di Giuseppe Scanni
Secondo la oramai fin troppo conosciuta Madman Theory (Teoria del Folle) continua la guerra che ha destabilizzato il Medio Oriente e che per i suoi effetti ha abbozzato il disegno di un nuovo disordine regionale, che fa apparire sullo sfondo funesti presagi di instabilità planetaria.
Madman Trump ha dichiarato, il primo maggio che la guerra era finita; a distanza di poche ore che aveva rifiutato un ulteriore piano di pace proposto dall’Iran con gli uffici di mediazione del Pakistan; subito dopo di aver disposto il ritiro di truppe americane in Europa a cominciare dalla Germania senza dimenticare di offendere Spagna ed Italia concludendo con la imposizione di un aumento dei dazi al 25% per le auto europee.
Naturalmente la guerra continua, violentemente nel sud del Libano contro gli Hezbollah da parte delle Forze armate israeliane, con uno stallo dei grandi bombardamenti sul territorio iraniano e qualche sfoggio di presenza nello stretto di Hormuz della Marina statunitense. La stragrande maggioranza dei cittadini europei, molto più coesi sul tema Europa di tanti loro governanti, esprime in numerosi e concordanti sondaggi la crescente disistima per il governo statunitense e chi lo sostiene. Per la prima volta, dopo la fallimentare e pericolosa operazione in Iran, i sondaggi registrano in Europa un favore maggioritario alla creazione di un sistema di Difesa europeo.
Anche il meno malizioso lettore o telespettatore ha oramai capito che la dichiarazione della “fine “della guerra in Iran è stata soltanto un escamotage della Casa Bianca per cercare di scansare l’obbligata autorizzazione del Congresso a continuare il conflitto dopo due mesi dal suo inizio; come anche sospetta, il pur ingenuo lettore, che la pressione sulla UE, riaprendo imposizioni daziarie serve a minacciare l’Europa per costringerla ad intervenire nel disastro medio orientale e lasciarla col cerino acceso in mano vicino ai pozzi di petrolio, mentre le navi americane riportano a casa gli “invitti” guerrieri.
Mai nella storia degli Stati Uniti un presidente è riuscito ad entrare in guerra senza il consenso parlamentare ed essere sconfitto politicamente e militarmente in poche settimane. Il Vietnam e l’Afghanistan sembrano non aver niente insegnato all’attuale esecutivo statunitense, che ha chiuso volutamente le orecchie agli allarmi provenienti dal Pentagono e dalla diplomazia: il 26 febbraio 2026 tanti espressero l’opinione che la maldestra guerra israelo-statunitense non poteva risolversi in breve tempo con successo.
La parte interventista della destra americana, cioè i non isolazionisti convinti che la forza a stelle e strisce va sempre dispiegata nel mondo, è interpretata da un importante studioso neo conservatore, Robert Kagan, che ha definito sull’ultimo numero di Atlantic l” escursione” degli USA un disastro dagli effetti peggiori di Pearl Harbor, del Vietnam e dell’invasione in Iraq di George W. Bush; “ un affare scellerato” che in cinque settimane di devastanti bombardamenti assieme ad Israele non ha prodotto alcun turbamento dello status quo, anzi l’Iran, il cuore dei mali che assediano o colpiscono gli USA, è uscito rafforzato, assieme alle sue alleate, la Russia e la Cina, dal conflitto che Trump ha con imperizia scatenato assieme o per Netanyahu. Piccola annotazione, la notizia apparsa sul Wall Street Journal è stata confermata dalla stampa israeliana e non smentita dal governo: in Iraq opera una base militare israeliana; perciò, aerei ed intelligence sono in grado di operare da una distanza di duecento Km e non da ottocento come si presupponeva. Non ho letto- spero per mia disattenzione- la notizia sulla stampa italiana. Kagan, il cofondatore del Project for the New American Century, il centro studi che dai tempi di George W. Bush ha prodotto l’idea degli Stati Uniti come impero dell’azione contrapposto all’Europa, regno sommerso da una palude di regolamentazioni, dichiara oggi che è iniziato il declino americano per responsabilità di Trump.
Non sono d’accordo né sulla fine anticipata del secolo americano, né sulla responsabilità di Trump della crisi del liberalismo classico negli Stati Uniti e per conseguenza nell’Occidente.
Penso che sia debole, inefficace, inutile, sbagliato addebitare al metodo folle ed alla personale cattiveria umana di Trump, la responsabilità della decadenza lunga e progressiva del liberalismo americano. Un liberalismo che è stato diversamente coniugato dal Gold Party e dai democratici ma che è stato il sistema connettivo della politica interna. Un liberalismo basato sul principio di eguaglianza da praticare nell’immediato e perseguire come fine là dove ancora non realizzato nel diritto per garantire la libertà di iniziativa economica nel rispetto della concorrenza e , nei limiti della pratica, dei risparmiatori e degli azionisti; un liberalismo che è stato attrattivo come sistema generale di riferimento per tanti paesi a cominciare dagli stati europei, dai membri del Commonwealth delle Nazioni, dal Giappone e dalla Corea del Sud e da tanti paesi che -dopo esperienze tragiche, coloniali e post coloniali, o sottoposte a regimi dittatoriali- sono approdate a sistemi di produzione, commercio e rispetto dei diritti fondamentali prendendo ad esempio gli Stati Uniti e l’Europa.
La crisi americana è quella di un modello che da decenni ha dato segnali inequivoci di logoramento soprattutto nel sistema produttivo di beni, che – a differenza- del sistema dei servizi e di quello finanziario riguarda più specificatamente quei ceti sociali che determinano il funzionamento dell’ascensore sociale.
