di Salvatore Sechi
Sul regime di Napoleone III una serie di articoli furono scritti da Karl Marx per il quotidiano Neue Rheinische Zeitung. Friedrich Engels li raccolse, con una sua introduzione, in un volume intitolato Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, che vide la luce nel 1895.[1]
Silvio Pons se ne è servito [2] per rappresentare il severo giudizio che Antonio Gramsci diede dell’Unione sovietica nella prima metà degli anni Trenta.
Segnava la fine della lunga infatuazione subita dal leader comunista a cominciare dall’ottobre 1917, quando il Palazzo d’Inverno a Mosca cadeva nelle mani dei bolscevichi. Anche un grande giornalista d’inchiesta (muckaring) come L. Steffens [3] dopo aver visitato l’Urss (e parlato con Lenin) nella primavera del 1919 volle rassicurare i lettori americani, confessando il suo ammirato stato d’animo di fronte della rivoluzione in corso: ”Ho visto il futuro e funziona”. [4]
Al venir meno di questo passato è sotteso lo stesso lessico. Infatti Gramsci fino agli anni Trenta amò chiamare l’Urss lo “Stato operaio”. Poi, fino alla morte nel 1935, ne farà a meno.
Grazie allo scavo analitico di Pons (attuale presidente della Fondazione Gramsci) a balzare in primo piano nei Quaderni dal carcere è quanto l’Unità, il settimanale Rinascita, l’organo teorico Critica marxista, la rivista Studi Storici ecc. non hanno mai offerto ai militanti e ai lettori: cioè la descrizione dello Stato e della società guidate da Stalin come il teatro di uno sterminato potere carismatico. [5]
Insieme ad esso ci fu la messa a punto, fragmentata ma sistematica, di un insieme di azioni emblematiche del cesarismo staliniano: la ricerca di un rapporto diretto col popolo (contro i partiti), l’opzione per i plebisciti invece che per il parlamentarismo e la divisione dei poteri, un governo accentrato nell’Esecutivo che si poneva al di sopra delle classi sociali, l’ordine sociale affidato alla burocrazia e al ceto militare ecc.
Questa analisi confina con la fotografia di un neo-bonapartismo. Gramsci la ritaglia rinvenendola in Unione sovietica alla metà degli anni Trenta. Ed è questa che egli ha inteso consegnare ai propri compagni e lettori.
Si tratta di un’immagine radicalmente diversa da quella descritta dei tre componenti della mission inviata a Mosca nel 1919 da Wilson e Lloyd George da Parigi dove da marzo era in corso la conferenza di pace.
Il messaggio è inequivocabile: il comunismo reale non aveva nulla da spartire con la grande speranza della fine delle ineguaglianze e di ogni sfruttamento coltivate alle origini. Era rimasta una bella favola, l’espace d’un matin, una grande, irrimediabile illusione.
Sia sulle condizioni di allora sia in una lucidissima profezia sul futuro, i gravissimi limiti del proletariato che secondo la rettorica rivoluzionaria si era fatto Stato, furono illustrati e denunciati da Filippo Turati nel 1919 al congresso del Psi tenuto a Bologna.
Riscoprirli pari pari nell’analisi impietosa di Gramsci è come trovarsi di fronte alla formulazione di un argomentata e vera e propria summula dell’anti-comunismo.
Commenti, precisazioni, note sparse del leader comunista servono a delineare una distanza quasi siderale da quel che è stato il socialismo reale. Purtroppo bisogna dire che il risultato di questi scritti gramsciani sull’Urss sul piano politico e storiografico è stato tempo perso, quasi nullo.
Basta osservare le reazioni delle vestali irremovibili del continuismo. Sono adunate come un esangue coro di ombre funebri nel parterre assai affollato del comitato scientifico della Fondazione Gramsci di Roma.
Non si tratta di un’eccezione. Il sentimento come la politica del consenso più ampio è un valore acclamato da tutti partiti. Con l’invenzione di fondazioni e organi riempiti di docenti e ricercatori cercano di illustrare ed enfatizzare ogni ingrediente pour epater le masse.
L’organo del Pci è sempre stato il Gramsci, appunto. Pons ne è magna pars, ma assomiglia ad un barbaro, cioè un foresto. Non mi pare, infatti, che suoi compagni e colleghi storici possano ammettere la verità ,cioè il fallimento totale del comunismo che Gramsci paragona a Luigi Napoleone.
Anche se a fare questa mesta constatazione è il più noto tra i fondatori e dirigenti del Pci, la folta schiera dei garanti della scientificità degli articoli e saggi accreditati presso il pubblico dalla Fondazione si mostra risentita e quasi pugnace.Levano alti lai di indignazione come se da Pons fosse stato operato uno scempio del caro estinto.
Nel suo recente volume, Luciano Canfora[6] non riporta nè fa il minimo cenno alle analisi del noto storico comunista(allievo di Giuliano Procacci), analisi che integrano quelle precedenti di un suo collega,anch’egli di Bari,Giuseppe Vacca. Preferisce prospettare come realistico, e ormai quasi necessaria, una sorta di giudizio di appello,vale a dire una ripresa del comunismo nel mondo.
Anche ad avviso di Canfora quello durato dall’ottobre 1917 fino ad oggi è naufragato nel servire, nella prassi, come una ruota di scorta del capitalismo e delle democrazie occidentali. Vale a dire quanto nel mondo della politica e dell’economia i comunisti sono storicamente nati per debellare e radere al suo lo.
Alla turba di imperialisti occidentali distribuiti tra Londra, Parigi, Berlino e Washington, Canfora addebita quanto più volte ha scritto Lenin, cioè la responsabilità dei milioni di morti nella prima guerra mondiale. Sarebbe, pertanto, una loro smisurata forma di impudenza-assumeva il leader bolscevico- l’accusa rivolta prima a lui e poi a Stalin- di aver commesso numerose stragi nel corso della guerra civile e della gestione del potere. E’ un po’ come la querelle sui misfatti della Nato evocati da Putin per calare il silenzio sul massacro degli ucraini.
