ALBERTO PIRELLI

Roma, luglio 1943: vecchi uomini politici dell’Italia pre-fascista, generali, fascisti dissidenti, ex nazionalisti confluiti nel fascismo si incontrano, discutono, formulano ipotesi, predispongono progetti diversi con l’unico obiettivo di una pace separata con gli Alleati e della contemporanea estromissione di Mussolini dal Governo. Al centro il Re, con il Duca d’Acquarone: intorno a loro ruotano vari gruppi, tutti composti da uomini di sicura fede monarchica. C’è Dino Grandi, Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, c’è Luigi Federzoni, Presidente del Senato, ci sono uomini politici lontani dal fascismo come lvanoe Bonomi, diplomatici come Raffaele Guariglia, generali come Pietro Badoglio e tanti altri ancora. Tra loro c’è anche un grande industriale italiano, Alberto Pirelli, Presidente della Holding (formalmente svizzera) Pirelli, che la sua famiglia controlla attraverso lui stesso e i due suoi fratelli, Piero, Presidente della Pirelli italiana, e Giorgio, Presidente della emanazione inglese del gruppo.

Non è un caso che Pirelli faccia parte del gruppo di coloro che cercano una via d’uscita da una guerra che, dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia, appare irrimediabilmente perduta: la politica, ed in particolare quella internazionale, e gli affari per il Presidente del Gruppo Pirelli, sono stati sempre due mondi paralleli, due modi diversi di essere presente sulla scena politica ed economica italiana, senza però mai compromettere la sua posizione di grande industriale, fra i massimi esponenti del capitalismo italiano.

Quando Alberto nasce a Milano il 28 aprile 1882, secondogenito di Giovan Battista Pirelli, che ha dato vita da pochi anni ad una piccola fabbrica di articoli in gomma, l’azienda di famiglia è un’industria che ha grandi programmi di espansione e che all’inizio del secolo produce il primo pneumatico italiano, !”‘Ercole”.
A dieci anni Alberto già frequenta lo stabilimento paterno per imparare a conoscere tutte le fasi di lavorazione. Nel 1897, a quindici anni, partecipa alla campagna per la posa di cavi sottomarini, fabbricati dalla Pirelli, nel Mar Rosso ed a diciotto compie i primi viaggi all’estero alla ricerca di nuove fonti di approvvigionamento della materia prima – la gomma – necessaria per la produzione dell’azienda.

Segue corsi al Politecnico di Milano e all’Università Bocconi e si laurea in legge a Genova con una tesi su “L’arbitrato obbligatorio nelle controversie tra capitale e lavoro”. La tesi, pubblicata nel 1904, è un po’ il filo conduttore per comprendere le posizioni che Alberto Pirelli via via assumerà sia nella politica sia nel rapporto con il mondo del lavoro, sempre alla ricerca di un equilibrio che contemperi le diverse esigenze e di un compromesso che comunque non contrasti con gli interessi della grande industria.

Il giovane Pirelli ama lo sport, gioca nella prima squadra del Milan, nel 1908 vola con Wright a Le Mans, ma intanto mira ad impegnarsi direttamente nella sua industria. Nel 1904, negli Stati Uniti d’America, conosce Edison, si reca in Amazzonia alla ricerca di gomma a buon prezzo ed entra con il fratello nella gestione della società che ha ormai 250 dipendenti e distribuisce agli azionisti un dividendo pari al 5,50 per cento del capitale investito.

Il padre aveva avuto più volte occasione di lamentare la corruzione esistente nelle forniture pubbliche, a danno delle imprese come la sua che non accettavano il sistema: occorreva cambiare strategia ed entrare nel sistema per conoscerlo e se necessario condizionarlo, rifiutando di esserne invece condizionati, anche perchè le dimensioni aziendali.andavano mutando.

All’inizio del secolo la Pirelli è ormai una grande industria, con quattro stabilimenti che producono pneumatici per automobili, oltre a cavi telefonici sottomarini, articoli igienici e materiale elettrico. Nel 1909 la Pirelli acquista una piantagione di gomma in Estremo Oriente, la prima delle molte che la società acquisterà negli anni successivi. Sembra che il destino di Alberto Pirelli sia di diventare un grande industriale, sulle orme del padre, ma il giovane Pirelli ritiene questo un orizzonte troppo limitato.

