LA VITA È UN MERAVIGLIOSO ERRORE

di Cosimo Prantera, Luca Prantera

Life is a beautiful glitch” è una bellissima definizione che si potrebbe tradurre “la vita è un meraviglioso imprevisto”; ma non ricordo a chi attribuirla, se ad un poeta od ad uno scienziato.

Due categorie di intellettuali spesso in conflitto fra di loro. Keats, nella sua celebre poesia “Lamia“, rimproverava Newton per aver trasformato l’arcobaleno in un prisma con un folgorante attacco: “Non svaniscono forse tutti gli incanti al solo tocco della fredda filosofia?”.

Ed ancor più Poe, che si scagliava astiosamente contro la scienza nel suo Sonnet-To Science” accusandola di aver strappato dal mondo i suoi immaginari abitanti della fantasia come le danzanti Driadi, le Naiadi ed i misteriosi Elfi.

Il tema quindi è: se la scienza ci toglie il “mito” impoverisce il nostro spirito?

Il glitch è una parola che ambedue gli intellettuali hanno nel loro vocabolario anche se ciascuno ne fa un uso diverso. Il poeta vede nel termine l’ispirazione improvvisa che squarcia il velo della realtà. Il glitch per lui è, come per lo scienziato, l’errore del sistema. Ma per il poeta è il momento in cui l’ordine rigido delle cose si frantuma: è la nascita della fantasia e del mistero.

Al contrario lo scienziato interpreta il glitch, ne cerca le cause e le conseguenze: la vita biologica è un’anomalia che devia dalla seconda legge della termodinamica, è una fluttuazione che viola l’omogeneità della morte programmata dall’entropia.

Che guazzabuglio interpretativo! Vogliamo capirci qualcosa?

La spiegazione del perché due tipi di intelletto umano, che nascono dalla stessa sostanza della quale è fatto il nostro cervello, esprimano opinioni opposte me l’ha suggerita un recente essay di un accademico inglese, psicologo-teorico, pubblicato in Aprile sulla rivista AEON.

L’interessante saggio è “L’invenzione dell’anima” e l’autore è Nicholas Humphrey.

Humphrey ci fa capire, in parte, la dissonanza esistente tra questi due mondi e fornisce, forse inconsapevolmente, gli strumenti che permettono di risolvere questo divario intellettuale.

Il saggio rifiuta l’origine divina dell’anima ma la descrive come una creazione della cultura del Sapiens, che risale allo sviluppo del linguaggio, circa 200 mila anni fa.

Secondo Humphrey, l’anima non e’ materia fisica e, ritrovando Cartesio, e’ quindi res cogitans. L’anima, la coscienza e le sensazioni come il dolore e tutti gli altri “qualia”, non appartengono ai neuroni del nostro cervello ma sono rappresentazioni immateriali della nostra mente.

Sono generate dal cervello, ma non fan parte della materia di cui il cervello e’ fatto. Esistono, ma nella nostra immaginazione.

Mentre leggevo questo breve saggio che, con disinvoltura sembrava uscire elegantemente da spiegazioni metafisiche, ma nello stesso tempo vi rientrava collocando l’anima al di la del cervello fisico, mi sono accorto che, affascinato da come era espresso il suo pensiero, ero caduto in una trappola misticheggiante. Nella trappola per cui il nostro cervello e’ piu’ soddisfatto dal mistero che dalle spiegazioni.

Secondo il biologo evoluzionista Richard Dawkins il Sapiens e’ naturalmente portato a cercare la meraviglia. E questo puo’ facilmente far capire che, quando la realta’ non ha al momento spiegazioni ne’ cause , il paranormale, il misticismo o la “soul land”, la terra dell’anima di Humphrey, tende a colmare questa assenza.

E dato che la nostra ignoranza del mondo e’ enorme e la scienza fornisce spiegazioni spesso incomplete o contraddittorie, e talora contro-intuitive, molta della realta’ rimane sotto questo dominio. Questo limite ci fa capire come scienziati e solidi pensatori abbiano rivolto la loro attenzione al buddismo come filosofia esplicativa dei misteri della realta’. Eppure il buddismo rifiuta tutte le moderne teorie delle scienze cognitive che considerano la coscienza come una proprieta’ emergente del sistema fisico del nostro cervello.

Fa quindi notizia che scienziati, anche se si tratta di un gruppo minoritario, abbraccino una visione filosofica che propugna che il regno mentale non può essere ridotto al mondo della materia.

A meno che, anche essi, cerchino nel vuoto conoscitivo della scienza, spiegazioni che soddisfino il loro appetito di mistero.

Ma la tesi che stiamo indagando non e’ il ricorso al mistero quando la conoscenza e’ oscura, ma semplicemente se la scienza, spiegando un fenomeno naturale, come diceva Keats, possa togliere qualcosa alla bellezza della natura. In sintesi, svelarne le cause uccide la poesia dell’arcobaleno?

La descrizione migliore della delusione che puo’ scaturire da questa uccisione, e’ stata scritta dal poeta statunitense Walt Whitman:

“Quando sentii parlare il dotto astronomo, quando mi misero davanti le prove, le cifre tutte ben incolonnate, quando mi fecero vedere le carte ed i diagrammi che servivano per sommarle dividerle, e misurale, quando, seduto nell’aula, udii l’astronomo disquisire tra grandi applausi, mi sentii inspiegabilmente stanco e nauseato. Finche, alzandomi e scivolando via, me ne andai solo, vagando nell’aria umida della notte. Ed ogni tanto guardavo il cielo in perfetto silenzio ad osservare le stelle”

Whitman in queste brevi righe descrive separatamente il sapere dello scienziato fatto di numeri e calcolo, dalll’ esperienza estetica del cielo stellato e non vi sono dubbi quale per lui contava di piu’.