Canfora concede che non si possa parlare di dittatura del proletariato. Filippo Turati, presente nell’Indice dei nomi, pur deplorando l’intervento di mezza Europa, degli Usa e del Giappone aveva parlato emblematicamente di “dittatura senza proletariato”.
La differenza tra il grande riformista milanese e il grande storico dell’antichità (e non solo) risiede in una faglia essenziale nel cuore della sinistra. Turati aveva appreso da Marx che crepe e contraddizioni del capitalismo erano destinate ad esplodere nella fase massima del suo sviluppo, e i socialisti dovevano essere pronti a cogliere questa deriva e ad accelerarle, ma senza sostituirsi al processo in corso.
Canfora cerca di accumulare materiali per sostenere la sua tesi di un altro comunismo ancora possibile. E insiste, con la maestria del filologo, per ricavare dai testi di pochi (ma in qualche misura significativi) testimoni l’idea che anche Lenin, per la verità, si sarebbe lasciato identificare con questo culto socialista (cioè della Seconda Internazionale) di Marx. L’evoluzione delle società verso il socialismo sarebbe un trend naturale, e le vie per la costruzione di questo originale manufatto di società e Stati interamente riformati non andavano assolutizzate in uno schema unico( come quello sovietico), ma sarebbero state diverse.[7]
Infatti avrebbe proposto “una revisione di tutte le nostre teorie alla luce della guerra, della pace e di questa e di delle altre rivoluzioni… noi abbiamo bisogno del consiglio di saggi, pensanti osservatori che si trovano quietamente in posizione remota rispetto al centro della tempesta…Ciò di cui abbiamo bisogno è di capire come raggiungere, attraverso le difficoltà un obiettivo che è il fine di tutti gli esseri umani che hanno un fine nella vita. Differiamo nel cammino, ma concordiamo sul ‘porto’: tutti”.[8]
Quindi un rapporto pragmatico, non sacrale, col marxismo e in genere con le teorie, sulla loro inadeguatezza rispetto alla realtà e alle stesso prospettive della rivoluzione bolscevica. Nasce di qui la sottolineatura della presa di distanze dalla rivoluzione francese e da quella messicana del 1912. Gli esponenti di entrambe “avevano una teoria, ma si resero conto che la loro teoria della rivoluzione era difettosa” perché “nessuna teoria conosciuta è completa e perfettamente giusta. E questa fu la loro tragedia”.[9]
Allo stesso autore che ne riferì altrove[10], Lenin nel marzo 1919 avrebbe ammesso che per “i marxisti più rigidi esistenti al mondo”(intende dire i bolscevichi) la rivoluzione fu proprio un’occasione “per mettere alla prova Marx fino alla fine amara”. Ciò “può essere stato duro per i russi ma è stato, ed è, una chance osservare l’esperimento con interesse, senza pregiudizi, con l’intento di apprendere in che cosa il socialismo è applicabile e in che cosa no… Nel lungo scorrere della storia sarebbe stato più agevole per noi mettere alla prova Marx fino alla stremo piuttosto che avere ottenuto un successo misto”. [11]
E’ probabile che il presidente Wilson abbia interpretato “tried Marx to a finish” assai negativamente , cioè, ”Fino alla fine , cioè fino a un finale negativo, deludente, amaro”.
Si tratta di materiali rievocativi utili a confermare l’idea di Canfora, ossia che quello bolscevica sia stato solo un esperimento, una primo esercizio ìn cui il marxismo era in parte fallito.
Significativa è la sua sintesi del giudizio di Lenin sul marxismo ricavato dai testi delle interviste concesse ai giornalisti occidentali nel 1919: “La dottrina ricavabile dall’opera di Marx è inadeguata rispetto alla concreta realtà della rivoluzione in atto in Russia; la teoria ‘andrebbe rivista in modo radicale ; noi stiamo facendo un esperimento di socialismo”.[12]
Di qui la conclusione, che è l’argomento del nuovo saggio canforiano. Sarebbe, cioè, necessario ricorrere ad un giudizio di appello. La chiamerei, se interpreto bene l’intento dello storico barese, non una rottura, ma una sorta di heri dicebamus.
Spiace che Canfora non abbia offerto ai suoi (molti) lettori qualche esempio di ascesa al potere dei comunisti in forme diverse dall’assalto, la guerra civile, la falsificazione delle elezioni, le pesanti pressioni e influenze dei suoi servizi segreti. Mai un’evoluzione naturale, pacifica verso il superamento del capitalismo. Di qui l’impressione che Lenin, con le sue dichiarazioni rassicuranti e assai “revisionistiche” anche nel 1919, abbia solo voluto perorare l’interesse prioritario dell’Urss per la fine della guerra e del blocco alleato sul commercio di beni essenziali per una popolazione che moriva di stenti , come documentano altri agenti americani.
Il problema che sorge è anche un altro, e non di rango minore. Canfora serba un assai loquace silenzio su un aspetto cruciale della storia del socialismo. Mi riferisco al fatto che sembra aver imparato da Lenin a enfatizzare non i mutamenti nel corpo dell’economia, ma la soggettività, cioè la disponibilità a iniziare un iter rivoluzionario da parte dei proletari e contadini.
La priorità era data non allo sviluppo estremo delle forze e dei rapporti produttivi, ma alla volontà di battersi con azioni volontarie irruenti per rompere lo status quo, cioè le molte catene alle quali era avvinto il loro sfruttamento.
