AFRICA: VOCE DEL VERBO POTERE

CAPITOLO 5

«La geopolitica è l’analisi di conflitti di potere in spazi e tempi determinati». Tra tutte le definizioni di una disciplina spesso incompresa questa, di Lucio Caracciolo, è quella che prediligo. Tanto più che il suo autore aggiunge subito dopo: «La geopolitica non è scienza: non possiede leggi, non dispone di facoltà predittive. È studio di casi specifici, per i quali è necessario il confronto tra le diverse rappresentazioni dei soggetti in competizione per un dato territorio».

Due termini mi paiono cruciali: potere e rappresentazioni. E si addicono all’Africa forse più che a ogni altro luogo del pianeta. È da tempo immemorabile infatti che questo continente patisce talmente le rappresentazioni di coloro che se lo contendono che la sua realtà ci sfugge. Quanto al potere, credo che nel corso della storia questo vocabolo abbia abdicato o quasi alla sua funzione etimologica primaria – quella di verbo – per assumere il ruolo predominante di sostantivo. Io stesso lo sto usando come tale, preceduto da una preposizione articolata. L’osservazione potrebbe apparire sofistica, ma è sostanziale. Se inteso come verbo, potere è una parte del discorso attiva, variabile e declinabile per ogni individuo, di cui indica la capacità di compiere un’azione nel presente o stimolare un movimento in divenire. Se considerato sostantivo, il potere allude invece alla prerogativa di pochi di influire sulle scelte, le opinioni e l’esistenza stessa di molti.

Come è successo in Africa per secoli. Come, in alcuni dei suoi territori, succede ancora.

Il caso emblematico del Sudan

Ciò che sta accadendo in questi giorni a Khartum è emblematico. A causare il tragico conflitto civile in corso è stata in apparenza la rivalità tra due generali: Abdel Fattah al Buhran, capo dell’esercito regolare e presidente del Consiglio Sovrano di Transizione che guida il Paese, e Mohamed Hamdan Dagalo, vicepresidente del medesimo Consiglio e capo delle milizie paramilitari RSF (Rapid Support Forces), eredi dei famigerati “diavoli a cavallo” che hanno devastato il Darfur nei primi anni 2000.

Queste due figure stanno sotto le luci della ribalta. Ma oltre, dietro le quinte, c’è una serie intricata di concause. La prima, in ordine cronologico, è la secessione del Sud Sudan nel 2011, che ha avuto un impatto drammatico sull’economia sudanese dato che molti pozzi petroliferi si trovavano nella parte meridionale del territorio. Poi la dittatura trentennale di Omar al Bashir, deposto nel 2019, che ha lasciato il Sudan nell’incapacità di costruire un’autentica democrazia. Infine, la situazione economica. Il Paese è uno dei più poveri del mondo, con un PIL pro capite, stando alla Banca Mondiale, di 751 dollari. Ma allo stesso tempo possiede tuttora due ricchi pozzi petroliferi ed è uno dei maggiori produttori d’oro del pianeta. Le sue miniere dispongono di capacità estrattive crescenti e hanno sperimentato nel 2022 l’anno più redditizio della loro storia al punto che si parla di gold rush. Corsa all’oro. Come si spiega la contraddizione? Da un lato proprio con la dittatura pluridecennale, che ha isolato il Sudan, monopolizzandone le risorse a fini personali e impedendo la nascita di un’economia di mercato. Dall’altro con le ingerenze estere, che erano e restano numerosissime e rendono questo luogo nord-orientale dell’Africa un vero e proprio «rompicapo geopolitico», come ha scritto pochi giorni fa il quotidiano «Domani».