Nel 1916 Alberto Pirelli ha il primo incarico pubblico: consulente presso il Ministero delle armi e munizioni, che ha il compito di provvedere ai rifornimenti militari e per conto del quale svolge numerose missioni all’estero, in una situazione di potenziale conflitto d’interessi che, peraltro, non fu occasione di critiche, anche per il trasparente comportamento di Pirelli, teso più ad acquisire una solida rete di conoscenze in campo internazionale che a profittare della sua posizione per qualche buon affare.

Fu una linea di comportamento che diede i suoi frutti: nel 1918 Alberto Pirelli è alla Conferenza di Parigi dei Paesi vincitori della 1° guerra mondiale nella delegazione capeggiata da Orlando. Membro del Comitato economico superiore di Versailles e della Commissione economica e finanziaria, partecipa alla negoziazione del debito di guerra. Lascia presto ì lavori della Conferenza in quanto non vengono affrontate le grandi questioni del riordinamento politico ed economico europeo, delle spese di guerra e delle materie prime: in un rapporto ufficiale del 1920 sugli aspetti economici della Conferenza della pace (v. Ostellino,pag. 9 estratto) pone l’accento sulla necessità di avviare un rapporto di collaborazione su un piano di uguaglianza fra i Paesi europei, rinunciando a porre in condizioni di inferiorità i Paesi vinti.

Continua a girare il mondo alla ricerca di sempre nuove fonti di approvvigionamento della materia prima – la gomma – per la sua industria che è in continua espansione. La famiglia Pirelli, dopo la fine della guerra è entrata saldamente tra le famiglie del grande capitalismo italiano: l’alleanza con gli industriali elettrici gli fa ottenere attraverso la S.I.P. concessioni elettriche in vaste zone dell’Italia settentrionale e poi con Stipe!, Telvo e Timo ben quattro reti telefoniche urbane (1926).

Nel 1920, durante la “settimana rossa”, lo stabilimento Pirelli viene occupato dagli operai in sciopero. Il contrasto con la proprietà dell’azienda è tuttavia meno duro che in altro stabilimenti industriali: la tradizione è nel senso di un reciproco rispetto tra le parti sociali. Dal 1873 esiste alla Pirelli una Cassa di mutuo soccorso, con il contributo anche del datore di lavoro e nel 1902 è stato stipulato alla Pirelli il primo contratto collettivo di settore. Le dure manifestazioni operaie del 1898 (un morto e cinque feriti) sono un lontano ricordo così come lo è la temporanea chiusura nel 1908 dello stabilimento al termine di un lungo sciopero. La situazione è cambiata: Pirelli, padre e figli, hanno compreso che i buoni rapporti sindacali in fabbrica sono una delle condizioni dello sviluppo aziendale ed hanno rinunciato all’allineamento al capitalismo più retrivo: il risultato è che dopo l’occupazione del 1920 gli operai chiedono ai Pirelli di restare a dirigere l’azienda.

L’occhio del giovane Pirelli è sempre rivolto a ciò che accade al di là dei confini: nel 1920 è rappresentante italiano all’Ufficio internazionale del lavoro di Genova e nel 1922 partecipa alla Conferenza di Cannes e di Genova sulla riparazione dei danni di guerra. Ormai l’esperto Pirelli collabora intensamente con le strutture pubbliche a livello internazionale. Liberale, fa parte della delegazione degli industriali lombardi (Conti, Olivetti, Benni) che si recano (ottobre 1922) dal Prefetto di Milano per caldeggiare l’incarico a Giolitti di formare il nuovo Governo, dopo le dimissioni di quello presieduto da Facta. Le cose vanno diversamente: Mussolini, diviene Presidente del Consiglio e offre (1923) a Pirelli un ministero economico ma ne riceve un garbato rifiuto. Tornerà alla carica nel 1925, ma ancora senza risultato: Pirelli aveva deciso – ed a questa linea di condotta resterà sempre fedele – di collaborare con Mussolini sul piano personale, di espletare gli incarichi di fiducia da lui conferitigli, ma non integrarsi mai nel fascismo né come ideologia né come partito di governo (prenderà la tessera del P.N.F. nel 1932, dopo averla in precedenza rifiutata).