Nel 1992 la quota degli Stati Uniti nel commercio internazionale di beni rappresentava circa il 12% delle esportazioni mondiali e circa il 15% delle importazioni, mantenendo un ruolo di primo piano nel commercio globale dell’epoca; gli Stati Uniti registrarono un deficit commerciale di beni pari a circa 85 miliardi di dollari, evidenziando come già allora le importazioni superassero le esportazioni. Nel 1992 gli Stati membri dell’Unione Europea (la Comunità Europea a 12 divenne UE con il Trattato di Maastricht il 7 febbraio 1992) rappresentavano circa il 40% del commercio mondiale di beni, considerando sia le esportazioni sia le importazioni complessive e un notevole avanzo. Nel 2025, gli Stati Uniti hanno rappresentato l’11% del commercio mondiale delle merci, considerando export ed import, corrispondenti a 5,6 trilioni di dollari, dei quali 2.197,5 miliardi per export e 3.438,4 per import, registrando un deficit commerciale di merci di 1.240,9 miliardi &; se si considera la esportazione di beni la quota USA stimata dalla World Trade Organization è più bassa, il 9%. Nonostante l’aumento delle esportazioni, il deficit è rimasto elevato, indicando una persistente dipendenza dalle importazioni. Nel 2025, l’Unione Europea ha rappresentato circa il 16% del commercio mondiale di beni e servizi, consolidando la sua posizione di principale potenzacommerciale occidentale nel sistema globale.
Nel 1992, gli Stati Uniti detenevano una quota significativa nel sistema finanziario mondiale: con le loro banche costituivano circa il 9% del mercato bancario internazionale. Inoltre, le istituzioni finanziarie statunitensi erano leader nel settore degli investimenti: con i 100 principali fondi americani gestivano circa il 6% del loro portafoglio in attività estere nel 1991. Questi dati indicano una posizione dominante degli Stati Uniti nel panorama finanziario globale all’inizio degli anni ’90. Nel 1992, l’insieme dei paesi dell’Unione Europea (allora Comunità Europea), nove anni prima della circolazione come moneta fisica dell’euro, deteneva circa il 16,5% del mercato bancario internazionale, con Londra come principale centro finanziario, seguita da quote significative per Francia (7,5%) e Germania (5,9%).
Nel 2025, gli Stati Uniti hanno rafforzato una posizione dominante nel sistema finanziario globale, con il dollaro USA rappresentante circa il 56,3% delle riserve valutarie ufficiali mondiali nel secondo trimestre del 2025. Inoltre, le partecipazioni estere in azioni statunitensi hanno raggiunto il 30%, il livello più elevato dal 1968. Questi dati evidenziano la centralità degli Stati Uniti nei mercati finanziari internazionali nel 2025.
Secondo i dati Trading Economics basati sulla Banca Mondiale, nel 2024 il PIL nominale degli Stati Uniti ha raggiunto circa 29.180-29.298 miliardi di dollari($29,18-29,3 T USD). Confrontato con un PIL mondiale stimato intorno a 111.326 miliardi di dollari, l’economia statunitense rappresenta oltre il 26% del totale mondiale, confermandosi la prima economia globale, il PIL dell’area Euro nel 2024 è stato stimato in circa 16.400 miliardi di dollari, equivalente ad una quota di circa il 14,7% – 15% dell’economia mondiale. Secondo le stime più recenti della Banca Mondiale la crescita del PIL mondiale nel 2025 è stimata del 2,7%, in calo nelle previsioni dello 0,5% per fattori economici e politici tuttora in evoluzione. Si stima che nel 2025, l’Unione Europea- in calo rispetto al 2024- ha costituito circa il 13% del PIL mondiale, una percentuale inferiore rispetto a quella degli Stati Uniti e della Cina. Non sono ancora disponibili dati precisi sulla quota dell’UE nel sistema finanziario globale per lo scorso anno. È noto che l’euro, la valuta ufficiale di 21 dei 27 Stati membri dell’UE, è la seconda valuta più importante nel sistema monetario internazionale, rappresentando circa il 20% delle riserve valutarie ufficiali globali nel 2024.
Nonostante la diminuzione del suo peso economico relativo, l’UE continua a mantenere una posizione significativa nel sistema finanziario globale, grazie alla dimensione del suo mercato unico e alla centralità dell’euro nelle transazioni internazionali. Lo sviluppo americano si è concentrato su beni ad alto valore aggiunto e su una straordinaria crescita finanziaria. Lo sviluppo europeo, nonostante la concorrenza cinese, è molto solida nella produzione industriale e robusta in altri vitali settori economici, dei quali parleremo più in là. Non soltanto; come vedremo l’aggregazione di nuovi paesi, dai 12 iniziali di Maastricht ai 27 attuali, comporta un costo, un investimento pluriennale rilevante nelle varie fasi che accompagnano l’adesione e, a seguire, per un certo numero di anni, al fine di consentire l’equilibrio economico tra gli Stati.
Quello che ora conta osservare è che immaginare un divorzio UE-USA è un evidente non senso per la oggettiva interdipendenza delle due economie.
Il divario tra il capitalismo diffuso, che connotava il liberalismo fino alla conclusione formale della guerra fredda con la dissoluzione dell’URSS, ed il capitalismo aristocratico e planetario, che influenza oggi in modo evidente e pubblico gli USA e tenta di esercitare un eguale potere decisionale indiretto in Europa ed in altri paesi del mondo, non è stato una scelta del pessimo Trump ma si è sviluppato nei tre decenni precedenti. Con evidenti effetti su principi, diritti, sistemi- comprese le difficoltà del multilateralismo nella prevenzione e soluzione dei conflitti, la nuova dimensionalità etica della forza nel ricorso- fuori dal Diritto internazionale- della “prevenzione” piuttosto che sulle cause effettive che giustificano la Difesa, anche fuori dai propri confini, sul territorio di altri stati. Non è casuale che la Casa Bianca, con un ordine esecutivo, il 5 settembre del 2025 abbia rinominato “Dipartimento della Guerra”, ripristinando il nome in vigore fino al 1947, il “Dipartimento della Difesa”. Il mondo uscito dalla Seconda guerra mondiale fondando le Nazioni Unite, con un sistema gerarchico dei pesi esercitati nell’organismo dai paesi vincitori del conflitto e altri stati, relegava la guerra all’ultima necessità ineludibile di Difesa.
