Astensionismo, oligarchie e crisi della democrazia: il voto che non parla più ai cittadini
di Francesco Carbini
Al di là dei risultati delle ultime elezioni amministrative, sui quali partiti e commentatori continuano ad accapigliarsi, ci sarebbe una riflessione ben più seria da affrontare. Una riflessione che però quasi nessuno sembra voler fare davvero. Il problema non è chi abbia vinto o perso in qualche città. Il problema è che sempre più persone non vanno più a votare. E ormai non accade soltanto nelle elezioni politiche o europee: l’astensionismo cresce anche nelle comunali, cioè nelle consultazioni storicamente più vicine ai cittadini e ai territori.
Ridurre tutto questo a un fenomeno “fisiologico” significa non comprendere la profondità della crisi. Qui non siamo davanti a una semplice disaffezione passeggera. Siamo davanti a una crisi di sistema. Una crisi che, paradossalmente, finisce per fare comodo alle oligarchie politiche. Meno cittadini partecipano, meno il sistema è realmente democratico. Meno persone votano, più il potere si concentra nelle mani di gruppi ristretti, leader personali, cerchie di fedelissimi. Eppure, la nostra viene ancora definita “la Costituzione più bella del mondo”.
Ma proprio sul terreno decisivo della democrazia partecipativa quella Costituzione resta in larga parte inattuata.
Basta leggere l’articolo 49, che riconosce ai cittadini il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico alla politica nazionale.
Il punto è proprio questo: oggi esistono ancora veri partiti democratici?
Oppure esistono soltanto contenitori elettorali, comitati personali e strutture verticali costruite attorno ai leader?
Il ritorno necessario della rappresentanza
Per uscire da questa crisi servirebbe il coraggio di ripensare l’intero impianto politico-istituzionale degli ultimi trent’anni. Il ritorno al proporzionale puro potrebbe rappresentare una strada per ricostruire partiti autentici, radicati socialmente e realmente vicini ai cittadini.
Perché il maggioritario e la personalizzazione estrema della politica hanno prodotto sì una certa stabilità amministrativa, ma spesso al prezzo dell’impoverimento democratico.
Anche l’elezione diretta del sindaco, che negli anni Novanta appariva come una grande innovazione, oggi mostra limiti evidenti.
Garantisce governabilità, certo.
Ma la sola stabilità non basta a tenere vive le istituzioni democratiche.
Quando tutto ruota attorno a una figura sola, quando il dibattito politico si riduce allo scontro permanente tra tifoserie opposte, il rischio è che la democrazia perda progressivamente partecipazione, pluralismo e capacità di formazione collettiva.
Il ruolo ambiguo dei sondaggi
A questo quadro già fragile si aggiunge il peso crescente dei sondaggi. Sondaggi spesso clamorosamente sbagliati. Ma soprattutto strumenti che rischiano di diventare fuorvianti per gli elettori.
Per molti cittadini il voto smette di essere una scelta politica e diventa un calcolo strategico: “non voto quel partito tanto non vincerà”, oppure “è inutile partecipare perché il risultato è già scritto”.
In alcuni casi la pubblicazione di determinate rilevazioni sembra quasi orientata a costruire un clima psicologico favorevole ai soggetti più forti.
Anche questo contribuisce ad alimentare l’astensionismo e a restringere ulteriormente gli spazi della rappresentanza democratica.
Il boom delle liste civiche e il fallimento dei partiti
C’è poi un dato che emerge con chiarezza crescente: il proliferare delle liste civiche. Oggi persino i partiti tradizionali fanno affidamento sulle civiche per mantenere consenso e radicamento locale.
Questo fenomeno ha certamente un merito: arginare almeno in parte l’astensionismo e costringere i partiti a guardarsi allo specchio.
Le liste civiche spesso riescono a intercettare bisogni concreti, relazioni territoriali, energie sociali che le grandi strutture politiche hanno progressivamente smarrito. Ma non basta. Perché nel frattempo si è quasi completamente distrutta la formazione della classe dirigente.
Un tempo i partiti erano anche scuole di partecipazione, luoghi di confronto, laboratori culturali e amministrativi.
Oggi, invece, la politica appare sempre più come una lotta tra clan contrapposti o tra tifoserie da curva nord.
Le conseguenze sono evidenti: impoverimento della qualità amministrativa, fragilità progettuale, assenza di visione strategica e crescente distanza tra cittadini e istituzioni.
Su questi temi risultano particolarmente significative le parole del grande giurista Sabino Cassese, da anni critico verso le derive oligarchiche del sistema politico italiano.
Cassese denuncia il continuo cambiamento delle formule elettorali come un elemento destabilizzante e pericoloso.
A suo giudizio, inseguire ogni volta “la legge elettorale perfetta” serve spesso a nascondere il vero problema: la crisi della politica e dei partiti.
Il circolo vizioso è ormai evidente: debolezza dell’offerta politica, crescente assenteismo, elettorato frammentato, maggioranze instabili e continue modifiche delle regole del gioco nel tentativo di compensare artificialmente l’assenza di consenso reale.
Il giurista sottolinea inoltre come il vero obiettivo di una riforma elettorale non dovrebbe essere soltanto la stabilità dei governi, ma soprattutto il ritorno dei cittadini alle urne.
Per questo considera importante anche la possibilità di reintrodurre strumenti come le preferenze, che potrebbero ridare significato al voto e ridurre la componente oligarchica del sistema.
Le sue parole colpiscono soprattutto quando affronta il tema della polarizzazione: “Più la politica si svuota di contenuti, più ha bisogno di tattiche polarizzanti”. È esattamente ciò che vediamo oggi: slogan quotidiani, conflitti permanenti, leadership personalistiche e assenza quasi totale di un vero dibattito sui programmi.
La vera emergenza democratica
La questione centrale, dunque, non è soltanto tecnica o elettorale. È culturale e democratica. La vera emergenza è ricostruire partecipazione, rappresentanza e fiducia.
Senza cittadini coinvolti, senza partiti autentici, senza luoghi di confronto reale, nessuna formula elettorale potrà salvare la democrazia italiana.
Per anni si è pensato che bastasse semplificare, velocizzare, personalizzare. Ma una democrazia non vive soltanto di decisioni rapide o di governi stabili. Vive soprattutto di partecipazione consapevole, pluralismo e mediazione politica. E forse è proprio la parola “mediazione” quella che oggi manca di più.
Perché la politica contemporanea sembra parlare soltanto per dividere, distinguersi, radicalizzare. Intanto le urne si svuotano. E quando i cittadini smettono di votare, il rischio non è soltanto una crisi della politica. È una crisi della democrazia stessa.













Commenti
Una risposta a “UNA VERA EMERGENZA DEMOCRATICA”
Analisi interessante, che condivido