Le occasioni di collaborare con il Governo nei rapporti internazionali non mancano: nel 1925 è a Washington e nel 1926 a Londra a rappresentare l’Italia per gli accordi sulla sistemazione dei debiti di guerra. Fino al 1927 rappresenta l’Italia al Comitato economico della Società delle Nazioni e dal 1927 al 1929 è Presidente della Camera di Commercio internazionale. È una occasione per ribadire a Londra (1927) le sue convinzioni a proposito della libertà di mercato e della necessità di imprese di grandi dimensioni che, come già avviene negli Stati Uniti, sviluppino la produzione in grande serie.
Nel 1929 interviene nuovamente a favore della libertà commerciale e della necessità per l’Europa di trovare nuovi mercati in Cina e nell’Unione Sovietica.

L’azienda di famiglia continua a svilupparsi ed è ormai tra le grandi industrie italiane: Pirelli, con Motta e Feltrinelli, attraverso il Credito Italiano condiziona di fatto l’economia italiana. Sarà questo gruppo a gestire di fatto il trasferimento allo Stato, che poi le trasferirà all’I.R.I., delle partecipazioni bancarie nelle grandi imprese industriali in crisi, riservando al gruppo quelle più appetibili dal punto di vista produttivo.

Nel 1932 muore Giovan Battista Pirelli e suo figlio Alberto ne prende il posto nell’azienda. Mussolini vorrebbe che divenisse Presidente della Confindustria, ma Pirelli rifiuta e per un breve periodo (1934) suo fratello Pietro è Commissario dell’associazione imprenditoriale. La Pirelli accentua la sua dimensione internazionale: già nel- 1925 un rappresentante della Banca Morgan, da cui la Pirelli aveva avuto un grosso prestito, era entrato a far parte del Consiglio di Amministrazione della società. Nel 1937 tutte le azioni della Compagnia internazionale Pirelli che assicurano alla famiglia il controllo di molte società che operano nel settore della gomma, dei cavi elettrici e telefonici e delle materie prime, vengono trasferite nella Pirelli Holding, una società svizzera con sede a Basilea, di cui i Pirelli detengono formalmente solo il trenta per cento delle azioni: sconosciuti gli altri detentori delle altre azioni. La scelta è molto abile: in quanto (formalmente) società svizzera la Pirelli riesce ad attutire l’impatto delle sanzioni contro l’Italia decretate dalla Società delle Nazioni in seguito alla guerra per l’Etiopia (1936) e più tardi (1945) ad ottenere misure non ostili da parte degli Alleati vincitori.

Alla metà degli anni ’30 gli industriali chimici, elettrici e della gomma, come Pirelli, operano in Italia in regime di oligopolio. Nel 1938 le industrie Pirelli hanno un ulteriore balzo in avanti: la possibilità di utilizzare la gomma sintetica prodotta in Italia da aziende italiane del gruppo I.R.I. consente di liberarsi dal peso del difficile approvvigionamento all’estero della materia prima (la gomma) profittando dell’autarchia voluta dal regime fascista.

La posizione di Alberto Pirelli nel regime fascista diviene del tutto singolare. Per Mussolini è “un elemento tecnico di prim’ordine ma non un fascista” (v. Anelli), per Ciano (Diario, gennaio 1941) Pirelli è “bigio, scettico, infido”, per le nuove leve fasciste un uomo dell’Italia liberale legato al vecchio fascismo monarchico e conservatore.

Mussolini continua tuttavia a conservare in Pirelli grande fiducia per le sue riconosciute capacità di mediatore: il 5 ottobre1934, con grande eco sulla stampa, visita i nuovi stabilimenti Pirelli alla Bicocca (Milano) e Alberto Pirelli dona a Mussolini un milione di lire in occasione della guerra etiopica, una guerra alla quale l’industriale era nettamente contrario. Incontra a questo proposito Churchill, per incarico di Mussolini, e (v. Guariglia, Ricordi, 1922 – 1946) riceve un sostanziale assenso dello statista inglese alla espansione coloniale italiana.

