. Al processo, che iniziò a Venezia il 6 marzo 1985, Giovanni Francescutti, brigatista pentito, lesse un comunicato anche a nome degli altri pentiti, in cui si parlava del “luminoso esempio della famiglia Taliercio, l’uomo che abbiamo ucciso”. Anche Savasta al processo dichiarò che l’uccisione di Taliercio era stata “un tragico passo” ed espresse il desiderio di chiedere perdono alla vedova.

La famiglia Taliercio, profondamente religiosa, al processo non si costituì parte civile e pubblicamente dichiarò di perdonare gli assassini.

Dopo 72 ore di riunione in camera di consiglio, il 20 luglio 1985 la Corte di Assise di Venezia pronunciò la sentenza. Dei 114 imputati, 49 furono assolti (31 in quanto dichiarati non punibili, 7 per insufficienza di prove, 2 per prescrizione del reato e 9 per non aver commesso il fatto), 27 imputati ebbero condanne per 264 anni complessivi, due (Fenzi e Cerica) furono assolti e 8 (Balzerani, Novelli, Vanzi, Bianco, Moretti, Biliato, Calderini e Di Lonardo) ebbero l’ergastolo: Francescutti e Savasta profittarono della legge del 1982 che concedeva ampi sconti di pena ai brigatisti pentiti ed ebbero comminati rispettivamente 13 e 1O anni di reclusione.

Su indicazione del Patriarca di Venezia Ceè, Papa Giovanni Paolo Il° inserì nel 2001 il nome di Taliercio tra quello dei 2351 laici dichiarati testimoni della fede del XX0 secolo.

Bibliografia

Barbara Balzerani, Compagna luna, Milano, 1998

Centro culturale Kolbe, Venezia Mestre, Giuseppe Taliercio, 2001 Marco Clementi, Storia delle Brigate rosse, Roma, 2007 Donatella della Porta, Il terrorismo di sinistra, Bologna, 1991

Fabrizio Fabbri, Porto Marghera e la laguna di Venezia, Milano, 2003 Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli, Milano, 2006

Gigi Moncalvo, Oltre la notte di piombo, Milano, 1984 Mario Moretti, Brigate rosse, Milano, 2007

Progetto memoria, Le parole scritte, Roma, 1996

Luigi Francesco Ruffato, Giuseppe Taliercio, Venezia, 2001 Tessandori Vincenzo, B.R.: imputazione banda armata, Milano, 2004


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