Lunga è la lista di coloro che si interessano oggi al Sudan, strategicamente posizionato tra il nord, il centro e il Corno d’Africa e con 800 chilometri di costa affacciati sul Mar Rosso. Annovera in primo luogo l’Arabia Saudita, che desidera da tempo ripristinare la sua storica influenza in quella regione, a lei dirimpettaia. Poi vengono Egitto ed Etiopia, entrambi interessati al controllo vitale (in senso letterale) delle acque del Nilo. Nel caso di Addis Abeba va segnalato che ogni fermento sudanese potrebbe incidere sulla costruzione dell’immensa diga del “Gran Rinascimento”, quasi pronta a entrare in servizio a soli 15 chilometri dal confine con il Sudan. Infine e soprattutto ci sono Russia e Cina, che – ben prima d’ogni altro – hanno compreso il ruolo fondamentale del continente africano nei nuovi equilibri mondiali.

I giganti dell’Est

Da anni, i due giganti del vicino e remoto Oriente stanno estendendo la loro presenza in Africa. Lo fanno non attraverso l’assistenzialismo, troppo spesso praticato dagli europei, ma una precisa, pur se discutibile, strategia di cooperazione militare ed economica.

La loro influenza ha tratto vantaggio dalla diffidenza nutrita dal Paesi africani nei confronti delle antiche potenze coloniali, Francia e Regno Unito in particolare, che molti errori hanno commesso (basti pensare all’intervento fallimentare francese in Mali). Putin e Xi Jinping hanno approfittato volentieri del loro declino per inserire un piede nella porta africana e quindi espandervi tenacemente la propria influenza. Il primo impiega soprattutto i due strumenti che gli sono più cari, capacità militari e disinformazione, il secondo le sue vaste risorse economiche.

La presenza di Mosca, che arriva dal Nord al Sudafrica passando per il Sahel, si avvale di risorse non sempre “ufficiali”. Alludo in particolare alla Wagner – la tristemente nota “brigata delle tenebre” – impegnata in una dozzina buona di Paesi, dalla Libia, dove affianca il generale Haftar, al Mozambico, dall’Algeria al Mali, dalla Repubblica Centrafricana all’Eritrea e al citato Sudan, di cui ai russi interessano soprattutto due cose: lo sbocco sul Mar Rosso e l’oro. Non per nulla Putin ha un buon rapporto soprattutto con il generale Dagalo, forse il sudanese più ricco di tutti, che controlla molte miniere tramite la sua società Al Junaid.

Sudan a parte, l’approccio russo è sempre lo stesso: dapprima Mosca invia le sue milizie mercenarie, che si comportano in maniera prudente e cercano di favorire una relativa stabilità. Poi comincia a investire e, laddove possibile, ad addestrare le forze armate locali e stabilirvi le proprie. Il risultato di tale attività capillare è anche economico: l’industria della difesa russa è il primo esportatore di armi in Africa, di cui controlla il oltre il 37% del mercato della difesa. I principali Paesi acquirenti sono, nell’ordine, l’Algeria, l’Egitto, di nuovo il Sudan e poi l’Angola.

KHARTUM-OGGI

Quanto al potente “Impero di Mezzo” asiatico, non rappresenta certo una novità per gli africani. Già negli anni ‘60 molti movimenti di liberazione anticolonialisti gravitarono intorno al maoismo. Un Paese in particolare interessò allora Pechino: la Tanzania, che ricevette dalla Cina aiuti per 150 milioni di sterline più cinquantamila lavoratori, trasferiti lì di peso per costruirvi la ferrovia, infrastruttura di cui Mao non ignorava certo il valore strategico. L’intento del capo assoluto cinese era quello di usare Dar es Salaam come porta d’accesso verso il Mozambico portoghese e la Rhodesia britannica fino ad arrivare a Città del Capo. Perché «chi controlla il Capo controlla il commercio del mondo». Ora come allora.

Insomma, per citare un servizio della CNN di qualche anno fa, si può dire che quella tra Cina e Africa sia stata «a long flirtation». Da qualche tempo a questa parte la loro relazione si avvale di un elemento nuovo: l’abilissimo soft power di Xi Jinping. Il suo ambizioso progetto di collaborazione con il continente africano, chiamato One Belt One Road,ha comportato una serie incredibile di investimenti soprattutto – Mao docet – nel campo delle infrastrutture: dozzine sono le reti ferroviarie, le autostrade, le dighe, le centrali elettriche, gli aeroporti, i porti e soprattutto le reti in fibra ottica e i servizi cloud finanziati e costruiti dai cinesi. Altre iniziative sono inerenti la sanità, l’agricoltura e la cooperazione militare: le prime basi cinesi sono state costruite a Gibuti, nel Corno d’Africa, luogo di primaria importanza per controllare il Mar Rosso e il Canale di Suez.

