Tra una chiacchera con Mauro della Porta Raffo e un ricordo del fu Giulio Nascimbeni
di Filippo Scimè
Che fine ha fatto l’elzeviro? L’articolo elegante e raffinato di un narratore, di un filosofo, di un politico, di un intellettuale tout court non è più presente, né figura nelle pagine dei quotidiani italiani, che ormai dall’inizio degli anni ’90 non presentano più la Terza Pagina, sorpassata, vetusta, poco attraente per i lettori moderni; salvo qualche sporadico esempio che, bisogna riconoscerlo, ancora sopravvive su qualche quotidiano nazionale (se ne legge ancora qualcuno su L’Avvenire che ne riserva uno spazio). A suo modo l’elzeviro ha formato, nella composizione e diffusione dello scritto, una paraletteratura di grande interesse, incentrata su argomenti di genere vario e disparato: dalle disquisizioni sociali a quelle politiche o culturali, dai racconti alle pagine preparatorie di un romanzo.
Eppure, la storia di questo elegante trafiletto legata al Corriere della sera non era cominciata male. Luigi Albertini ebbe l’intelligenza di legare alla Terza pagina i migliori e più affermati autori italiani con un contratto in esclusiva e il fratello Alberto si dedicò alla composizione della pagina. La Terza presentava di solito su due colonne l’elzeviro, e lo affidava a uno scrittore celebre che scriveva l’articolo in prosa: nella prima parte del Novecento si ricordano Gabriele D’Annunzio e i premi Nobel Grazia Deledda (scrittrice ingiustamente dimenticata e autrice da riscoprire) e Luigi Pirandello. Tra i giornalisti, ai quali venne in un secondo momento concessa l’opportunità di scrivere l’elzeviro, si distinsero Ugo Ojetti e Luigi Barzini; le informazioni erano disposte in maniera metodica: al centro campeggiava un’inchiesta o un reportage dall’estero, spesso attorniata da un fiotto di inchiostro che presentava un’illustrazione, se non di rado una fotografia; a destra, temi vari, dalla cronaca agli argomenti scientifici. Pertanto, il lavoro presentato oscillava tra i contenuti e la produzione testuale, definendo l’architettura della pagina stessa.
L’elzeviro venne col tempo considerato quasi un nuovo genere letterario, in cui la brevità precostituita del testo finiva per condizionare lo stile, più agile e sintetico, giornalistico, appunto. Poteva anche comprendere un racconto capace di racchiudere freddure, ironia, sarcasmo, o semplicemente il piacere di raccontare. Un nuovo impulso alla Terza venne dato da Giovanni Spadolini, direttore del Corriere dal 1968 al 1972. A soli 22 anni, nel 1948, Spadolini aveva pubblicato sul Messaggero diretto da Mario Missiroli il suo primo articolo di terza pagina su Piero Gobetti. D’altra parte, lo stesso Spadolini incarnava nella sua persona la doppia natura di intellettuale e di giornalista, e non poteva quindi che favorire quel connubio tra cultura e informazione, chiamando a lavorare alla Terza pagina molti nomi noti del tempo, tra cui Arbasino, Bassani, Bufalino, Buzzati, Chiara, Mack Smith, Sciascia, Valiani. Fu l’allora direttore del Corriere Paolo Mieli ad abolire la Terza pagina, nel 1992.
A Giovanni Spadolini va il merito di essere il direttore che aveva scoperto il Chiara elzevirista, quando il politico non era ancora sulla prima poltrona del Corriere, ma su quella del Resto del Carlino. Ricorda Mauro della Porta Raffo, brillante e aureo archivio di memorie chiariane, scrivendomi a tal proposito che “lo trovammo a Pian dei Giullari, nella casa di famiglia, e recandogli l’annuncio del lutto (del Chiara n.d.r), scorgemmo nella voce del grande intellettuale allora ministro della Difesa, i segni di un dolore profondo. Ci pregò di richiamarlo perché potesse rintracciare nella sua immensa biblioteca un libro di cui conservava un affettuoso ricordo. Lo trovò, quel volume, dal titolo Con la faccia per terra e altre storie, pubblicato da Chiara nel 1965, e al telefono ci lesse la dedica: A Giovanni con immutabile devozione”.
Una segnalazione quella rammentata che contribuì una rinnovata fama al narratore luinese e che ha avuto un illustre padrino di eccezione, pertanto continuando a raccontare il Gran Pignolo mi dice ancora: “Poi Spadolini raccontò che era stato Marino Moretti, collaboratore delle pagine culturali del Carlino, a segnalargli il nome di un narratore varesino pressocché sconosciuto allora. Egli ne fu entusiasta. Al punto che, passato a guidare il Corriere, nel 1968, gli offrì di scrivere sulla terza pagina più prestigiosa d’Italia. Da quel momento, superate alcune difficoltà dovute al contratto che legava Chiara alla casa editrice Mondadori, la collaborazione con la corazzata di via Solferino divenne puntuale. Un elzeviro al mese fino al 1972 quando il rapporto di lavoro si interruppe, non l’amicizia – ci spiegò Spadolini – che mi legava a un personaggio impegnato a ridare vigore ai principi di una democrazia laica”.