Il “nuovo” disordine mondiale ci fa, al momento, vivere in una area indefinita, e per questo motivo mutevole, dove coesistono forza e diritto, regole ed arbitrio, insicurezza e nuove sofisticate forme di controllo. È un mondo in movimento alla ricerca di nuove certezze quello che abbiamo la fortuna di abitare.
È meglio attraversare i momenti bui della transizione con la memoria del passato e la luce della scienza e dell’innovazione, che non fa inciampare le menti ed il cuore se non le trasformiamo in una algoritmica divinità che da sola decide ed opera ma le usiamo come strumento.
Il viaggio missionario di Papa Leone in Africa, il messaggio del Presidente della Repubblica Mattarella in occasione del 25 aprile, Anniversario della Liberazione, ci hanno richiamato a riflettere con maggiore attenzione allo spessore della crisi che stiamo traversando.
Il professor Alessandro Colombo, Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Milano, co-curatore, da un quarto di secolo, del Rapporto annuale dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, ha pubblicato lo scorso anno un libro che ho letto volentieri, Il suicidio della pace. Perché l’ordine internazionale liberale ha fallito (1989-2024). Colombo ha analizzato l’origine della nuova centralità della guerra nel sistema internazionale causata – in modo preponderante- dalle “forzature, dalle amnesie e dai veri e propri errori che l’ordine internazionale liberale ha accumulato già a partire dalla sua fondazione”.
Il disincanto provocato dal collasso di un presupposto ordine internazionale nei rapporti diplomatici, e per conseguenza nelle istituzioni internazionali e dunque nella convivenza internazionale regolata da norme considerate fondamentali, ha avuto un effetto prevedibile ma sottaciuto: l’emergere dell’uso della forza quale alternativa alla diplomazia, alla politica, per la soluzione delle controversie o degli interessi nazionali ed etnici.
Dall’età dell’oro promessa dalla ideologizzazione del liberalismo, definita generalmente globalizzazione, si è giunti alla smobilitazione delle Nazioni Unite ed al rischio del conflitto tra grandi potenze passando, aggiungo io, dal liberalismo dei mercati al liberalismo della paura.
Il suicidio della pace è comprensibile non soltanto per le responsabilità immediate e scatenanti di Donald Trump , il più cleptocrate presidente conosciuto nella storia americana ( il senatore Bernie Sanders ha denunciato- non smentito- che nel primo anno di presidenza il patrimonio della famiglia Trump ammonta a Crypto $3.020B( bilion, miliardi); PersianGulf deals : &425.8 M-milion; Qatari jet: $150M; Legal fees/merch: &127,7 M; Mar-a-Lago 125 M: corporate deals: &91M; Hanoi hotel: &40M;; Truth Social:&25M; Donald Jr: 19,6M). Come si faccia ad aumentare di più del doppio il capitale iniziale in un solo anno di Governo è o un miracolo alchemico o un grande furto. La trasmutazione materiale da metalli vili a nobili non è storicamente mai avvenuta; fortunatamente l’approccio scientifico dell’alchimia ha gettato le basi della chimica moderna, della metallurgia e della medicina che sono però campi sconosciuti al Presidente USA.
Quello che resta è che il difficile passaggio delle tre fasi della storia della valutazione morale (e politica) della guerra: quella del bellum iustum, quella della ragione di stato e quella della guerra come crimine, hanno perso vigore e non sono state sostituite. Lo sviluppo della coscienza sociale dei popoli, alla quale ha contribuito in modo fondamentale il sistema multilaterale simbolicamente raffigurato come Nazioni Unite, assieme al progresso scientifico e delle tecnologie rendono urgente l’approccio razionale diplomatico e politico alla pace, senza la quale c’è la guerra, perché la “non” guerra è priva di riscontro nella realtà, insussistente persino in caso di tregua.
Ora, se il Diritto ha affrontato in diverse fasi storiche la guerra come possibile mezzo di giustizia e poi come prerogativa di sovranità ed in infine come crimine, l’attuale regressione alla dottrina dello Stato-potenza tende ad esaltare una anarchia del sistema internazionale che, dinanzi alla evoluzione tecnologica , alla evoluzione dell’informatica in digitale e da questa all’AI, tende a trasformare la valutazione collettiva della guerra da ultima spiaggia della difesa dei diritti universali dei popoli e degli uomini in una guerra giusta perché “necessaria” alla soddisfazione di fini specifici, che- nello stesso tempo- non essendo legittimati da una riconosciuta autorità o da una “giusta” causa, trasformano la “forza” in retta intenzione e esaltano un potere oramai impossibile di Stato-nazione auto sufficiente.
La forza quand’anche fosse preponderante (Russia versus Ucraina; USA ed Israele versus Iran e suoi fiancheggiatori) non è sufficiente a garantire stabilità e pace nel segno del vincitore militare (nell’immediato passato le avventure irachene e afghane confermano la tesi).
Donald Trump si è presentato a Pechino nel momento peggiore della sua seconda presidenza. Dopo aver messo in pratica la tattica politica e militare di “dominio rapido”, presentata da Harlan K. Uilman e da James P. Wade già nel lontano 1996 (Shock and Awe: Achieving Rapid Dominance- National Defense University) mostrando all’estero ed in patria il volto arcigno, burbero, duro del cattivo che spaventa. Negli USA insultando e minacciando magistrati, sostenendo cacce mortali all’uomo, disattendendo a disposizioni delle Corte Federali, non riconoscendo i poteri del Senato e della Camera. All’estero, rapendo in Venezuela capi di stato ed imponendo non un regime change ma un cambio di personalità da lui decise al comando e la disponibilità del sistema petrolifero; minacciando l’Unione Europea di occupare militarmente un territorio, la Groenlandia, che ne è parte, insultandola e ricattandola con dazi ed acquisti di prodotti energetici fossili, tentando di bloccare politiche oramai urgenti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, sostanziale appoggio alle mire espansioniste della Russia; allontanando con la forza i cinesi dal canale di Panama; minacciando il Canada di essere annesso agli Usa e riservando la stessa sorte al Costarica; difendendo in Brasile l’ex presidente del Bolsonaro ed accusando la magistratura e l’attuale Presidente democraticamente eletto di golpismo; di altro, compreso il Medio oriente si parlerà più in là.