Mi pare opportuno ricordare a Canfora che è proprio il prevalere di questa concezione che ha portato i comunisti a privilegiare come teatro sociale operativo prima la Russia (e poi la Cina, Cuba, il Vietnam, il Cile, il Nicaragua ecc.), cioè paesi in grande misura arretrati invece dell’Inghilterra o della Germania industrializzate. Nei paesi dell’Europa orientale, poi, dopo il 1945 basterà usare i colpi di mano, il ricorso alle armi, la falsificazione delle elezioni ecc.
Canfora non mi pare specifichi se il nuovo gruppo dirigente intorno a V. Putin sia un coro di militari, burocrati ed imprenditori arricchitisi con le privatizzazioni di imprese e beni originariamente pubblici, cioè dello Stato.[13]A questi ceti di profittatori di regime dovrebbe per caso essere affidato il compito di rilanciare nei paesi del cd Terzo Mondo il nuovo (il secondo, dopo l’ottobre sovietico del 1917) esercizio della conquista comunista del potere? Canfora è proprio sicuro che la maggior parte di essi siano oltre, e non sotto(molto sotto) il livello del bonapartismo di Napoleone III deprecato da Marx? E comunque sarebbe questa davvero un’altra storia possibile, realistica rispetto a quella drammatica che abbiamo storicamente conosciuto?
La pianificazione dell’economia sovietica[14] avrebbe richiesto un interesse e una focalizzazione che in realtà mancano del tutto. Eppure per Canfora normalmente il corredo e la curiosità bibliografica non hanno mai avuto limiti né segreti.
Colpisce, se non si vuol dire che impressiona, il fatto di non aver dedicato non molto, ma addirittura nessuno spazio, ad un tema così importante in un bel malloppo, denso di curiosità, temi, revisioni affascinanti, che per i tipi della Feltrinelli si dilata per circa 358 pagine.
Un saggio di grande importanza e ricchezza di profili tematici come quello di Alessandro Stanziani[15] sull’evoluzione del pensiero economico russo dall’Ottocento alla rivoluzione bolscevica avrebbe permesso al lettore di misurare l’estensione e la qualità di cambiamenti avvenuti nella storiografia sulla Russia ad opera di una nuova generazione. Nel lavoro di un’altra generazione, come quella di Canfora, non si possono percepire. [16]
Il sistema staliniano privilegiò la crescita accelerata dell’industri a di base e degli armamenti a scapito dei beni di consumo. Il progressivo naufragio del sistema e la stessa disgregazione nel 1991 dell’Urss affondano gran parte delle radici proprio nell’impossibilità di competere con i mercati dei paesi occidentali almeno per quanto riguarda valori come l’efficienza e,in più, settori e volumi delle innovazioni.
Francamente non vedo come si possa ignorare o meglio sotto valutare l’ampia saggistica e le importanti querelles avviata dalla Scuola liberale di Vienna.
Per un esponente come L. Mises (e successivamente F.Hayek)[17], le politiche interventiste dello Stato sarebbero state una mina devastatrice. Da una parte per l’equilibrio, se non proprio l’armonia, del sistema economico; e, per un altro verso, un moltiplicatore di controversie di tipo nazionalistico. Il mercato, cioè la competizione economica, verrebbe degradata al rango di lotte e conflitti di potere tra gli Stati.[18]
Fu proprio Mises, nel 1920, a due anni dall’ascesa al potere dei bolscevichi (cioè molto tempestivamente) a proporre una spiegazione efficace, rivelatasi assai longeva, del fallimento del ricettario comunista applicato all’economia. Se, come fece Lenin nel 1918, si aboliva il mercato, e quindi il funzionamento della domanda e dell’offerta si condannava all’inesistenza la formazione di prezzi monetari per i beni capitali. E diventava un problema, cioè impossibile, il calcolo razionale di costi, profitti e l’uso efficiente delle risorse. Il sistema economico era destinato, in tempi diversi, a collassare.
Per sopravvivere avrebbe dovuto essere posto alla mercè del potere politico.[19] Il grosso onere da pagare fu la centralizzazione e il controllo autoritario in forme molecolari ossessive di ogni aspetto della vita politica, economica e sociale.
L’argomento dello studioso galiziano di Vienna significava quel che è avvenuto fino ad ieri per cosi’ dire, cioe’ l’installazione in Unione sovietica di una micidiale macchina istituzionale del dispotismo, e una sorta di diffuso (ad arte) sentimento collettivo della superstizione autoritaria.
Nella sinistra italiana, a cominciare dai diretti (per cosi dire) interessati, i comunisti, la risposta fu totale e concorde: non reagire, limitarsi a ignorare il problema del calcolo economico. Anzi cortocircuitarlo appagandosi delle assai facili spiegazioni fornite da M. Dobb e O. Lange.E quindi ignorare l’esistenza di Mises.
L’affidamento di problemi economici complessi e vitali alla politica, ossia alle decisioni di regimi totalitari, avrebbe inaugurato, lastricando loro la strada, le repliche di Mussolini e Hitler? E’ quello che è regolarmente avvenuto.
I comunisti, tanto russi quanto italiani, hanno preferito sbarazzarsi dell’acume e della grande capacità di previsione di un intellettuale complicato come Mises. E’ stato anche assai imbarazzante. Infatti alle elezioni presidenziali statunitensi del 3 novembre 1964 si schierò a favore di Barry Goldwater, cioè il candidato ufficiale del Partito Repubblicano. Intorno a Mises come studioso fu eretto un muraglione di silenzio.
Un’eccezione, che dà la misura dell’indipendenza da ogni idola fori di questo docente presso l’Università di Napoli, è stato Andrea Greaziosi. Ebbe il coraggio e l’interesse scientifico a non voler ignorare gli importanti contributi di Mises come studioso. Il far finta che non esistesse appartiene ad un’altra cultura. E’ la tecnica spiccia e demolitoria che i comunisti hanno sempre usato verso dissidenti, oppositori, reprobi.