Pirelli si adegua e, originariamente favorevole ad un sistema di privilegi all’Italia nel commercio dei prodotti etiopici, aderisce alle tesi della propaganda fascista sulla necessità della guerra (Rassegna politica internazionale, 1936) e le diffonde attraverso l’Istituto Studi politici internazionali di cui (1937) è tra i fondatori e a lungo Presidente.

Le sanzioni conseguenti alla guerra toccano marginalmente la Pirelli, che opera in Italia in regime di oligopolio: la guerra anzi, e la conseguente necessità di approvvigionamenti bellici, finisce per favorire l’espansione della società. Nel 1936 gli utili ascendono a ben 130 milioni di lire (diverranno 134 nel 1942).

L’alluminio sostituisce il rayon nella costruzione delle carcasse dei pneumatici, si tenta di coltivare in Libia e nell’Italia del Sud il Gùayule, una sorta di surrogato della gomma: l’azienda continua ad espandersi sia in Italia che all’estero. Negli stabilimenti Pirelli viene introdotto il sistema Bedaux per il calcolo dei tempi di lavoro e l’aumento della produttività: i risultati sono positivi per l’azienda ma, specie nel dopoguerra, i ritmi sempre più incalzanti di lavoro susciteranno le proteste degli operai.

Il nodo del problema divengono presto le nuove tensioni internazionali: Pirelli, nominato il 20 aprile 1930 Ministro di Stato, è ormai anche formalmente parte del Governo Mussolini. Dopo una missione compiuta a Bruxelles, redige (1939) un rapporto per il Presidente del Consiglio in cui sottolinea tutti i pericoli per l’Italia della partecipazione alla guerra che sta per iniziare, tesi che ribadirà a Mussolini nell’incontro del 12 giugno 1940. Al tempo stesso, come industriale, una volta iniziata la guerra, si pone l’interrogativo di quanto avverrà dopo la (certa) vittoria: il timore è che i tedeschi lascino scarsi spazi economici all’Italia per accaparrarsi una posizione di predominio nei mercati mondiali (Studi politica internazionale, 1941: “Intorno al problema dei grandi spazi economici”).

Malgrado i dissensi di fondo, continua la collaborazione di Pirelli con Mussolini, che pensa di nominarlo Ministro degli esteri in un Governo di tecnici, al posto di Ciano: nel 1940 Pirelli incontra il Gran Mufti di Gerusalemme, una pedina importante per la politica italiana in Medio Oriente tesa a frenare i tentativi di

espansione della Germania, una volta conquistato l’Egitto, e riferisce al Presidente del Consiglio, ancora una volta, sul pericolo che l’alleato tedesco voglia limitare i futuri spazi economici dell’Italia. Mussolini, in un colloquio alla fine dell’ottobre 1941, risponde che della questione si parlerà alla fine della guerra.

Il 14 giugno 1941, dopo una missione in Germania, Pirelli scrive una lettera a Mussolini per cercare di dissuaderlo dalla dichiarazione di guerra alla Russia, ma ancora una volta senza risultato. Cinque mesi dopo (6 novembre 1942) torna ad affrontare con Mussolini il criticabile comportamento dei tedeschi a proposito della fornitura delle materie prime necessarie all’industria italiana e richiama l’attenzione del Presidente del Consiglio sul comportamento tedesco nei Paesi occupati e nei confronti degli ebrei. Si parla anche di una pace separata: Pirelli fa presente in proposito l’ostilità russa. Ancora una volta Mussolini lo ascolta con attenzione ma non prende alcuna decisione, se non quella di incaricarlo di una missione in India alla ricerca di nuove fonti di approvvigionamento di materie prime (Pirelli, come industriale, era naturalmente interessato alla gomma in particolare). Ormai il problema ha perso però gran parte della sua importanza: le sorti della guerra volgono al peggio. Gli alleati sono sbarcati in Sicilia, l’Italia sta per essere invasa dalle truppe nemiche. L’unica soluzione appare quella di una pace separata dell’Italia con gli Alleati: la difficoltà è nel gestire la situazione subito dopo l’inevitabile sostituzione di Mussolini alla Presidenza del Consiglio.