Quel che conta ora è sottolineare che sin dalla fine degli anni 90 dello scorso secolo la dottrina militare (e per le dimensioni e il rilievo economico degli Stati Uniti) anche il metodo politico si era evoluto dal concetto di “forza decisiva” definendo diversamente gli obiettivi, l’uso della forza e la sua entità, lo scopo finale, la velocità di intervento, la scelta delle vittime e le tecniche da usare.
La teoria “Colpisci e terrorizza” indica quella che oggi chiamiamo guerra ibrida, sfruttando “la superiore tecnologia, precisione del combattimento e dominio dell’informazione statunitense”, imponendo un livello travolgente di Shock and Awe al nemico “in un tempo sufficientemente ridotto per paralizzare la sua volontà di andare avanti,…per assumere il controllo territoriale e bloccare o costringere il nemico a sovrastimare la percezione degli eventi e renderlo così inabile a resistere o mettere in esecuzione opportuni livelli difensivi tattici e strategici”.
Gli uomini, però, non sono oggetti e coltivano opinioni, che spesso modificano nel tempo ma che comunque fotografano la realtà ed impediscono il successo di progetti e disegni considerati invincibili. A volte progetti e disegni che nascono o si sono sviluppati per giuste motivazioni ma che comportano- ove fossero imposti con particolari tipi di violenza- un rischio considerato peggiore. Gli uomini hanno paura, soffrono per il dolore e cercano di rifuggirlo e se si convincono della inaccettabilità di un modello sociale, etico, di diritto, religioso che può essere imposto lo rifuggono e, se messi nella necessità, lo combattono.
A Pechino si è celebrato il riconoscimento della non sconfitta della Russia, che però soltanto perché non ha vinto ha perso, la sconfitta in Iran degli Stati Uniti, che hanno cercato- ed ottenuto – un alibi da presentare al popolo MAGA, ovvero la promessa – poi si vedrà come e che in misura concretizzarle- delle 5 B di Trump: Beef e Beans ( carne e semi di soia da vendere), Boeing da vendere, Board of Trade ( cioè un luogo metapolitico nel quale discutere dei dazi fuori dal WCO) ed un Board on Investments per esaltare la interdipendenza tra le due autodefinite super potenze) ed anche delle tre T di Pechino: Taiwan – della quale ha parlato nel silenzio americano come linea rossa invalicabile Xi Jinping-, Tregua commerciale da estendersi sino alla conclusione dei lavori del Board of Trade, Tecnologia, ovvero scambio misurato ma essenziale per lo sviluppo della nuova frontiera della AI, che abbisogna di tante terre rare, di chip, tecnologia e produzione. La interdipendenza della Cina con gli USA è un dato oggettivo, come lo è tra la UE e gli USA ed in parte non trascurabile con la Cina.
Sul tema immediato iraniano, la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, lo stop all’arricchimento dell’uranio iraniano e il mancato pagamento del pedaggio di navigazione non sono, per la parte principale (uranio e libertà di navigazione ma con riconoscimento di sovranità territoriale condivisa con l’Oman) una novità per il nefasto regime iraniano e, in parte importante, erano addirittura contenute nel piano di quattordici punti che il Pakistan aveva consegnato per conto di Teheran agli americani.
Intanto la cultura della paura continua ad impensierire il mondo perché tre nazioni si sono dichiarate di fatto imperi fuori dalle regole e dai diritti.
Le contraddizioni sono allarmanti. La Cina, come l’Asia in generale, soffre di una importante dipendenza energetica alla quale sta rispondendo con il suo stile: una affrettata politica di investimenti nella energia, e nello stesso tempo non può non sostenere gli interessi di quella parte del mondo arabo che- a differenza degli Emirati- assieme all’Arabia Saudita non ha appoggiato la guerra israelo americana, perché sono ottimi partner commerciali di Pechino. La Russia deve sedersi ad un tavolo (quale senza la UE?) per chiudere la guerra ma nello stesso tempo riaprire canali commerciali con l’ex Europa occidentale per riprendere a vendere petrolio gas e nello stesso tempo riaffermare il suo obbligatorio patronage sugli stati ex URSS. Ma non c’è alcuna Conferenza di Helsinki che intraveda all’orizzonte. Gli Stati Uniti hanno abbandonato Taiwan al “dolce assorbimento” della Repubblica popolare, probabilmente con la vittoria del Kuomintang alle prossime elezioni politiche. L’entusiasta rapporto pubblicizzato dai media cinesi nell’incontro tra la leader Chenh Li-Wun e Xi Jiping lo scorso mese d’aprile sembra una indicazione chiara del metodo non armato che Pechino intenderebbe seguire. Una volta unificata al territorio continentale la repubblica popolare sarebbe a leader assoluta mondiale nella produzione di chip ma, soprattutto, la più grande potenza navale dell’Asia. Dopo la conclusione della guerra di Corea, infatti, la Cina otterrà il controllo lineare dell’Oceano asiatico pacifico dal Nord al sud del continente asiatico, creando un immediato pericolo per la Corea del Sud e per il Giappone. Intuendo un poco- sulla base di esperienze passate-il comportamento di Trump si può anche sospettare che, dopo il silenzio a Pechino, arrivato a Mar o Lago o su un social di suo gradimento faccia intender qualcosa di diverso. Una mossa tipica rinominare sul menu la oramai conosciuta frittata che serve quotidianamente ai suoi concittadini.
La fragilità del momento è fonte di grave preoccupazione anche perché le aree deboli sono divenute troppe.
L’attuale guerra israelo-statunitense non è motivata se non come “preventiva” di future possibili ma non certe azioni (bomba atomica; distruzione di Israele) e di punizione per la violenza repressiva del regime. Se il bellum iustum è trasformato , in mancanza del diritto specifico, in diritto ad uso della forza per retta intenzione si crea – come è accaduto- la fattispecie distruttiva di un pericolo maggiore , la formalizzazione di un “dominio riservato” che sfugge al controllo ed al consenso della comunità internazionale perché prescindendo dalle procedure giustifica anche i mezzi ed i metodi usati ( per esempio l’uso di metodi criminali : assassinio di popolazione civili, uso di armi illegali, distruzione di ospedali, affamamento delle popolazioni civili, allontanamenti obbligatori dai territori di residenza, assalti militari a strutture deputate alla assistenza – tipo Croce Rossa- o alla sorveglianza- Nazioni Unite- etc).
