LA REGIA STRADA NAPOLEONICA, prima parte

IL PASSO DEL SEMPIONE

Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento Napoleone, per le sue campagne in Italia, con opere ingegneristiche straordinarie, rese transitabili al suo esercito e ai suoi cannoni i passi alpini del Moncenisio e del Sempione che fino ad allora avevano collegato molto precariamente Parigi a Torino attraverso le valli Savoia e di Susa, sul versante occidentale delle Alpi; Parigi a Milano, attraverso il Vallese e l’Ossola, sul versante svizzero-italiano.

Entrambi i valichi già nel passato più remoto avevano consentito a eserciti, commercianti, pellegrini, avventurieri il transito tra ghiacciai, neve, dislivelli della roccia, dirupi. Nei punti più pericolosi e difficilmente praticabili, gli impavidi viaggiatori erano costretti a lasciare il cavallo o la carrozza per essere trasportati perfino a spalla da vere e proprie guide – i marrons – oppure su portantine, su cadreghe simili a sedili, su muli insieme ai bagagli.

Questi valichi e passi di confine, già dalla mitica spedizione di Annibale con gli elefanti, dalla conquista spagnola del ’600, dalle reciproche scorribande e saccheggi, avvenuti in ogni tempo tra popolazioni limitrofe, sono sempre stati teatri di guerra.

Napoleone, dovendo muovere migliaia di soldati e i suoi cannoni, con ingenti risorse realizzò interventi radicali per rendere agevole il passaggio: taglio della roccia con esplosione di mine, ponti spericolati, terrazzamenti, modifiche del percorso, per oltrepassare burroni, torrenti, versanti soggetti a frane e valanghe.

La “Regia strada del Moncenisio”, che sostituì completamente il vecchio tracciato ancor oggi esistente, venne iniziata nel 1803, pressoché contemporaneamente alla “Regia strada del Sempione” che invece mantenne il percorso preesistente. Durante la realizzazione di queste due epiche imprese, nel 1805, Napoleone era stato proclamato imperatore e Milano aveva assunto il ruolo simbolico di capitale d’Italia, intesa, fino alla sua unità nel 1861, come entità meramente geografica.

La realizzazione delle due strade ebbe un diverso impatto sui rispettivi territori. Infatti, mentre la Val di Susa, caposaldo dei Savoia, perennemente contesa con la Francia, già rivestiva un importante ruolo strategico, militare, politico e commerciale, la val d’Ossola e tutto il territorio limitrofo fino al Cusio, al Verbano e al lago Maggiore, solo con la realizzazione della strada Napoleonica, unico asse stradale facilmente percorribile verso Milano e i paesi d’oltralpe, potè uscire da una secolare marginalità che ancora la escludeva dal progresso e dal fermento tecnologico, economico, culturale e politico in atto in Europa tra la fine del Settecento e il primo Ottocento.

In questi anni nel nord Italia stava penetrando dall’Inghilterra la rivoluzione industriale; il Lombardo-Veneto, grazie anche all’amministrazione austriaca oltre che per le risorse del territorio, era la regione più ricca di tradizioni economiche e commerciali, dotata di una rete stradale efficiente. Dopo la caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna (1814/’15), che ripristinava lo status quo, Milano, tornata sotto la giurisdizione austriaca, partecipò con fervore a quella “primavera dei popoli” che dal 1820/21 attraversò tutta Europa, dalla Spagna all’Italia, dove prendeva le mosse il Risorgimento italiano.

L’importanza che la regia strada napoleonica assunse come volano di progresso per le popolazioni dei borghi allineati tra il passo del Sempione e Milano, lascia immaginare con quanta partecipazione emotiva e con quanto entusiasmo l’impresa di Napoleone potesse essere accolta. Per la prima volta un imperatore e un esercito stranieri non portavano razzie, saccheggi, morte e devastazione, ma un generale miglioramento della qualità della vita. Ogni tratta del percorso richiedeva mesi di lavoro, la postazione di accampamenti, il recupero di pietre per la costruzione di muri di sostegno dove necessari, relazioni con la popolazione locale, la condivisione dello stesso territorio, delle stesse locande, delle stesse chiese, il coinvolgimento di manovalanza e di maestranze del luogo. La nuova strada, più ampia e più facilmente percorribile dalle diligenze, dalle carrozze, da carri e carretti, dalle persone semplici che si spostavano a piedi o a darso di mulo, consentiva spostamenti più sicuri e più veloci; anche l’arrivo di commercianti e di viaggiatori dal resto d’Italia, dalla Svizzera, dai paesi del nord Europa, che con i loro racconti sul viaggio intrapreso diffusero la fama della nuova strada e decantarono la straordinaria bellezza dei luoghi. Aumentava via via anche il numero di intellettuali d’oltralpe che, in occasione del Grand Tour in Italia, sceglievano il passo del Sempione per raggiungere il lago Maggiore e Milano. Grazie ai loro resoconti di viaggio la fama di questi luoghi cominciava ad espandersi in tutta Europa.