Canfora non degna di un rigo un’altra operazione, direi anch’essa infame, del “grande liberale” Lenin. Mi riferisco al destino in cui incorsero circa 220 economisti. Insieme a Boris Brutkus (un altro critico dell’assenza del calcolo economico nella politica dei sovietici) nelle pagine della rivista, stampata a Pietrogrado, Ekonomist, fecero proprie le idee di Mises.[20] Furono passati per le armi e le patrie galere o costretti ad emigrare all’estero (Brutkus lo fece nel 1922).
A dispensare Canfora dal citare anche solo qualche titolo bibliografico di questi autori austriaci e russi è probabilmente un elemento di realtà indiscutibile, anzi ormai consolidato. Un editore coraggioso e indipendente come Florindo Rubbettino ha messo a disposizione degli studiosi il materiale più significativo della Scuola liberale di Vienna. Ha, anzi, fatto di più affidando la cura e l’esame delle opere di L. Mises, F. Hayek, Bohn-Baverk ecc. ad uno stuolo di studiosi come R. Cubeddu, L. Infantino, D. Antiseri ecc.
Gli ecnomisti austriaci furono vita natural durante esecrati dall’economista torinese, amico di J.M.Keynes, M. Dobb ed E, Hobsbawm, cioè Piero Sraffa. Pertanto, non vennero ospitati nelle collane di Giulio Einaudi.A lungo,in compagnia di Antonio Giolitti (redattore e uomo politico molto più liberale del suo partner), furono dallo stesso Sraffa curate.
Ad essi si deve fin dall’inizio, cioè tempestivamente, quel che molti decenni dopo si può rinvenire in brani di saggi o in interviste di complici dello stalinismo. Mi riferisco alla esaltazione acritica del cd “Stato operaio”.
E’,come dicevo, il termine usato da A.Gramsci, in lunghi decenni di fascinazione, per definire fino all’inizio degli anni Trenta il mondo delle spietate dittature comuniste dagli Urali a Vladivostok. E’ anche il caso di un dirigente del Comintern, stalinista indefesso e complice di ogni crimine dei suoi partners del Comintern, cioè Palmiro Togliatti.
Ignorati,fra gli altri (anche se evidentemente non si può parlare di tutti) sono altri studiosi.Nè’ Franco Venturi né alcuni suoi allievi e seguaci hanno avuto bisogno di questi riti propiziatori Il grande storico dell’illuminismo e del populismo russo all’inizio degli anni Quaranta scrisse un saggio sul comunismo rimasto a lungo inedito[21]. Reso ora disponibile costituisce un punto di riferimento per la lettura liberal-socialista(allora rappresentata all’interno di Giustizia e Libertà (e poi del Partito d’Azione) del comunismo.Uguale trattamento per il suo allievo Alberto Masoero che ha contribuito a immettere nella grande storiografia sulla Russia una visione inedita originale dei processi di continuità, trasformazioni e rotture nel mondo russo tra Ottocento e Novecento.Compatta anche l’omissione
di uno studioso (in origine militante di Lotta continua) come Andrea Graziosi.Per i tre volumi di storia dell’Urss editi,presso il Mulino a Bologna, mi pare abbia appreso l’autonomia da ogni idola fori anch’egli da Franco Venturi,insieme al distacco (e direi alla ripugnanza) per il malaffare intellettuale dell’opportunismo e delle riverenze politiche o storiografiche. Ne è testimonianza il ricco saggio introduttivo che Graziosi firmò nel 1994 per l’edizione di italiana di un complesso e profetico saggio dello storico(ma anche economista e politologo) austriaco edito nel 1919.[22]
Nessuna giustificazione ha anche l’esclusione di Silvio Pons. Si tratta dello storico comunista che ha saputo ridimensionare criticamente la mitizzazione e direi il baccano propagandistico fiorito,per mano del Pci, su Gramsci e l’Urss.[23] Successivamente sono venuti gli studiosi che Canfora,invece, è a proprio agio nel citare, cioè E. Hobsbawn e J.Deutscher. Dunque la demolizione dello Stato costruito dai bolscevichi ha avuto autori diversi.
La ragione che muove Canfora è probabilmente di natura politica e sociale: nel pianeta le domande insoddisfatte di eguaglianza sarebbero superiori a quelle di libertà. E avrebbe ro una base di massa straordinaria in quanto riguardano i popoli non occidentali ( spesso da essi sfruttati con le opere di colonizzazione) come l’Asia, l’Africa e le Americhe, in parte.
Lenin aveva prospettato il loro coinvolgimento.Fu un puro incidente di percorso che il comunismo si sia fermato in Occi dente, invece di espandersi?
Mi chiedo se chi possiede risorse come il petrolio e il gas,e può controllarne le rotte come pure la formazione dei prezzi, tratta e contratta le alleanze politiche e i negoziati commerciali con Washington, Pechino e Mosca, si possa continuare a chiamare un paese e un popolo spogliati e immiseriti dal capitalismo metropolitano.È predisposto alla rivoluzione comunista pur non disponendo di un proletariato industriale maggioritario e di contadini? E che può succedere mai se invece di movimenti consiliari o dei Soviet si attarda a continuare ad ospitare portentose monarchi e tribali ?
Il saggio di Canfora non si sofferma sulle figure del possibile futuro.Preferisce giustapporre le armi del grande filologo ad una narrazione-assai diversa di quelle correnti-sulla fine del comunismo per la quale propone -per la verità in forma assai scheletrica- una seconda “ondata”. Dunque, quello di Lenin e Stalin fu un passato che non passa.