Un esempio della anarchia nella quale conviviamo è la richiesta, il 20 maggio 2024, del Procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan, di un mandato di arresto per ricercare le responsabilità dei presunti crimini commessi nel conflitto di Gaza, ai sensi dello Statuto di Roma per leaders politici di Hamas (Yahya Sinwar, Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri (Deif), Ismail Haniyeh) e di Israele (Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant). La richiesta fu accolta il 21 novembre 2024, dalla Camera preliminare della Corte penale internazionale (CPI) che emise i mandati di arresto in contumacia dell’ex Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant e del Primo Ministro Benjamin Netanyahu per crimini di guerrae crimini contro l’umanità relativi al conflitto a Gaza tra l’8 ottobre 2023 e il 20 maggio 2024.
Non furono emessi mandati di cattura per i leaders di Hamas perché Sinwar era stato ucciso in uno scontro a fuoco con l’IDF il 16 ottobre 2024; precedentemente era stato ucciso il 13 luglio 2024 Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri (Deif), che era stato aggiunto alla lista dei terroristi ricercati nella UE il 16 gennaio del 2024; Ismail Haniyeh era stato ucciso durante una azione israeliana il 31 luglio 2024.
Gallant e Netanyahu furono ritenuti responsabili di aver utilizzato la fame come metodo di guerra avendo intenzionalmente, consapevolmente e con pubbliche dichiarazioni, privato la popolazione civile di Gaza di beni essenziali alla sopravvivenza, tra cui cibo, acqua, medicine e carburante, oltre ad aver ostacolato l’assistenza umanitaria; le accuse includono anche la responsabilità per attacchi diretti e deliberati contro la popolazione civile.
La CPI respinse i ricorsi presentati da Israele, che contestava la giurisdizione della Corte, confermando la validità delle accuse.
I mandati furono emessi mentre i due esponenti si trovano in Israele (Paese che non riconosce la giurisdizione della CPI), rendendo l’esecuzione del mandato vincolata alla cooperazione degli stati membri della Corte. Occorre ricordare che un mandato di cattura internazionale, impossibilitato ad eseguirsi, è stato emesso anche per Vladimir Putin per crimini commessi durante l’invasione in Ucraina.
Questi mandati (contro governanti russi ed israeliani) rappresentano un momento storico per la giustizia internazionale che mai aveva emesso ordini di cattura contro figure di alto livello al governo e per quel che riguarda Gallant e Netanyahu occorre annotare qualcosa in più: il superamento della speciale eccezionalità riservata nel diritto non scritto allo stato di Israele. I mandati di cattura per Putin ed i leaders israeliani segnano anche uno spartiacque tra i limiti della realtà e il bisogno delle garanzie che la società e gli individui sentono come esigenza primaria per sfuggire alla paura della paura. La decisione del Consiglio Esteri della UE, pur formalmente blanda, di sanzionare il 12 maggio 2026 (col divieto di ingresso, di commerciare ed eventualmente sequestrare proprietà nella UE) alcuni coloni israeliani, peraltro particolarmente aggressivi nei confronti di palestinesi nel territorio autonomo della Cisgiordania, internazionalmente riconosciuto, nasce dal provvedimento della CPI che ha riaffermato le ragioni del Diritto e la estraneità del concetto di eccezionalità per capi di stato e per gli Stati.
La paura della paura, descritta dalla filosofa e politologa statunitense (nata léttone) Judith Nisse Shklar, significa che la società non deve arrendersi alla paura o minimizzarla, perché altrimenti viene incrinata l’autodeterminazione degli individui e degli stati. La priorità diventa per Shklar la difesa dal male. Anche per Avishai Margalit, Lea Ypi, Matthew Noah Smith il nodo centrale della politica contemporanea è impedire che il sentimento di paura sia il leitmotiv riconoscibile che cuce le azioni di chi detiene il potere nei confronti di chi non lo detiene, sfociando nel vizio supremo dell’uso della forza: la crudeltà.
La nuova mappa del potere, ictu oculi, sembra semplificarsi con la partecipazione o meno alla CPI.
Gli Stati Uniti non riconoscono la giurisdizione della Corte Penale Internazionale (CPI). Pur avendo inizialmente firmato lo Statuto di Roma nel 2000, gli Stati Uniti non lo hanno mai ratificato e hanno ritirato la firma nel 2002, esprimendo preoccupazioni riguardo all’indipendenza del procuratore e al possibile uso politicizzato della giustizia penale internazionale. Inoltre, nel 2020, l’amministrazione Trump ha imposto sanzioni ai funzionari della CPI in risposta a indagini su presunti crimini di guerra commessi da soldati statunitensi in Afghanistan. La Russia non riconosce la giurisdizione della Corte Penale Internazionale (CPI). Nel 2016, il presidente Vladimir Putin ha firmato un decreto che revoca la firma della Russia dallo Statuto di Roma, il trattato che ha istituito la CPI, dichiarando che la Corte non ha soddisfatto le aspettative della comunità internazionale e non è diventata un organismo veramente indipendente e rispettabile di giustizia internazionale. La Cina non ha ratificato lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale (CPI) e non riconosce la sua giurisdizione.
Tutti gli Stati membri dell’Unione Europea hanno ratificato lo Statuto di Roma e riconoscono la giurisdizione della Corte Penale Internazionale (CPI). Riconoscono inoltre la CPI, i membri del G7 Canada e Giappone; i paesi membri del Commonwealth delle Nazioni e con particolari rapporti con la UE, Australia, e Nuova Zelanda; ed ancora Brasile, Messico. Tra i membri attuali dei BRICS riconoscono la CPI il Brasile ed il Sudafrica, non la riconosce, assieme alle già citate Russia e Cina, l’India.