In sintesi, la Cina è il primo investitore in oltre venti nazioni africane e, in cambio, sta tentando di acquisire un’influenza politica e un accesso privilegiato alle materie prime indispensabili alla sua crescita, a cominciare dal petrolio e dalle terre rare.

Perché ho definito questo fervore di iniziative cinesi un rischio? In ragione di quella che i britannici definiscono la debt-trap diplomacy. La diplomazia che si regge sulla trappola del debito. In sostanza, mentre gli europei devono, per finanziare un progetto, ricorrere a una complessa rete di prestiti, fideiussioni e garanzie assicurative, come quelle fornite dall’italiana SACE (Società per l’Assicurazione del Credito all’Esportazione), la Cina può pagare tutto subito, senza nemmeno chiedere interessi elevati, grazie alle pingui casse dello Stato che ha un controllo diretto su istituti finanziari e fondi d’investimento. Ciò le offre un indubbio vantaggio in termini di flessibilità e di velocità d’intervento. E ha aumentato di parecchio il debito contratto nei suoi confronti dagli africani. La fondata inquietudine è che, quando un Paese non è in grado di ripagare il dovuto nei tempi previsti, il gigante asiatico chieda e ottenga in cambio la proprietà del bene che ha prodotto: i suoi contratti prevedono infatti forme di “baratto”, cioè la cessione di risorse o quote-parte dei progetti finanziati. In tal modo Pechino potrebbe trovarsi progressivamente a detenere infrastrutture strategiche (dato che è questo il settore in cui, non a caso, ha principalmente investito). In alcuni casi è già cosa fatta.

Fortunatamente gli africani stanno reagendo e vogliono evitare, come si legge sempre più di frequente nei loro giornali, qualunque rischio di neo-colonizzazione. Un amico mi ha detto nel corso della mia ultima visita: «è un bene che si cominci a dar voce a queste preoccupazioni, anche nei giornali. Almeno la Cina capirà che non siamo ingenui e si abituerà a ricevere qualche rifiuto».

Il primo Paese a opporsi apertamente allo strisciante strapotere cinese è stato quello che conosco meglio, il Kenya, maggiore economia dell’Africa orientale. Appena dopo la sua elezione il nuovo presidente William Ruto ha reso pubblici i documenti, siglati nel 2014, relativi alla costruzione della linea ferroviaria tra Nairobi e l’ambito scalo portuale di Mombasa, finanziata interamente dai cinesi con 4,7 miliardi di dollari. La Corte Suprema keniota, cui i contratti sono stati sottoposti, ha dichiarato che sono iniqui, dato che tutti i rischi produttivi e debitori risultano addossati al Kenya.

Per la prima volta un governo africano ha rotto il velo di totale riservatezza che da sempre occulta gli accordi cinesi, in Africa e altrove. Vista l’importanza del Kenya negli equilibri dell’Unione Africana, altri lo stanno seguendo a ruota.

Europa e «uomini della danza» per costruire il futuro

Due sono le variabili che possono cambiare oggi le prospettive geopolitiche dell’Africa per renderla protagonista del proprio futuro e non solo luogo in cui altri esercitano, a loro piacimento, i propri «conflitti di potere». Una variabile è rappresentata dai nuovi governanti africani, come l’esempio appena citato dimostra. L’altra dall’Europa. Personalmente sono ottimista a proposito della prima. E per quanto riguarda la seconda, non voglio dirmi pessimista (il pessimismo è un atteggiamento sterile), ma soltanto… incerto.