Canfora lo fa rileggendo e reinterpretando( da par suo, direi) la storia minuta e interessantissima delle origini del Manifesto dei comunisti e alla fine dello stalinismo.Non si trattiene dal ripetere che questultimo non sarebbe quel naufragio e quella catastrofe che si ama evocare. Insieme a Lenin, Stalin sarebbe stato il più grande liberale del Novecento.
Avrebbe, infatti salvato quel che i bolscevichi e poi tutti i comunisti raccolti nel Comintern, erano nati per abbattere, vale a dire il capitalismo sia contrastando il nazi-fascismo sia nella lunga guerra fredda che seguì alla sua sconfitta.
In questo consiste il cd “paradosso del Novecento” illustrato nel Secolo breve da Hobsbawm, e argomentato più succintamente anche da I. Deutscher.
Sono per lo più documenti, commenti e stati d‘animo che provengono dalla cerchia dei collaboratori del presidente americano Wilson,vale a dire l’alto funzionario del Dipartimen to di Stato W.C.Bullitt[24], il giornalista di inchiesta L. Steffens e un ufficiale dell’intelligence militare degli Stati Uniti Walter W.Pettit.
D’accordo col leader del governo britannico David Lloyd George venne loro affidata nel marzo 1919 la mission segreta esplorativa di negoziare,per conto degli Alleati(riuniti a Parigi per la Conferenza di pace),un’intesa col governo bolscevico. L’obiettivo era di porre fine alla guerra civile in Urss, ritirare dai territori occupati le truppe inviate nel 1918(da giapponesi, americani, tedeschi, francesi e inglesi),revocare il blocco alleato del paese imposto dagli Alleati, accogliere l’Urss nella comunità internazionale.Tutto finì in una bolla perché a Parigi gli alleati respinsero le proposte di Lenin.
Bullitt assolse anche ad un altro mandato,di carattere interno, ricevuto dal segretario di Stato Robert Lansing per conoscere quale fosse la situazione reale del paese, al di là dei pregiudizi.[25]
E’ su questo rapporto che è fondato il prestigio e l’interesse controversistico di comunisti e filo-comunisti per dimostrare al popolo americano e a quello russo che le tensioni tra Washington e Mosca non hanno costituito da sempre un ostacolo,un dato di fatto insuperabile.Furono,cioè,precedute da tentativi di comprensione, rispetto e mediazione.
Canfora con consumata abilità e ampiezza di riferimenti archivistici e bibliografici abilmente le ricostrusice.Lo fa sul presupposto che un accordo di non belligeranza e di non contrapposizione possa essere ricomposto per rendere non ipotetica la sua proposta di rilancio del comunismo.
Bullitt concluse la sua indagine dichiarando: “nessun governo, eccetto un governo socialista, può essere instaurato oggi in Russia se non con la forza delle baionette” e che la fazione bolscevica di Lenin era “moderata quanto qualsiasi governo socialista in grado di controllare la Russia”.
C’è da chiedersi se non fosse opportuno stabilire un filo con il furibondo anti-comunismo di cui egli diede prova nel redigere la sua esperienza di ambasciatore a Mosca dal 1933 al 1936.[26]
Senza malizia si dovrebbe, cioè, prospettare la domanda: Bullitt era più credibile quando la rappresentava a Wilson, avendo anche parlato con Lenin, come non più tumultuosa né turbolenta (pertanto con una certa simpatia) oppure quando, circa 15 anno dopo,la demonizzò non senza truculenza nelle sue memorie di ex ambasciatore a Mosca negli anni 1933-1936.[27] Arrivò a coniare l’epiteto di “fascisti rossi “ a carico dei sovietici.O bisogna credere che Stalin abbia aggravato e peggiorato,travisandolo, il processo di cui Lenin era stato il fautore e anche l’iniziatore?
Per giustificare agli occhi dei suoi superiori (Wilson e Roosevelt) la proposta di un buon vicinato con Mosca non si può escludere abbia deciso di rassegnare loro la sua opinione precedente,vale a dire le impressioni nel 1919.Vorrei ricordare a Canfora che furono affermazioni e quasi sentenze che la storia sovietica non tarderà a definire come assai avventate.
Ad avviso di Bullitt,in Urss le difficoltà economiche sarebbero continuate in un contesto in cui il ricorso alla violenza era terminata e i leaders bolscevichi godevano di grande ed estesa popolarità.Questa legittimazione del nuovo regime si poteva ricavare anche dalla disponibilità di Lenin (ma non di tutto il PCUS) ad un compromesso con gli Usa.
Né mi pare possa essere considerato un pregiudizio o un sospetto eccessivo, se non sbagliato, di Bullitt il timore che il rimandare un riconoscimento o un appeasament(a comnciare dalla cessazione degli interventi militari degli Alleati e dal sostegno ai “Bianchi”)potesse avvantaggiare le fazioni politiche più radicali e disarcionare Lenin.
A sostegno della sua tesi (cioè che il comunismo non sarebbe morto, e può anzi avere una seconda altra vita),Canfora non manca di avvalersi estesamente di questi giudizi rassicuranti.Si trattò,in effetti,di vere e proprie “aperture” verso la rivoluzione bolscevica in corso.
Il punto di vista dello storico italiano riecheggia,e replica, l’apprezzamento rilevabile nel saggio che prima di lui,nel 1995 aveva espresso Hosbawm e pure il docente italiano Domenico Losurdo.
Non si può negare, però, uno stato di fatto. Malgrado il carattere imponente del dispotismo dominante nell’Urss dopo la prima guerra mondiale il presidente degli Stati Uniti si mostrò molto meno severo,per non dire indulgente,di Lloyd George(e particolare di W.Churchill) e del premier francese Clemenceau. Malgrado avesse spedito reparti armati per reprimere il processo rivoluzionario in corso , insieme ad altri paesi europei come la Francia,l’Inghilterra e la Germania, e poi il Giappone, fu il più disponibile ad accogliere nella Società delle Nazioni l’Unione sovietica.Non pretese mai che l’apparato istituzionale della dittatura comunista venisse rimosso o corretto.E si battè per una conferenza di pace in cui l’Urss potesse avere un proprio ruolo,senza il peso delle ripulse dettate da prevenzioni e immagini demoniache del comunismo .