È a parer mio evidente che il liberalismo della paura come nuova direzione della filosofia politica è un metodo difensivo dal contagio del grande male perché sostanzialmente chiede ai poteri istituzionali di impostare linee di protezione all’esercizio delle libertà per evitare sofferenze fisiche, individuare per tempo le occasioni che possano produrle riducendo le opportunità di essere compartecipi alla realizzazione del proprio destino.
La filosofia svolge compiti importanti per comprendere questioni particolarmente controverse; per orientare gli individui a frequentare uno spazio concettuale dei fini sociali, associativi, politici; per rendere conciliabili le differenze nel pluralismo; per aiutare – nel momento sempre attuale- a praticare un ordine politico decente in una democrazia ragionevolmente giusta, non potendo questa- per definizione logica- essere perfetta. La filosofia non può sostituire l’attività politica né la può surrogare l’etica, se non nel quadro dei principi fondamentali ed universali dei Diritti.
Occorre approcciare differentemente lo studio della dinamica politica estera mondiale. Un metodo è quello che passa col nome di Politique d’abord, sia nel suo significato classico descritto da Charles Maurras alla fine del XIX secolo per sostenere che l’azione politica deve precedere la riforma religiosa o sociale, sia nella interpretazione resa celebre in Italia da Pietro Nenni, secondo il quale ogni problema economico o sociale si fa fondamentale nel momento in cui diventa un problema di potere politico, cambiando, con l’affermazione della società digitale, la definizione del “fare politica” in strategia per la conquista del consenso prevalente sulle questioni tecniche o programmatiche.
Applichiamo questo metodo agli ultimi decenni.
Dopo l’11 settembre 2001 la dottrina della guerra preventiva (preemtive in inglese si riferisce ad azioni contrastanti pericoli probabili). L’adozione del principio di guerra preventiva, essendo rivolta verso nemici invisibili, ha modificato la dottrina della deterrenza e, con il favore degli ambienti più conservatori e della chiesa evangelico-battista statunitense, contraria sia al vigente diritto internazionale che all’art VI della Costituzione americana.
È anche illusorio non constatare i cambiamenti radicali che hanno trasformato il mondo dal dopoguerra, alla Guerra fredda, alla dissoluzione dell’URSS, a quel fenomeno polidimensionale che genericamente chiamiamo Globalizzazione e alla crisi della sua ideologizzazione.
Prendere atto della realtà significa esaminare con una attenzione più inclusiva le moderne responsabilità transnazionali e le diseguaglianze sociali, la profonda crisi di legittimazione e partecipazione delle democrazie, i sentimenti di distanza dalle istituzioni di popoli o porzioni importanti di popolo negli Stati Uniti piuttosto che in Europa, o in paesi che con pericoloso ossimoro vengono oramai definite a “democrazia autoritaria o dirigistica” , oppure governate da partiti -stato come la Cina, per non parlare del grande numero, di paesi governati con la violenza.
Alla fondazione, nel 1945, l’ONU contava 51 stati: all’inizio del 1975, in piena Guerra fredda, gli stati membri dell’ONU erano 138, oggi, a cinquant’anni di distanza sono 193. Parlare di multilateralismo nella società contemporanea come quadro essenziale per garantire pace, giustizia, sviluppo, sostenibilità, democrazia, rispetto delle minoranze, dei generi e delle etnie, promozione della salute e della cultura pensando di modificare esclusivamente la composizione del Consiglio di sicurezza e dell’attuale forma del diritto di veto è come cercare di cercare di vedere i crateri lunari col binocolo all’inverso.
Nella società contemporanea nei fatti si sono formati blocchi differenti e al loro interno sostanzialmente omogenei che vivono di interazione delle loro catene di valori.
Uno dei criteri che abbiamo visto è il concetto di Diritto e di interesse che si è modificato con il superamento del bipolarismo imperfetto della Guerra fredda, sostanziata dall’equilibrio del terrore nella cornice del MAD – Mutually Assured Destruction– che impediva uno scontro diretto per la forza generata dalla paura dell’annientamento reciproco con l’uso del nucleare, con le attuali forme di guerra ibrida, la modifica sostanziale dei teatri di conflitto ( spaziale e sottomarino), l’uso di armi letali e a basso costo, l’uso di armi economiche ( dazi e approvvigionamenti essenziali), sistematizzazione , per la prima volta nella storia, della finanza autonoma grazie ai servizi dalla produzione di beni materiali, nonostante crisi cicliche. Giusto per ricordare gli scossoni principali che ha subito il mondo: Crisi Finanziaria Asiatica (1997-1998); crisi del 2008 (Grande Recessione); crisi del Debito Sovrano (2010-2011); SVB e Credit Suisse (2023); invasione russa dell’Ucraina il 24 febbraio 2022 ed inizio di una inedita crisi energetica; strage con crudeli inenarrabili violenze il 7 ottobre 2023 di 1200/1400 israeliani che ha riattivato ed aperto un nuovo enorme conflitto non ancora concluso in Medio Oriente ; Shadow Banks ed Europa (2025-2026).
Immaginare che Donald Trump, nonostante sia un avido narcisista, maniacalmente violento, bugiardo opportunista, sia il responsabile dell’attuale disastro storico della democrazia di stampo occidentale e del rischio del baratro conflittuale nel mondo è tanto esagerato quanto credere ad una sola parola di Vladimir Putin, immaginato come “Il mago del Cremlino” nel delizioso romanzo di Giuliano da Empoli. La lettura della guida al nuovo disordine mondiale attraverso il declinare degli ultimi ottanta anni degli Stati Uniti (Alan Friedman, La fine dell’impero americano, La nave di Teseo) è fortemente raccomandata.