A proposito dei governanti africani attuali, un evento recente sintetizza bene la loro attitudine. A fine marzo si è svolto a Washington il secondo Summit for Democracy, incontro virtuale promosso da Joe Biden. Come molti hanno scritto, le buone notizie sono venute soprattutto dall’Africa. I numerosi presidenti o primi ministri africani che vi hanno preso parte (da Angola, Botswana, Capo Verde, Congo, Gambia, Kenya, Liberia, Malawi, Mauritius, Namibia, Niger, Nigeria, Senegal, Seychelles, Sudafrica, Tanzania e Zambia) hanno ribadito pubblicamente la necessità di accrescere democrazia e trasparenza nei loro Stati e combattere la corruzione. Inoltre hanno tutti sottolineato come guardino con sospetto quella che chiamano la «scorciatoia cinese» di espansione nelle loro terre. Si potrebbe obiettare che, essendo connessi con la capitale statunitense e avendo interesse a fruire dei fondi stanziati da Biden per promuovere la democrazia (690 milioni di dollari), le loro affermazioni siano state in parte strumentali. Ma ci sono anche dei numeri che testimoniano in maniera oggettiva la volontà di affrancarsi da problemi del passato e tentazioni post-coloniali del presente. Per esempio, il rapporto 2022 della nota società di ricerca Freedom House di New York segnala come nel corso dell’anno l’Africa abbia registrato piccoli ma significativi progressi, con 11 Paesi che hanno aumentato il loro grado di democrazia. E ancora, oltre la metà degli investimenti cinesi nel continente sono stati bloccati, con un calo complessivo del 55% della presenza di Pechino tra il 2021 e il 2022. Non è poco.

Passo ora alla seconda variabile che potrebbe incidere sul futuro africano: l’Europa. Purtroppo, mentre Russia e Cina da un lato e Stati Uniti dall’altro guardano all’Africa con interesse strategico, l’Europa continua a considerarla una via di mezzo tra il mistero e il problema. E soprattutto non riesce mai ad avere un approccio unitario. È vero che negli ultimi anni molti sono i governanti europei che hanno visitato l’Africa, da von der Leyen a Borrell, da Macron a Scholz, e, per restare a casa nostra, da Draghi a Di Maio a Meloni. Ma si ha l’impressione che ognuno ci vada con un’agenda diversa e che l’unico obiettivo di tutti sia trovare nuove fonti energetiche, in particolare dopo la guerra russo-ucraina. Punto e basta.

Questa è una conseguenza del peccato originale europeo: un’Unione che, a dispetto della volontà dei suoi padri fondatori, ha visto la componente economica soffocare quella politica. Un’Unione bloccata dal veto di pochi che possono compromette le scelte di molti. Un’Unione che non riesce a riformare i propri Trattati costitutivi per mettere in comune la triade necessaria a chiunque voglia essere protagonista nel mondo: moneta, spada e feluca. Economia, in altre parole, ma non solo. Anche difesa e politica estera.

Peccato, perché l’assenza di una visione unitaria rischierà di farci perdere l’opportunità africana: opportunità strategica, demografica, economica, sociale e culturale. E pensare che la nostra storia e la nostra geografia ci permetterebbero invece di promuovere quella che, fin dagli anni ’30 del secolo scorso, Léopold Sedar-Senghor, poeta e primo presidente del Senegal indipendente, chiamava Eurafrique: un’intesa naturale tra due parti del mondo prossime e complementari, che insieme potrebbero cessare di essere gregarie per assumere un ruolo centrale negli scenari in evoluzione del pianeta Terra.

Auguriamoci allora che siano gli africani a dare impulso a questo rinnovamento necessario. Per quel che li conosco, credo siano pronti a fare dell’Africa non un oggetto del potere altrui, ma un soggetto capace di declinare il verbo originario: io posso, tu puoi, noi possiamo.

I problemi restano immensi, ma forte è la volontà di affrancarsene, alimentata dalla giovane energia di una terra abituata da secoli a resistere al peggio senza smettere di sognare il meglio. Per citare di nuovo Senghor, due tra i suoi versi più celebri rappresentano in maniera suggestiva l’affascinante resilienza africana:

«Noi siamo gli uomini della danza, i cui piedi riprendono forza calpestando il suolo duro».


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