I viaggiatori e gli intellettuali delle attuali Germania e Austria, per ragioni di vicinanza geografica, avevano sempre raggiunto l’italia attraverso il Brennero e il San Gottardo. I viaggiatori francesi avevano varcato le Alpi al valico del Moncenisio, che li conduceva a Torino quindi a Genova. Dopo la costruzione della regia strada del Sempione, cominciarono a prediligere la via del Sempione che li portava a Milano e di lì agevolmente alle città comprese nell’itinerario canonico del Grand Tour: Bologna, Firenze, Roma, Napoli, talvolta Palermo e, risalendo l’Italia, a Venezia.

Il Sempione nei diari degli scrittori d’oltralpe

Nella prima metà dell’Ottocento attraversarono il passo del Sempione, insieme a uomini d’affari, intellettuali e personalità politiche, moltissimi artisti, poeti, scrittori, soprattutto francesi ed inglesi che nei diari di viaggio lasciarono le loro testimonianze, un mosaico fatto di approcci originali e diversi, di personali visioni della realtà.

Gli scrittori Lord Byron, William Wordsworth, Edgard Quinet, Charles Dickens, Gustave Flobert, del loro passaggio attraverso il Sempione, lasciarono brevi commenti, frammenti estemporanei in cui sono racchiuse le loro emozioni, pubblicati a Milano nel 2000 dalla Fondazione Enrico Monti in occasione del secondo centenario della strada napoleonica. (A.A.V.V. “Milano verso il Sempione, Celip, 2006).

Fra questi brevi commenti ci sembrano più significativi quelli di Lord Byron e di William Wordsworth:

Lord Byron, prototipo del nuovo modello di viaggiatore romantico, quando scende in Italia nel 1816, così descrive il passo del Sempione:

siamo arrivati qui da pochi giorni, per la strada del Sempione (…) Il Sempione è magnifico, come natura e come arte – Iddio e gli uomini vi hanno compiuto miracoli …a non dire del diavolo il quale deve certamente averci messo una mano (o meglio uno zoccolo) in certe rupi e certi burroni tra le quali e sopra i quali passa la strada. (L. Bayron, “Letters to Mr. Murray, Cambridge University Press, 5 November 2015).

Il poeta inglese William Wordsworth, ritenuto insieme a Samuel Taylor Coleridge il fondatore del Romanticismo e soprattutto del naturalismo inglese, lascia alcuni versi ispirato dalle gole di Gondo che ha attraversato con la sorella Doroty ed amici nel 1820:

Entrammo in una stretta spaccatura, / Rivoli d’acqua e sentiero ci accompagnavano nella buia trincea. / Con loro camminammo piano piano diverse ore. / L’incalcolabile altezza degli alberi sospesi mai tagliati, / Il continuo precipitare delle cascate, / E nei passaggi esposti a ogni curva / Venti e controventi confusi e perduti. / Torrenti che eruttano contro il cielo azzurro, / Rocce che mormorano accanto alle nostre orecchie, / Pietre nere precipitano nel vuoto fischiando come se avessero voce, / La vista paurosa e la folle violenza della corrente del fiume, / Le nubi indifferenti nella regione dei cieli. W. Wordsworth, “Lyricals ballad”, poema autobiografico in 14 libri, pubblicato dopo la sua morte (1850).

Gli scrittori francesi Alexandre Dumas (1802-1870) e Théodophile Gautier hanno lasciato molto più di brevi frammenti:

Il primo, celebre autore de “I tre moschettieri” e de “Il conte di Montecristo”, intraprese un viaggio in Italia tra il giugno e il dicembre del 1835, primo fra quelli compiuti durante oltre un trentennio.

La sua descrizione del passo del Sempione e della regia strada napoleonica è forse la più ampia e fantasiosa lasciata dagli scrittori romantici.