L’osservazione più ricorrente, sotto varie forme, è che assistiamo ad una sorta di Yo-Yo storico: dagli imperi agli stati nazionali e da questi il ritorno agli imperi. Sabino Cassese, da cui c’è sempre da imparare, sul Foglio ha suggerito di sperimentare un multilateralismo possibile con la radicale riforma di rappresentanza di nove aree del pianeta per garantire un ordine mondiale sovranazionale, globale e multilivello prendendo a base il disegno preliminare di una costituzione mondiale, noto come Preliminary Draft of a World Constitution, elaborato tra il 1945 e il 1948 presso l’Università di Chicago dal Committee to Frame a World Constitution, composto da eminenti studiosi in gran parte americani ed europei , riuniti su iniziativa di Giuseppe Antonio Borgese e del rettore dell’università Robert M. Hutchins.
È una idea forte, avvincente. Non fu possibile attuarla alla fine della guerra, anche per il collasso post-bellico europeo, ma è difficile che possa essere realizzata nell’attuale momento di triplice crisi degli Stati Uniti, della Cina e della Russia.
Per motivi diversi ciascuno dei tre stati attraversa una crisi e nello stesso tempo sviluppa, al di fuori dell’ordine basato sul diritto, politiche aggressive. La Russia è allo stremo. Ha lasciato sul campo, tra morti e feriti, 1200000 uomini, è costretta a vendere sotto il prezzo di mercato gas e petrolio, l’inflazione è altissima, l’illusione dei primi due anni di guerra di poter addirittura guadagnare alimentando la sua industria delle armi si è dimostrata sbagliata e non riesce più ad attrarre alleati. Le enormi assenze e le poche svogliate presenze alla parata in stile ridotto per ricordare la vittoria sul nazismo raccontano più di un articolo dal fronte il peso della sconfitta dopo quattro anni dall’invasione dell’Ucraina. Il rapporto con la Cina è essenziale per restare agganciata al plotone dei tre deboli “imperi”, perché è il partner commerciale e finanziario di Mosca ma senza l’interdipendenza distribuita, problematica ma negoziabile e forte che aveva con l’Europa. La Russia consuma le riserve, traferisce oneri al sistema produttivo ed ha una dipendenza rigida dall’asse asiatico. Il viaggio dal 13 al 15 maggio di Trump a Pechino è un viaggio triste. Gli Stati Uniti sono caduti nella trappola iraniana. Così come l’Ucraina contro l’invasore russo la passeggiata vagheggiata da Netanyahu si è trasformata in una maratona che né il Congresso né gli americani vogliono correre, mentre il costo diretto ed indiretto è diventato troppo alto per le casse vuote federali e l’industria bellica americana ha dimostrato che l’altissima qualità dei mezzi non è accompagnata da una produzione adeguata nei tempi alle necessità della più importante Forza armata del mondo. Donald Trump va a Pechino nella speranza di tornare a Washington con il riconoscimento cinese di grande potenza e un accordo sulla fornitura delle terre rare delle quali la Cina detiene quasi il monopolio dell’estrazione (circa 70-90% del mercato globale) e della raffinazione. In cambio Trump sarà costretto a misurare le parole su Taiwan, di fatto lasciando Taipei ai tempi decisi da Pechino. Il principe rosso Xi Jinping, in carica dal 2012, traversa una crisi interna difficilissima. Alta disoccupazione, difficoltà a gestire uno dei motori essenziali del sistema violento che ha creato la industrializzazione accelerata della Cina, il 996, ovverossia il lavoro sei giorni la settimana dalle 9 alle 21; la crisi immobiliare (mutui divenuti troppo costosi da acquisire o mantenere e immobili non venduti), la crisi socioassistenziale. Dei diritti dell’uomo meglio non parlare a voce alta, mentre la tessera del partito diventa sempre più desiderata se non altro per godere di mense a basso costo. Rimandare a casa Trump acquistando microchip e chip IA, peraltro utili, è buon affare. Consolida la sua presenza e quella della Cina.
Più che imperi sono blocchi conservatori che, tutti, hanno interesse a spartire, dividere l’Unione Europea, anche con palese dispregio.
La UE è la titolare, come sostiene l’ambasciatrice francese in Italia, Anne-Marie Descötes, una “forza tremenda” perché il progetto europeo è attrattivo. Innanzitutto, ragiono io, funziona per un mix di parametri, dalla interdipendenza economica- che tuttavia da sola non basterebbe e comunque ha bisogno di modifiche importanti- alla organizzazione basata sulla regolamentazione dettagliata che è assieme fonte di preoccupazione specialmente per chi preferisce la velocità alla sicurezza ma anche di certezza per il sostanziale equilibrio dei poteri e la loro distribuzione tra stati di differenti proporzioni territoriali, economiche e di popolazione. Attrattiva perché il suo progetto di sviluppo si basa su due valori, quello comune del viaggiare assieme e quello di avere coscienza che soltanto restando aperti e liberi potremo garantire la nostra autonomia in un mondo in cui tanti valori si sgretolano.
Una “forza tremenda” quella europea ben diversa dalle force tranquille della Francia degli anni 80 e 90, perché il welfare diffuso è un esempio unico nel mondo, perché la UE è capace di investire per l’allargamento. Per esempio, Bruxelles ha istituito già nel 2007 uno strumento di assistenza preadesione Instrument for Pre-accession Assistance (IPA) che fornisce sostegno finanziario e tecnico ai candidati (attualmente sono- in ordine alfabetico-: Albania, Bosnia e Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia, Turchia). Nel quinquennio 2007-13 lo stanziamento dell’Ipa) ammontò a 11,5 miliardi, 12,8 nel 2014-20, 14,1 nel 2021-27. Dopo il 2027 l’Ipa sarà parte di uno strumento più ampio che si chiamerà “Europa globale”. L’Ucraina che ha ricevuto un prestito non oneroso di 93 miliardi ha verificato la capacità europea di supplire al disinteresse statunitense ed è, naturalmente, un candidato speciale all’adesione.
L’allargamento della UE è un investimento geopolitico ed un obiettivo realistico perché sono chiare le condizioni: chi vuole entrare e accedere ai finanziamenti deve soddisfare requisiti specifici: stato di diritto e nessun regresso democratico in seguito all’adesione come è accaduto in Ungheria e Polonia che dopo l’entrata hanno sottomesso il potere giudiziario al controllo politico, limitata la libertà di stampa e modificato la Costituzione. Inoltre: roaming, pagamenti Sepa, mercato unico, energia, cooperazione industriale.