Da marzo ad aprile 1919 Steffens fu a Mosca a lungo(mori’ nel 1936 all’apice delle purghe staliniane),insieme a Bullitt e a un esponente militare in una missione segreta (concordata tra Wilson e Lloyd George durante la conferenza di Parigi).Potè conversare con Lenin.Si spinse a dire che in Urss “Ho visto il futuro”.Un commento che fece epoca, insieme alla rottura col suo mentore, Wilson.
Pur non sposando il trionfalismo di questo candore,in qualche misura Hobsbawn e Canfora sembrano accreditare,conferman do o ribadendone il giudizio entusiastico, che Lenin e Stalin siano stati “i più grandi liberali” del Novecento.[28].Anche per loro si può arguire che Stalin meritasse dopo il 1945 la copertina del settimanale Time come “uomo dell’anno”.
Canfora riporta questi giudizi sugli inediti e assai infrequenti meriti liberali di Lenin e soprattutto di Stalin da scritti e dichiarazioni di personaggi che li formularono dopo l’ottobre 1918.Appartengono anche agli anni Trenta. Come quelli dell’ex ambasciatore Bullitt A riproporli nella sostanza,perseguendo un disegno politico e non storiografico furono Hobsbawn e uno studioso italiano come Domenico Losurdo. [29]
Si mossero lungo questa linea per accreditare i meriti del bolscevismo studiosi come il trotskysta J. Deutscher(Stalin avrebbe combattuto la barbarie russa con metodi barbari), e il filosofo liberale oxoniense J.Berlin.
Da Canfora egli non viene citato espressamente come peraltro anche Losurdo. Quest’ultimo nel primo e secondo capitolo del volume lamentò che Isaiah Berlin avesse costruito una distinzione dualistica tra libertà e totalitarismo al solo scopo di mettere la sordina,e nascondere, le responsabilità (quindi la catena di complicità) dei paesi occidentali con la corposa Realpolitik del coloniallismo.
La nuova tesi di Hobsbawn,accolta da Canfora, è che alla costruzione di Stato totalitario (direi micidiale e repressivo) in Urss in Europa e negli Stati Uniti avrebbe fatto seguito un nuovo ciclo, quindi un nuovo trionfo, del capitalismo ,questa volta con un impianto modernizzatore.
Pur riconoscendo la fine la sconfitta, del comunismo, E. Hobsbawm si e’ spinto oltre, nel primo capitolo,L’età della catastrofe, del notissimo saggio intitolato Il secolo breve. Direi fino a sostenere una interpretazione inedita o assai poco frequente tra gli stessi studiosi come lui comunisti.Vale a dire che il sistema economico fondato sul capitale e le democrazie liberali dell’Occidente sarebbero state salvate, e anzi rinvigorite, tra le due conflitti mondiali, prima dalle politiche aggressive e antagonistiche dei nazisti di A.Hitler e in seguito, dopo la guerra del 1939-’45,dall’enorme sindrome della paura alimentata-a seguire dal discorso di Churchill a Fulton-dai comunisti di J. Stalin e dai timori,e dalle grandi paure, della guerra fredda.
“E’ un’ironia della storia di questo strano secolo che il risultato più duraturo della Rivoluzione d’ottobre,il cui obiettivo era il rovesciamento del capitalismo su scala planetaria,sia stato quello di salvare i propri nemici, sia nella guerra, con la vittoria militare sulle armate hitleriane, sia nella pace, procurando al capitalismo dopo la Seconda guerra mondiale l’incentivo e la paura che lo portarono ad auto riformarsi”.[30]
Non si capisce come mai alle origini ci sia questo straordinario “paradosso del Novecento”,e non sia stato possibile dilatarlo fino a trasformare l’Urss e gli altri paesi “socialisti”.Sono stati sempre stati,e rimangono,delle imponenti macchine di implacabile autoritarismo.
Quanti (come Kruschev e in Italia lo stesso P. Togliatti e soprattutto il leader socialista P.Nenni[31]) ne hanno denunciato severamente i micidiali gravissimi errori e delitti dal 1917 al 1956 non hanno speso una parola per segnalare o,meglio ancora, condannare quel che rilevò Croce(e Canfora ama ricordare),cioè che al potere in Russia a cominciare dall’ottobre 1917 si era installata una sola classe, contornata da una casta di militari,burocrati e intellettuali.Dopo essere stati, almeno fino al 1956, insonni apologeti di Lenin e Stalin hanno avuto l’accortezza,insieme ad un’imponente impudenza, di chiedersi come mai “abbia potuto crearsi una situazione in cui la vita democratica e la legalità socialista abbiano subito continue, gravi violazioni” .
Nella sua importante intervista alla rivista di Alberto Moravia e Alberto Carocci, Nuovi Argomenti ,Togliatti ha scordato di dire che né con gli zar né con i bolscevichi (né ora con Putin), in Russia ci sono mai stati operanti i principi e i diritti di un’elementare democrazia liberale e nreancge di una mai definita “legalità socialista”.
Non so quanto consapevolmente lo storico anglo-sassone si sia reso conto di avere riproposto un’immagine tanto aulica quanto,vorrei dire, canzonatoria di Lenin (e,di fatto, dello stesso Stalin).Mi riferisco alla sua raffigurazione del leader sovietico come appunto,“il più grande liberale” del Novecento.
