Negli anni ’30 del secolo scorso la scrittrice Greta De Francesco, morta nel 1945 nel campo di concentramento nazista di Ravensbruck in Germania, colpita dall’ascesa di Mussolini e Hitler, nel suo libro “Il Potere dei Ciarlatano” analizzò l’avvento dei dittatori iscrivendolo nella lunga storia di coloro che ingannano il popolo quando esso si smarrisce, perde la speranza, non vede un futuro e scrisse che “con la falsificazione della parola inizia la contraffazione dell’opinione.
Il ciarlatano si limita ad accumulare termini tecnici , di cui né lui né i suoi seguaci capiscono il significato versa nella parola quella minuscola goccia di veleno che la rende polivalente , dai riflessi molteplici e contraddittori . La formulazione precisa e vincolante preme soltanto a colui che si assume le responsabilità delle proprie parole e cerca appassionatamente di trasmettere le proprie idee nella forma più accurata . Chi non ha idee ed evita la responsabilità , teme anche la chiarezza del linguaggio , che potrebbe vincolarlo alle proprie esternazioni”.
Le sue parole risuonano attualissime. Anche oggi viviamo in un mondo che sembra dominato dalla fine della speranza nel futuro. L’intervista concessa dal cantautore Ultimo ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera vale più di mille trattati sociologici: “Essere giovani oggi è tremendo. Perchè sei senza punti di riferimento – dice il cantautore cresciuto nel popolare quartiere di San Basilio a Roma, dove il sindaco Gualtieri gli ha dedicato un parco – la politica è scarsa. Non parla ai ragazzi e non ci priva neppure…siamo stufi di questa spaccatura tra destra e sinistra. Immagini quale effetto avrebbe un politico che dicesse: io non scelgo tra destra e sinistra. Io scelgo l’altro. Cos’è la sinistra? L’ipocrisia del buonismo? Cos’è la destra? Il cattivismo di chi chiude i porti a chi muore in mare? “.
Non è per niente un discorso qualunquista, al contrario è un appello a una politica che torni a suscitare speranze e a dare risposte più che a sollecitare contrapposizioni tribali, istigate dai novelli ciarlatani che dominano il dibattito pubblico.
Il primo passo da fare è riscoprire il senso delle parole, riavvicinarle alla vita reale, liberarle dalla tirannia del populismo: non basta affacciarsi alla finestra e urlare “Abbiamo abolito la povertà” per decreto per abolire la povertà. Questa è demagogia pura, propaganda, inganno, roba da ciarlatani, appunto. Il problema è che la sinistra di oggi sembra inseguire questo corso piuttosto che contrastarlo. E la parola riformista è tornata a essere un insulto, come negli anni 20 del secolo scorso. Tuttavia, continuo a pensare che il compito della sinistra non può essere l’impossibile rovesciamento palingenetico del sistema ma l’addomesticamento del capitalismo restando dentro il vincolo delle democrazie liberali.
Riforme orientate alla giustizia sociale, redistribuzione dei redditi, (sapendo che senza crescita e sviluppo non c’è nulla da redistribuire), universalizzazione di diritti quali sanità, scuola, istruzione, eguaglianza di genere, promozione del merito senza considerare uno scarto chi resta indietro, anzi aiutandolo a migliorarsi, salvaguardia del pianeta.
Questi sono i valori i valori fondativi del movimento socialista, il suo orizzonte ideologico, se intendiamo per ideologia non la “falsa coscienza” di cui parlava Marx, né un sistema di idee chiuso in sé stesso, ma piuttosto una tavola di valori che orienta l’azione politica, una cultura politica che, proprio perché ha basi solide, può dialogare.
È una sorta di corrente carsica che attraversa almeno due secoli e che oggi deve rinnovarsi di fronte ai problemi del Terzo Millennio.
Il Welfare è la più grande conquista sociale del ‘900 (“il secolo socialdemocratico”), il compromesso “alto” imposto al capitalismo dalla socialdemocrazia e passato attraverso due guerre mondiali, il fascismo, i totalitarismi. Il Welfare non è solo una costruzione economica, ma anche il quadro entro il quale realizzare gli obiettivi per i quali è nato il movimento socialista nel suo insieme, compresi i comunisti, i socialisti liberali, i socialisti cristiani. Gli obiettivi finali, come ricordò Filippo Turati nel suo memorabile discorso al congresso di Livorno rivolto agli scissionisti comunisti, non possono che essere gli stessi : “Fra qualche anno – io non sarò forse più a questo mondo – voi constaterete se la profezia si sia avverata…se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocata… voi sarete forzati, a vostro dispetto – ma lo farete con convinzione, perché siete onesti – a ripercorrere completamente la nostra via, la via dei social-traditori di una volta; e dovrete farlo perché è la via del socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane dopo queste nostre diatribe”.