Pirelli assume presto una posizione di primo piano tra coloro che intendono trovare una via d’uscita, anche sacrificando Mussolini: i suoi “Taccuini”, pubblicati nel 1984, molti anni dopo la sua morte, sono una fonte preziosa di notizie di prima mano a proposito di quello che, in gran segreto, accadde in quei mesi.

Pirelli è l’uomo della trattativa internazionale per la pace: nel marzo 1943 incontra il card. Maglione, Segretario di Stato vaticano, chiedendo la sua mediazione per le trattative di pace, ma il tentativo non ha esito perché gli inglesi chiedono il preliminare allontanamento di Mussolini.

Si intensificano i contatti tra coloro che, anche all’interno del fascismo, premono per la pace. Pirelli incontra Grandi, Federzoni, Orlando, Bonomi. Il sottosegretario Bastianini elabora un progetto che prevede, dopo la pace, una sorta di organizzazione degli Stati europei per tenere a freno la Russia comunista ma sono pochi a credere nel buon esito del progetto.

La chiave di volta è il re, che diffida di tutti e teme che una sfiducia a Mussolini da parte degli stessi fascisti (o di alcuni di loro) limiti la sua discrezionalità nella soluzione della crisi. Gli aspiranti alla Presidenza del consiglio sono almeno due, Federzoni e Bonomi. Pirelli viene indicato come futuro ministro degli esteri ma il 24 luglio Acquarone gli comunica che la sua nomina è riservata al “secondo tempo”.

Il 25 luglio l’ordine del giorno presentato da Grandi al Gran Consiglio del fascismo segna la fine del governo Mussolini: nuovo Presidente del Consiglio è, su pressione di Acquarone, il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, Raffaele Guariglia, l’interlocutore privilegiato di Pirelli nel mondo diplomatico italiano, è il nuovo Ministro degli esteri.

Pirelli, per incarico di Guariglia si reca in Spagna per far pervenire al Governo svizzero una richiesta di mediazione per la pace separata, ma riceve un diniego. Altro diniego è opposto dalla Svizzera nell’agosto 1943 alla richiesta di Badoglio, presentata a suo nome da Pirelli, per un intervento presso i Governi alleati a favore di uno sbarco che costringa i tedeschi a spostare le loro truppe dall’Italia.

Arriva 1’8 settembre, l’armistizio, l’Italia spaccata in due, Mussolini a capo della Repubblica sociale italiana, le regioni del centro-nord occupate dalle truppe tedesche.

Farinacci, l’uomo forte della R.S.I. e uomo di fiducia dei tedeschi, avverte il direttore dello stabilimento Pirelli di Pizzighettone, dove si è recato per parlare agli operai, che i servizi di informazione tedeschi sono al corrente dell’attività di Pirelli, della sua collaborazione con il re, Grandi e gli altri partecipanti all’intesa che ha segnato la fine di Mussolini, della sua mancata nomina a Ministro degli esteri e perfino della missione presso il Governo svizzero per la pace separata. L’arresto e la deportazione in Germania sono più che probabili: Pirelli lascia la carica di Amministratore delegato della società e si rifugia in Svizzera da dove tornerà solo nel 1945. Per un breve periodo è arrestato per collaborazionismo.

Gli stabilimenti Pirelli sono anch’essi teatro dei grandi scioperi del marzo 1943 nel nord – Italia. Molti operai sono arrestati e deportati in Germania, le strutture produttive Pirelli sono state in molti casi colpite dai bombardamenti alleati. Quando la guerra in Italia finisce sembra che per la Pirelli ci siano scarse possibilità di ripresa immediata.

Allo stabilimento Bicocca (Milano) si insedia un consiglio di gestione operaio . Commissari nominati dal C.L.N. sono prima il comunista Rossari e poi fino al maggio 1946 Cesare Metz agaira, il futuro Presidente del Senato.

In poco tempo, avvalendosi anche degli aiuti che pervengono all’Italia attraverso il piano Marshall, l’azienda riprende la sua attività e ben presto è in forte espansione: dal 1946 al 1947 sono assunte 5.500 persone.