La nostra delusione davanti a una spiegazione scientifica e’ un fatto che le scienze cognitive interpretano come il risultato di una discrepanza tra due livelli di realta’: tra il messaggio emotivo che e’ scatenato dall’arcobaleno da una parte, e la spiegazione fisica che ti informa che il fenomeno e’ l’effetto della rifrazione della luce nelle gocce di acqua sospese nell’aria.

La delusione in sintesi e’ il lutto per la perdita della faccia magica della natura.

A questa spiegazione inoltre, si deve aggiungere che la nostra mente non accetta facilmente che proprieta’ complesse come i colori dell’arcobaleno possano essere spiegate da elementi semplici come le gocce dell’acqua.

Quindi, lo sforzo oggi di non pochi filosofi e di alcuni scienziati e’ di cercare una teoria che spieghi come il nostro pensiero ed i nostri sentimenti non siano riconducibili alla fisica del nostro cervello, ma che allo stesso tempo non appartengano al territorio della metafisica. Una teoria che appare contraddittoria gia’ dalla sua formulazione.

“L’invenzione dell’anima” che fa parte di questa linea di pensiero, sarebbe piaciuta a Keats ma in realta’, se leggiamo attentamente il suo interessante ragionare, Humphrey riscopre la res cogitans di Cartesio.

La “sua anima” non e’ piu’ nel mondo fisico, ma rifiuta di domiciliarla in un mondo metafisico: sta li’ ma non ha corpo ne’ atomi , non e’ parto dei neuroni. Aleggia come un flatus -non divino- e raccoglie in se tutto il nostro mondo di sensazioni, innamoramenti, empatia verso gli altri e via di seguito.

Il tocco fisicalista e’ che l’avvento dell’anima e’ stato probabilmente utile alla evoluzione del Sapiens.

Ma dando ascolto a Keats ed a tutti i nostri sogni che non si rassegnano che il mondo di sentimenti, talora sublimi, che noi viviamo appartenga alla fisica dei nostri neuroni, dovremmo accettare la visione dualista che esista una materia che viene spiegata dalla fisica che conosciamo ed un misterioso ed affascinante mondo dell’anima nel quale ci piacerebbe vivere senza tante spiegazioni!

Humphey e’ uno psicologo, certamente influenzato dal pensiero di Jung. Alla fine del suo essay introduce il mitico personaggio Izdubar, gigante della teogonia caldea, che dialoga con l’autore del “Libro rosso” Carl Gustav Jung. Ad Izdubar Jung racconta la scienza e le spiegazioni che essa dà di tutti i miti che rappresentano la sua antica cultura. Solo integrandola nella sua immaginazione il gigante ed il mito possono sopravvivere.

Possiamo anche accettqrlo come consolante cultura, tuttavia dovremmo imparare che svelare la fisica dell’arcobaleno non toglie nulla alla sua naturale e sublime bellezza e non ci impedisce di lasciar da parte Newton e di sognare poesie intorno ad esso e ritrovamenti di tesori dove l’arco finisce.

Sapere che un grande pianista ha studiato 20 anni e piu’ prima di suonare un notturno di Chopin non ci toglie ed almeno non dovrebbe toglierci il piacere di ascoltarlo. Anche se un pedante piccolo newton, mentre siamo rapiti dall’armonia, stesse li a tempestarci di spiegazioni di come il suono provenga dal battere ripetuto di martelletti lignei sulle corde del pianoforte.

In fondo che quello che viviamo come sensazioni, talora meravigliose, venga dai nostri neuroni , non dovrebbe sminuire il nostro stato emotivo che, quello si, e’ stato molto utile perche’ singoli e perdenti, deboli esseri biologici come siamo noi, abbiano imparato a cacciare in gruppi numerosi per sfamarci con animali molto piu’ grandi di noi. L’emozioni liberano la socialita’ ed i neuroni a specchio, in questo ci hanno molto aiutato.

Gli studi sul cervello di uno fra tanti come Il neuroscienziato cognitivo Michael Persinger ci mostrano come le esperienze mistiche e religiose siano artefatti della stimolazione dei lobi temporali. Per dimostrarlo, progettò il “God Helmet”, un dispositivo che applicava deboli campi magnetici complessi sui lobi temporali dei soggetti, inducendo in molti di essi la percezione di una “presenza avvertita”, spesso interpretata in chiave spirituale o divina.

E se si puo’ stimolare una esperienza mistica agendo sui neuroni, possiamo ben accettare che la nostra anima e tutti i suoi ammennicoli siano piazzati, li’ nella nostra scatola cranica, anche se non sappiamo bene in quale parte del cervello, cioe’ quali siano i correlati neurali della nostra coscienza. Ma soprattutto dobbiamo imparare a continuare a godere delle emozioni che la nostra natura ci ha generosamente regalato.

Ma dobbiamo anche mitigare il senso di arroganza che il sapere scientifico ci infonde.

Un monito all’arroganza della scienza viene proprio da uno scienziato, Carl Sagan, responsabile della missione Voyager alla ricerca di esopianeti, quando punto’ la macchina fotografica della navetta spaziale verso la terra distante 6 miliardi di chilometri: la foto mostrava quello che Sagan defini’ un “pale blue dot”, un pallido punto blue. Una rappresentazione del nostro pianeta cosi’ insignificante che Sagan lo commento’ come critica alla irrilevanza della nostra specie nel cosmo.


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