In un passo del famoso manifesto del partito comunista Marx e Engels, riferendosi alla forza rivoluzionaria del capitalismo scrivono che “tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”. Il capitalismo globalizzato e finanziarizzato di questa epoca risponde come non mai a questa definizione : la radice della contrapposizione tra il popolo e le élite non nasce dal vizio aristocratico di qualcuno, bensì da una globalizzazione che ha lasciato troppe persone ai margini, che ha aperto nuove frontiere dell’innovazione sempre in bilico tra il progresso e l’esclusione sociale, ha ridisegnato la morfologia delle classi sociali, frantumando i confini geo-politici e sociali, tracciando nuove mappe delle diseguaglianze, a cominciare a quelle generazionali e di genere.
Dinnanzi a questi mutamenti gli strumenti tradizionali della socialdemocrazia e della democrazia liberale come le politiche fiscali e monetarie, inscritte nella cornice dello stato- nazione, devono essere ripensate su scala sovranazionale, così come senza nuove misure
regolatorie, sempre su scala sovranazionale, non si limiterà lo strapotere delle grandi potenze del capitalismo dell’immateriale che diventa padrone delle nostre vite.
L’affannosa ricerca della Terza Via, sul cui fallimento è necessario discutere, non è il frutto di un tradimento, come pensa una parte della sinistra, bensì della necessità di ripensare la socialdemocrazia nel secolo nuovo. Invece, negli anni ’20 del nuovo secolo, come non fossero passati cent’anni, si ripropone la contrapposizione manichea tra moderati e radicali con tanto di anatema verso il riformismo considerato sinonimo di collaborazione con il nemico. Stupisce perciò che alcuni (giovani e meno giovani)
dirigenti post-comunisti individuino ancor oggi il riformismo come nemico principale, rispolverando il linguaggio del passato contro i socialfascisti, una sorta di neostalinismo digitale, uno zdanovismo 4.0.
Io vorrei invece che la sinistra rivendicasse con orgoglio l’attualità del riformismo socialdemocratico e creasse un ceto intellettuale adeguato: non astratto, che non insegua astrusi paradigmi figli di un anticapitalismo populista e regressivo più che di una moderna critica al capitalismo e che, al contrario, sappia iproporre riforme profonde e poi sappia anche implementarle e gestirle. Come si possono affrontare problemi come quelli sin qui solo confusamente elencati, senza disporre di un ceto intellettuale diffuso, appassionato, competente, animato da vero spirito civico? E cos’è se non questo, una vera élite politico-culturale? Non esistono movimenti popolari senza un’élite culturale che ne ispiri l’azione.
Non intendo affatto negare che la sinistra è parsa spesso nei suoi comportamenti saccente, perduta nei suoi complessi di superiorità, faziosa contro gli avversari considerati sempre
come barbari da dominare e civilizzare. Ma questa deriva non ha nulla a che fare con una presunzione caratteriale, piuttosto con l’incapacità della sinistra di trovare una comune visione perché piuttosto che discutere di essa e confrontare le diverse idee si divide attorno a
personalismi e ideologismi. In questo vuoto l’unica identità diventa l’unirsi contro il nemico rinserrandosi nel governo o nell’opposizione senza proporre una visione del paese. Questo sì che è un comportamento oligarchico, che scava un solco con il popolo, perché la sinistra è percepita (e lo è) come puro ceto amministrativo.
Occorrerebbe rivolgersi a chi, dentro e fuori i partiti, nel mondo della conoscenza, del volontariato, del mondo del lavoro e dell’impresa, del civismo organizzato, studia e lavora producendo buone pratiche e buone idee.
L’orizzonte è quello del socialismo democratico, che non è affatto fallito, come invece accaduto all’ideologia comunista, bensì in continuo e necessario divenire, come avviene da quasi 130 anni, costretto a confrontarsi con il cambiamento del mondo e adeguare la cassetta degli attrezzi, ma fedele alla sua unica ragion d’essere e che è scritta così bene nell’Articolo 3 della nostra Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli
di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Penso che ci sia un grande ruolo di riviste come questa per proporre un modo di comunicazione estraneo alla schiavitù del botta e risposta nevrotico dei social cui oggi si inchina la politica. Per suscitare una discussione rispettosa delle opinioni e offrire idee per una nuova sinistra che tenti di ricongiungersi con coloro che dovrebbe rappresentare, “costringendo” il meglio delle tradizioni politiche del riformismo a confrontarsi con le nuove idee che scaturiscono dai movimenti e dalla società; per favorire la crescita di una nuova generazione di donne e uomini che scelgono la politica non come una via breve per spregiudicati arrampicatori sociali, bensì come forma “gratuita” di impegno civile. E dunque contribuire a rinnovare radicalmente i gruppi dirigenti con la linfa vitale del dibattito politico-culturale.
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