In “Impressions des Voyages”, reportage feuilletton pubblicato a puntate nella “Revue de deux monds”, scritto nel 1832, Dumas coniuga il fascino selvaggio della natura alpina con un nuovo modo di scoprire la variegata realtà italiana.

Il racconto viene qui riportato nei passaggi più suggestivi:

Bonaparte (…) ha teso una catena attraverso le montagne; ha messo il primo anello al piede di Milano nostra vecchia conquista: questo ricordo della nostra discesa in Italia, questa catena dorata per il commercio, questa via tracciata per il passaggio delle nostre armate e battuta dal sandalo di un gigante, è la strada del Sempione. Questa strada (…) alla quale ogni giorno tremila operai hanno lavorato per tre anni, che si sono arrampicati sui fianchi delle montagne, attraversato i precipizi e scavato le rocce, come a Glys, lasciata Briga a sinistra, si eleva per una salita lunga sei leghe visibile all’occhio, fino al colle del Simplon: sta a chi effettua gli itinerari e non a noi dire quanti ponti si passano, quante gallerie si attraversano e quanti acquedotti; nessuna descrizione può dare un’idea dello spettacolo che si incontra ad ogni passo, dei contrasti e delle armonie che formano in esse le valli di Ganther e del Santino, e i balzi delle cascate che si riflettono sui ghiacciai come negli specchi. Mano a mano che si sale la vegetazione e la vita spariscono. (…) C’è il dominio dei ghiacci e delle nevi; è il palazzo d’inverno, è il regno della morte.Non appena si lasciall villaggio del Sempione, si comincia a discendere (…) Poi, la più lunga e la più bella, la galleria di Algaby, che attraversa duecentoquindici piedi di granito per aprirsi sulla valle di Gondo, capolavoro divino di terribile aspetto (…) è un corridoio dell’inferno, stretto e gigantesco; a mille piedi al di sotto, il torrente; a duemila piedi sopra la testa, il cielo: la distanza è così grande, dalla strada alla Doveria, che appena la sentiamo muggire, ciascuno la vede spumeggiare sulle rocce che formano il fondo della valle; tutto a un tratto, un ponte leggero, dall’architettura aerea si presenta gettato da una montagna all’altra come un arcobaleno di pietra: conduce in pochi passi alla galleria di Gondo, lunga circa settecento passi, illuminata da delle spaccature della roccia. In faccia ad una di esse, si leggono quelle parole scritte da una mano abituata a scrivere le date sul granito: e l’uomo che le aveva scritte credeva che, come Gesù Cristo e Maometto, non dalla sua nascita, non dalla sua sconfitta, ma dalla sua vittoria sarebbe venuta alla luce una nuova era per l’Italia. Presto la valle si allarga, l’aria si riscalda, il petto respira, riappare qualche traccia di vegetazione. Delle aperture attraverso le sinuosità delle montagne permettono allo sguardo di riposarsi su un più dolce orizzonte. (…) a destra e a sinistra le montagne si separano, si formano delle zone pianeggianti su cui, come cigni che si scaldano al sole, si cominciano a vedere dei gruppi di case bianche: è l’Italia, la vecchia regina, la civetta eterna… (Dumas, Michel Lévy, a cura di, VII, pp. 196-204).

La descrizione continua con il racconto de “La leggenda di Sant’Eligio e del cavallo risanato” perchéDumas, arrivato a Domodossola, è incuriosito da una processione, tutta italiana, di una corporazione di maniscalchi che sta festeggiando Sant’Eligio.

Dumas è attratto dalle specificità e da tutto ciò che può alimentare la fantasia attraverso la suggestione. Del resto i personaggi dei suoi romanzi come d’Artagnan o Edmond Dantès sono l’espressione della sua immediata capacità di penetrare nell’immaginario, caratteristica che lo ha reso lo scrittore francese più popolare e amato di tutti i tempi.

Anche Théodophile Gautier, scrittore, poeta, critico letterario, giornalista, celebre per la sua opera “Il capitan Fracassa”, nel 1850 giunge in Italia con l’amico Louis Comenin.

È orgoglioso dell’opera di Napoleone e dei suoi connazionali; elogia il lavoro della dinamite, che ha aperto un varco alle gole di Gondo, il passaggio più pericoloso e impraticabile, con le pareti rocciose a strapombo sul torrente Diveria:

Le pareti, che hanno la traccia profonda delle mine, mostrano che han permesso il passaggio solo dopo una lunga resistenza e che molta polvere da sparo dovette essere bruciata per averne ragione…(Il viaggio italiano di Théophile Gautier, in Studi Francesi, N° on line 196, 2022, pp. 46-57).