La produzione degli elzeviri chiariani ha conosciuto una fase di grande successo quando è stato pubblicato il libro “40 Storie negli elzeviri del Corriere” di cui ricorre il quarantatreesimo anniversario di pubblicazione (fu edito, infatti, da Mondadori nel 1983) e ha costituito l’occasione per scoprire un lato inedito e assai significativo della personalità dello scrittore luinese. Nel volume suddetto Piero Chiara raccolse di suo pugno, contrassegnati da una meticolosa disposizione in ordine cronologico, quaranta fra gli elzeviri che scrisse per il Corriere della Sera, nel periodo compreso dall’8 febbraio 1969 al 16 settembre 1986. Il compianto Federico Roncoroni, custode della carte chiariane fino alla sua morte, nella nota bibliografica a corredo del volume, definì Chiara «un elzevirista puro» perché «ha privilegiato il momento narrativo in cui da sempre eccelleva e ha dato libero sfogo al suo piacere di raccontare, tra spunti di sapida comicità e di furtive malinconie, gli aspetti grandi e piccoli della vita quotidiana di una Italia forse minore ma non per questo meno ricca e vitale: il tutto in una prosa che, mescolando i pregi di una scrittura istintivamente elegante e nativamente letterata con le esigenze di perspicuità imposte dalla destinazione giornalistica, ha ulteriormente guadagnato in chiarezza ed efficacia» (cfr. 40 Storie negli elzeviri del Corriere). Gli argomenti trattati nei vari articoli spaziano dai ricordi d’infanzia e di gioventù, all’amicizia con letterati ed artisti, alla descrizione di luoghi nel loro passato e nel loro presente.
Questa produzione oltre alla pubblicazione che abbiamo portato in evidenza, spesso confluisce anche nella raccolta di racconti formandone una silloge composita, spesso prevista dallo stesso autore. Una produzione narrativa, pertanto, che a distanza di trentanove anni dalla morte dello scrittore, ancora offre nuove edizioni, che si fregiano di studi nuovissimi e attuali. Sembrano quasi un riconoscimento sacrosanto post mortem i due Meridiani a lui dedicati da Mondadori, uno per i racconti, l’altro per i romanzi, entrambi curati dallo studioso Mauro Novelli, che ne ha fatto conoscere le opere e le caratteristiche della sua prosa al grande pubblico. Di recente è stato anche scoperto il più grande studioso di Casanova, il biografo di Gabriele D’Annunzio, l’intellettuale che dalla sua Varese intratteneva rapporti epistolari con in più bei nomi della cultura negli anni ‘50 e ‘60. Questo giacimento di diecimila lettere è fonte straordinaria per esplorare un’epoca ricca di cambiamenti sociali, antropologici, economici che visti dagli occhi di un narratore spesso lasciano atterriti, creando una catena di specchi utile a riflettere, a capire, a conoscere, a illudersi che quanto piace al mondo è breve sogno. Nonostante il preziosissimo lavoro di Federico Roncoroni, al quale solo la morte ha impedito l’amorevole cura della produzione e della diffusione degli scritti chiariani, oggi possiamo consultare l’Archivio Chiara si trova a Varese in una stanza di Villa Mirabello dove è stata trasportata la scrivania del maestro. Sappiamo anche che ne è conservatrice Serena Contini che in un prezioso, e ormai raro, libro uscito per Alberti nel 2006 – Il cammino degli anni e delle lettere – ha radunato i carteggi delle corrispondenze dello scrittore di Luino con Leonardo Sciascia, Giovanni Spadolini, Giovanni Comisso, Marino Moretti, Roberto Gervaso, Carlo Sgorlon, Davide Lajolo. Un’immensa biblioteca letteraria ancora capace di dialogare e lasciarci basati davanti alla bellezza della letteratura.
Invece di Giulio Nascimbeni, per lunghi anni responsabile della mitica Terza pagina del Corriere della Sera, ricordiamo che è stato uno dei massimi estimatori di Piero Chiara e che lo volle persino tra i suoi collaboratori e i cui elzeviri apprezzava grandemente. Del narratore luinese mi rammenta ancora quella fucina di racconti che è il Gran Pignolo “divenne in breve vero amico e quando purtroppo arrivò il triste giorno dei suoi funerali volle essere presente per scriverne sul Corriere così come alla notizia della dipartita aveva fatto ricordando le alte benemerenze letterarie dell’autore de ‘Il piatto piange’. È pertanto a lui che dobbiamo la prima, celebre descrizione di quel particolarissimo abbaglio – decisamente alla Chiara – che caratterizzò la giornata”. Si tratta di un episodio davvero curioso e assai divertente, un finale che assomiglia all’unico racconto non scritto da Chiara, a suo volta un elzeviro postumo:
“Con mille amici, Nascimbeni attendeva davanti a una chiesa di Luino l’arrivo da Varese della bara di Piero per di lì accompagnarla al cimitero. D’un tratto, ecco apparire una dolente fila di persone intente a seguire un feretro avviato appunto al camposanto. A quella sequela, i presenti si unirono salvo poco dopo chiedersi come mai il defunto fosse accompagnato dal canto dell’Internazionale. Non era, forse, Chiara un liberale? Cercati lumi, scoprirono di essere al seguito non della bara dell’amico ma di quella del padre di Dario Fo, morto in quegli stessi giorni”.
L’ultimo elzeviro nel suo segno, nel segno di chi aveva scritto e nel segno di chi aveva perduto l’ultimo grande elzevirista.













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