Temo che Canfora identifichi le ragioni del capitalismo con quelle della democrazia politica, che,invece, vanno tenute separate.Come ha ribadito sul punto Raimondo Cubeddu[32], la distinzione tra la politica e l’economia, la libertà e il capitale è stata in punta di penna nella riflessione fin dalla metà degli anni Trenta di B.Croce.
Molti decenni prima lo era stato ad opera dei maggiori esponenti della Scuola liberale di Vienna. Il loro corpus teorico e analitico è ormai disponibile a qualunque studioso grazie, come ho detto, a Rubbettino.Un editore senza scrupoli nel bandire allineamenti,conformismi e idee senza costrutto. anche della sinistra.
Canfora ritiene che la storia sia una miniera di sorprese, indecifrabile e imprevedibile. Di qui la sua convinzione che il comunismo non sia un cadavere seppellito una volta per tutte. Profetizza un suo risorgimento,quindi ancora una lunga strada da percorrere. Sarebbe appunto il passato che non passa, e anzi si ripete.
Se questa interpretazione ha un senso, lo storico ha perso il proprio mestiere. Gli si può applicare l’aforisma di J.M.Keynes sulle ricette economiche di estesa durata. “nel lungo periodo siamo tutti morti “.
Canfora ha insegnato a generazioni di ricercatori l’importanza dell’analisi differenziata.Ernesto Ragionieri ne aveva fatto un canone metodologico nello studio proprio del comunismo italiano. Le ricerche storiche riguardano biografie, personaggi di ogni misura, lassi di tempo determinati, eventi che hanno un inizio e una fine.Ma anche un nome e un cognome. Ebbene, il comunismo che abbiamo conosciuto non ha un briciolo,direi non emana neanche un brivido, di liberalismo.
Di esso Lenin e Stalin sono sempre stati degli irriducibili nemici storici.Fino a rappresentare il modello concentrato delle grandi dittature del Novecento. Non può esserci nessun risorgimento di una grande speranza di liberazione e di uguaglianza ormai definitivanente tradite,E’ diventata non più una superstizione,ma un incubo totalitario.
L’analisi concreta di una situazione(personale o collettiva) concreta.Luciano Canfora fino a ieri ci avrebbe detto che questa e’ la lezione, l’asse portante, l’essenza del manufatto di ogni grande storiografia.Nessuno può prescinderne, neanche lui, in futuro, vogliamo continuare a credere.
“Colpisce, direi anzi che impressiona il fatto che Canfora per delineare l’esistenza di un comunismo liberale ricorra non solo ad uno studioso come Hobsbawm, ma ad un giornalista d’inchiesta filo-sovietico come l’irriducibile Lionel Steffens.
Prima di loro aveva provveduto a questa inedita e originalissima lettura del dispotismo sovietico Antonio Gramsci. Mi riferisco all’infatuazione leninista rilevabile in almeno tre scritti, tutti apparsi sul quotidiano torinese Il Grido del popolo.
Mi riferisco a La rivoluzione contro Il Capitale (24 novembre 1917), I Soviet (5 gennaio 1918); Costituente e Soviety (6 gennaio 1918), in cui sosteneva che la dittatura del proletariato era l’asse portante delle maggiori garanzie di libertà offerte. ai cittadini E spiegava ai lettori che i russi non subivano la storia passivamente, ma la facevano attraverso una volontà collettiva. Siamo, dunque, di fronte, all’esaltazione del primato della soggettività contro lo sviluppo dei rapporti di produzione teorizzato da Marx.
Vale la pena anche di ricordare che dalla rappresentazione della dittatura bolscevica nell’aprile 1917 (Note sulla Rivoluzione russa) come garante assoluta dei diritti e delle libertà dei cittadini, Gramsci approderà, nella metà degli anni Trenta, ad una definizione ne pesantemente negativa.
La costruzione del socialismo gli apparve come una forma di neo-bonapartismo, cioè una dittatura fondata non sui principi (elementari, vale a dire) dello Stato liberale, ma sulla più occhiuti statolatri a. Leonardo Rapone prima e Silvio Pons successivamente hanno con rigore ricostruito questo fondamentale iter. Non penso che Canfora, come ogni studioso, lo possa ignorare.”.
[1] L’edizione italiana uscì a Roma nel 1973 presso gli Editori Riuniti, a cura di Giorgio Giorgetti.
2 Il saggio, intitolato Gramsci e la Rivoluzione russa: una riconsiderazione (1917-1935,è stato pubblicato su “Studi Storici”, 4/2017 , pp. 883-928, e nella raccolta Un nuovo Gramsci, a cura di Gianni Francioni e Francesco Giasi, Viella, Roma 2020.
[3] Si veda J. Kaplan, Lincoln Steffens.Portrai of a Great Americam Journalist, Simon & Schuster, New York 2013;P.Hartshorn, A Life of Lincoln Steffens,Counterpoint Press, Berkeley 2012 e la ricostruzione biografica curata da G.L. Steffens,An Autobiography of Linbcoln Steffens, Harcoutrt, Brace6 Ck, New York 1931.
[4] Peter Hartshorn, I Have Seen the Future cit.
[5] Non ha avuto molti seguito il saggio, che distesamente e con acribia lo ha ricostruito, di F. Antonini, Gramsci tra cesarismo e bonapartismo. Egemonia e crisi della modernità pubblicato Treccani nel 2024, e tradotto dalla precedente edizione inglese.
3.ComunismoUn’altra storia, Feltrinelli, Milano 2026.
[7] Si vedano le interviste date da Lenin a Nardeau (apparsa sul francese Les Termps, 22 aprile 1919) e e ad Arthur Ransome, Last Talk with Lenin, che la riporta nel suo volume RussIa in 1919 .Le riprendo da Canfora, Comunismo cit., p.270 .