Al di là del Sempione, nota Gautier, non si è separati che da una cresta di montagne da questa Italia il cui nome è così potente.

Le mille asperità del cammino, a tratti molto difficoltoso, si traducono in uno spettacolo di una ferocia del tutto romantica (d’une sauvagerie tout à fait romantique),che lo incanta; gli orridi, i fiumi tumultuosi, le cascate, le nevi, l’aspra vegetazione, assumono il significato simbolico di una nuova dimensione, producendo nell’artista un effetto di straniamento che lo induce a considerare il brutto quale parte del bello nella sua connotazione di pittoresque.

Attraversato il passo del Sempione, come Alexandre Dumas, fa tappa a Domodossola.

Il borgo, quando accoglie Théodophile Gautier e l’amico Comenin, come ancor oggi, era il più importante centro della Val d’Ossola e conservava tutto il sapore medioevale nelle sue fortificazioni, con le vie tortuose, una torre di avvistamento, cimeli della chiesa di San Francesco e ruderi delle mura sforzesche e spagnole. Il cuore del borgo stava nella piazza dell’antico mercato con i caratteristici portici allineati sotto le case dall’aspetto severo.

Gli ospiti stranieri sono accolti con molta disponibilità dal gestore della locanda e attirano l’attenzione degli abitanti del borgo: Gautier chiede al cameriere se vi sia in quel luogo un teatro per trascorrere la serata. Il teatro è chiuso durante la stagione estiva, ma basta una troupe di burattinai, quella di Luciano Zane, cui viene chiesto di improvvisare uno spettacolino per i due stranieri, per rendere gradevole la serata. Appena si sparge la voce della rappresentazione, …non mancano di arrivare gioiosi i mocciosi della città (la marmaille de la ville), che noi abbiamo detto di lasciare entrare (…) ed è stato un piacere vedere brillare i loro occhi neri e ridere le loro belle bocche rosa. (Il viaggio italiano di Théophile Gautier, ibidem)

Gautier e l’amico, con la carrozza, proseguono il viaggio verso Milano lungo la strada del Sempione. Li accompagna l’emozione vissuta la sera precedente a Domodossola:

Noi partivamo molto affascinati da Luciano Zane, che scrisse lui stesso il copione, dipinto le sue decorazioni, costruito e vestito i suoi personaggi e una volta in diligenza verso Milano correndo verso l’oscurità, ci tornavano alla mente le belle marionette, che facevano dei gesti stravaganti e attraversavano i nostri sogni. (Il viaggio italiano di Théophile Gautier, ibidem)

Tramutato in oggetto onirico, il teatro cattura e sublima. Deve divertire, commuovere, estraniare. In questo Voyage ha un ruolo fondamentale come se attraverso le scenografie e i ruoli degli attori fosse possibile addentrarsi nella realtà italiana come attraverso un sogno..

Gautier affronta il viaggio in Italia esattamente a metà del secolo, quando è in atto una grande trasformazione sul piano politico, economico e sociale. È lo scrittore d’oltralpe che nel suo diario di viaggio ha più incisivamente descritto gli aspetti peculiari di un paese in evoluzione, con le sue straordinarie meraviglie artistiche, ma anche con una caratteristica esclusivamente italiana: la sua eterogeneità.

Dopo il Congresso di Vienna e i moti insurrezionali; dopo la prima guerra di Indipendenza, l’Italia è ancora divisa in tante realtà politico-amministrative in fermento, quasi interamente suddite di potenze straniere.

Téodophile Gautier, alla costante ricerca delle specificità italiane, si imbatte in questa frammentarietà e ne denuncia il disagio immediatamente avvertito al ripetuto cambio di confine che comporta il cambio di diligenza. Percepisce subito la rottura di un equilibrio essenziale per chi si metta in viaggio:

una diligenza doveva condurci a Milano passando per il Sempione, non la stessa, perché si cambia in ogni territorio che si attraversa, avendo ciascun governo il monopolio dei trasporti, e noi non avevamo altra possibilità se non di lasciarci trasbordare da una vettura genevoise a una vettura savoyarde, a una suisse, da una piémontaise a una autrichienne. (Il viaggio italiano di Théophile Gautier, ibidem)

La prossima tappa del viaggio verso Milano sarà la posta per diligenze, postiglioni e viaggiatori di Baveno, un antico borgo affacciato sul lago Maggiore e le isole Borromeo…


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