Nel maggio 1946 Alberto e Piero Pirelli rientrano nell’azienda e ne riassumono di fatto la gestione. Nei confronti del Consiglio di gestione e della Commissione interna, a maggioranza comunista, adottano la linea morbida ma senza cedere di un millimetro a proposito dei poteri gestionali dell’azienda, di cui intendono rilanciare l’espansione.
Al tempo stesso Pirelli, come altri grandi industriali che scelgono la via dello sviluppo invece che quella, seguita da altri, del disinvestimento, premono per un intervento pubblico di sostegno che consenta di mobilitare le risorse e di lottare efficacemente contro la disoccupazione.
Alberto Pirelli, in particolare, nei suoi interventi pubblici, insiste per un aumento della produttività (Camera di Commercio Italo – Americana, 1951) e per una più stretta cooperazione internazionale ed una Europa unita (1.S.P.I., settembre 1947), plaude al Mercato Comune (Rotary Club Milano, 1957) ed insiste per un allargamento del commercio internazionale e degli aiuti ai Paesi poveri (1960).

Nel 1956 muore Piero e Alberto Pirelli diviene Presidente della Società. Per la Pirelli è un momento difficile: la lotta sindacale è divenuta molto dura, il potere di equilibrio teorizzato da Galbraith e di cui Alberto Pirelli è fervente ammiratore, sembra venuto meno. Nel 1955 la sezione sindacale dello stabilimento Bicocca pubblica un libro bianco sulle benemerenze fasciste di Alberto Pirelli. La polemica sui tempi di lavoro e sulla sicurezza si fa durissima: si chiude con un compromesso che spacca il fronte operaio e depotenzia il conflitto.

Alberto Pirelli si occupa ormai solo dell’azienda: l’A.N.I.C. (gruppo E.N.I.) gli assicura la materia prima (gomma sintetica) di cui ha bisogno (1958) a prezzi convenienti. Nel 1960 assume con la Fiat l’iniziativa del rilancio dell’Autobianchi (che produrrà la famosa “Bianchina” con motore Fiat). Nello stesso anno si inaugura il “Grattacielo Pirelli” (vicino alla stazione centrale di Milano), nuova sede degli uffici della Società, costruito sul terreno dove sorgeva un tempo il suo primo stabilimento.

Ormai l’industriale – diplomatico è non più giovane: il 3 marzo 1965 lascia a suo figlio Leopoldo la presidenza dell’azienda, di cui resta Presidente onorario.

Muore il 19 ottobre 1971 nella sua casa a Casciago di Varese. Nel testamento scrive di non voler lasciare un testamento morale e riassume la sua “regola di vita” nel motto;’ “studiare con dubbio, agire con fede”.


Scritti di Alberto Pirelli

La Pirelli, Milano, 1946.

Dopoguerra 1919 – 1932. Note ed esperienze. Milano, 1961.

Taccuini 1922 – 1943, Bologna, 1984.

L’arbitrato obbligatorio nelle controversie tra capitale e lavoro, Milano, 1904. Gli Stati alleati e la Conferenza economica di Parigi, Roma, 1916.

Aspetti economici interni alla Conferenza della pace, Roma, 1920. L’economia americana nei riflessi internazionali, in “Realtà”, Milano, 1928. Considerations on the Italo – Ethiopian conflict, in “Rassegna di politica internazionale, Milano, 1936.

Quelques aspects de !’econome italienne au cours de deux dernières années,

in “Economia internazionale”, 1937.

Considerazioni sul risveglio dell’Asia e dell’Africa, in “Rivista Pirelli”, 1960


Bibliografia

Guido Anelli, Gabriella Bonvini, Angelo Montenegro, Pirelli,1914 – 1980, Il, Milano, 1985.

Piero Bolchini, La Pirelli: operai e poltrone, Roma, 1967.

Valerio Castronovo, L’industria italiana dall’Ottocento ad oggi, Milan{} 1980.

Renzo De Felice, Mussolini. L’alleato, Torino, 1990. Gianni Manghetti, I soliti noti, Milano, 1985.

Piero Ostellino, Alberto Pirelli, in “Pirelli”, 1972.


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