[8] L. Steffens, Moses in Red: The Revolt of Israel as a Typical Revolution, Tradd Street Press
2026, pp. 33-34
[9] Ibidem
[9]Riporto questi brani dall’ incontro avuto con Lenin da un wilsoniano come L. Steffens in Moses in Red, Dorrance and Company, Pittsburgh 1926, utilizzando la traduzione che ne fatto lo stesso Canfora, Comunismo ecc, cit.,p. 267-268.
[10] E’ una lettera del 28 gennaio 1925 all’ ex ambasciatore degli Stati Uniti in Belgio, Brand Whitlock, da Wilson protetto.
[12] Canfora, Comunismo cit., p. 266
[13]Rimando agli approfondimenti di uno studioso come Alberto Masoero, La radicalizzazione del putinismo, (2024) e Id., Gestione del potere e selezione della classe dirigente nel putinismo all’interno del volume collettaneo a cura di Riccardo M. Cucciolla e Niccolò Pianciola. Le trasformazioni della Russia putiniana. Stato, società, opposizione,Viella,Roma 2024
[14] Carr,E.H. Davies,R.W.,Le origini della pianificazione sovietica 1926-1929. Vol.II: Lavoro, com mercio, finanza., Einaudi, Torino 1979 e Carr E.H., Le origini della pianificazione sovietica 1926-1929. Vol. 5: I partiti comunisti nel mondo capitalistico. Pgreco, Milano 2021; Paul R. Gregory, The Political Economy of Stalinism: Evidence from the Soviet Secret Archives. Cambridge Uni versity Press, New York,2003. xi + 308; G.Cadioli, G. Il piano sovietico in teoria e in pratica. Dall’e conomia marxista all’economia di comando. “Scienza & Politica. Per Una Storia Delle Dottrine”, 32(62). https://doi.org/10.6092/issn.1825-9618/11208, 2020”
[15] L’Économie en révolution: Le cas russe, 1870-1930, A.Michel, Paris 1998 (ripubblicati nel 2022).
[16] Se ne può cogliere la misura nell’ampia nota che al saggio di Stanziani è stato dedicato dalla Rivista Storica Italiana ( fascicolo III, 2000,pp. 1122-1140) da uno dei maggiori prota gonisti di questo rinnovamento, il prof. Alberto Masoero dell’Università di Torino.
[17] Rimando agli estesi e puntuali studi che ne ha offerto il filosofo dell’università di Pisa R. Cubeddu, F. A. von Hayek (Borla editore, Roma 2000) e L’ombra della tirannide. Il male endemico della politica in Hayek e Strauss], Rubbettino editore,Soveria Mannelli 2014.
[18] Si veda L Mises, I fallimenti dello Stato interventista, prefazione di Lorenzo Infantino, Rub nbettino Soveria Mannelli 2011.
[19] Salvatore Sechi,Mises e l’economia sovietica, ”Mondoperaio” , 2025,n, 5 (maggio),pp.72-78.
[20] I suoi articoli saranno raccolti nel volume Economic Planning in Soviet Russia,George Routledge & Sons , London 1935, con una prefazione del curatore, cioè F.Hayek .
[21] F.Venturi, Comunismo e Socialismo Storia di un’idea,a cura di M. Albertone, D.Steila, E. Tortarolo, A.Venturi,Università di Torino,2014.Si veda Tortarolo ,Franco Venturi e il comunismo. La forza dei bisogni e le ragioni della libertà. Il comunismo nella riflessione liberale e democratica del Novecento,Edizioni Diabasis, 2008. pagg. 327-341
[22] L. Mises, Stato,nazione,economia, Bollati Boringhieri, Torino 1994
[23] S. Pons, Gramsci e la Rivoluzione russa ecc. cit.
[24] William C (William Christian) Bullitt, The Bullitt Mission to Russia: Testimony Before the Committee on Foreign Relations, United States Senate, Forgotten Books 2018 . Fu il primo am basciatore ufficiale degli Stati Uniti a Mosca dal 1933 al 1936.Si vedaB. Farnsworth, Wil liam C. Bullitt e l’Unione Sovietica, Indiana University Press, 1967.
[25] Si veda la testimonianza in The Bullitt Mission to Russia : testimony before the Committee on Foreign Relations, United States Senate, University of Warwick Library Collections, New York 1919 .
[26] Si veda The Great Globe Itself: A Preface to World Affairs, Scribner New York 1946.
[27] Si veda The Great Globe Itself ecc. cit,.
[28] A esprimersi in questi termini è L.Steffens in un intervento intitolatoThe Greatest of Liberal .Lo fece, nel genniao 1936, sulle pagine di un organo (poco e nulla influente ) dei comunisti americani come “Soviet Russia Today”.Ha molto senso valorizzarlo addirittura oltremodo?
[29] Canfora non gli dedica un riferimento esplicito, ma si tratta del saggio Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Laterza, Roma 2008., successivamente tradotto in inglese. E’ un de te fabula narratur perchè il volume di Losurdo recava un saggio anche di Canfora.
[30] E. Hobsbawn,Il secolo breve1914-1991, BUR, Milano 1995, pp. 19-20. E l’intervista sl quotidiano torinese La Stampa, 11 maggio 1995, p. 17.
[31]Rimando al saggio di Giovanni Scirocco ,Una rivista per il socialismo.”Mondoperaio( 1957-1969)”,Carocci,Roma 2019, p. 40.Dopo aver illustrato le importanti e radicali critiche al regime staliniano(ma si può anche dire sovietico) del partito\Stato, il segretario del Psi,in data 25 giugno 1956,scrisse al dirigente del Pcus M.A.Suslov una lettera in cui si può vedere sintetizzata la cultura del frontismo.Nenni confermava la continuità dell’allineamento,cioè lo schieramento, dei socialisti italiani dalla parte di Mosca.
[32] La cultura liberale in Italia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2021.













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