La Russia interferisce pesantemente nei Balcani occidentali con operazioni di guerra ibrida, manipolazione delle informazioni, interferenze elettorali.
Gli USA, in assonanza con la Russia, interferiscono sulla Bosnia -Erzegovina e sulla Serbia, al fine ultimo di rallentare l’allargamento europeo.
La Cina cerca di espandere la propria influenza nel Middle Corridor, il “corridoio centrale”, una rotta commerciale, definita anche TITR, che dal sud-est asiatico e dalla Cina trasporta uomini e merci verso l’Europa attraverso il Kazakistan, il Mar Caspio, l’Azerbaigian, la Georgia e la Turchia. È un’alternativa al Corridoio Nord attraverso la Russia ed alla Rotta Oceanica a sud, attraverso il Canale di Suez. Pechino ha già stipulato un accordo commerciale con la Georgia.
Anche l’Unione è attenta ai Balcani occidentali. Il Consiglio dei ministri degli Esteri dell’11 maggio ha deciso un maggiore sostegno ai Balcani occidentali contro minacce ibride e disinformazione, continuo supporto all’Ucraina ed accelerazione sugli accordi di partenariato strategico con i Paesi del Golfo. In sostanza i Balcani occidentali sono una “priorità strategica”. L’Alta rappresentante Ue per gli affari esteri, Kaja Kallas, parlando con la stampa si è soffermata sui punti salienti dell’attività del Consiglio, in sostanza sulla decisione di sostenere maggiormente i partner nella regione contro le minacce ibride e la disinformazione. Concretamente, questo si traduce in un maggiore uso del Fondo europeo di pace per rafforzare le capacità di difesa. Per il Montenegro questo significa anche un nuovo partenariato in materia di sicurezza e difesa europea. Bruxelles continua a lavorare sulle garanzie di sicurezza dell’Ue per il periodo di tregua, con particolare focus su un rafforzamento del Centro satellitare dell’Unione per “sostenere il monitoraggio del cessate il fuoco” e “contrastare l’elusione delle sanzioni”. Inoltre, i ministeri degli Esteri hanno lavorato sulle sanzioni per interrompere le fonti di finanziamento del Cremlino. In relazione a quest’ultimo punto, Kallas ha parlato anche del 21° pacchetto di sanzioni e ha specificato che “prenderanno di mira il complesso militare della Russia”. Diversamente dalle ultime volte, però, Bruxelles non aspetterà più di avere un pacchetto corposo, ma ha deciso di imporre le sanzioni quando ci sono le condizioni. I ministri hanno infine anche affrontato il tema dei negoziati di pace e dell’importanza di concordare a livello Ue il tipo di richieste da fare a Mosca. “Il prossimo incontro nel formato Gymnich sarà un’opportunità per affrontare questo argomento”, ha commentato Kallas.
È bene ricordare che per formato Gymnich, dal nome dell’omonimo castello di Erftstadt in Germania, si intende la riunione semestrale “informale” dei ministri degli Esteri della UE. Il primo incontro si tenne nel 1974, a rappresentare l’Italia c’era Aldo Moro. Da allora lo scambio di vedute a porte chiuse su questioni strategiche senza ordini del giorno rigidi permette una notevole duttilità nella presa di decisioni che non debbono obbligatoriamente essere assunte. Sul tema dell’Ucraina, l’Alta rappresentante ha ribadito anche l’importanza di accelerare il processo di adesione e di aprire tutti i cluster per le negoziazioni entro l’estate. “Non è beneficenza, ma un investimento nella nostra sicurezza”, ha dichiarato Kallas, annunciando inoltre che questa settimana l’Ue aderirà formalmente al Tribunale speciale per il crimine di aggressione e che il Consiglio Ue ha dato il via libera all’adesione dell’Unione alla Commissione internazionale per i reclami. Infine, i capi della diplomazia europea hanno adottato anche nuove sanzioni contro le parti russe coinvolte nel rapimento dei bambini ucraini.
Per quanto riguarda la cooperazione con i partner del Golfo, Bruxelles accelererà i lavori sugli accordi di partenariato strategico con tutti e sei i Paesi regionali ed è “pronta” a dare priorità ai temi di sicurezza e difesa. Il ministro Tajani ha ripreso le parole di Kallas sul dare un “segnale forte” per rafforzare l’Operazione Aspides, affinché “più Paesi partecipino alla missione”. Tajani ha osservato che “adesso sono solo Italia e Grecia a pattugliare il Mar Rosso e a garantire il trasporto marittimo”. Per Kallas, Aspides può essere anche il contributo Ue alla Coalizione dei volenterosi guidata da Francia e Regno Unito.
A Gaza, invece, “la situazione umanitaria rimane drammatica” e il rifiuto di Hamas di deporre le armi “aumenta il rischio di una nuova guerra”, ha dichiarato Kallas. Alla luce dell’escalation della violenza dei coloni in Cisgiordania, i ministri hanno raggiunto anche un accordo politico per sanzionare coloni ed entità israeliane responsabili, oltre a nuove sanzioni contro figure di spicco di Hamas. “Stiamo uscendo dallo stallo politico che persisteva da tempo”, ha dichiarato l’Alta rappresentante. Per parte mia ricordo che la UE ha inserito l’intera Hamas nella lista dei gruppi terroristi sin dal settembre del 2003, dopo aver inizialmente sanzionato soltanto l’ala militare. La designazione di Hamas come terrorista è stata oggetto di diverse battaglie legali ma è stata confermata e mantenuta.
L’Armenia rappresenta il termometro, inaspettato, del successo europeo e delle paure russe e cinesi.
Nel momento del bisogno, un paese che era considerato un satellite collaudato della Russia chiese aiuto a Mosca perché era stato attaccato militarmente dall’Arzerbaigian. Il governo di Putin rispose di non poter assisterla perché molto impegnato in Ucraina. Due anni dopo, il 4 maggio 2026 a Yerevan, la capitale dell’Armenia, si è tenuto l’ottavo vertice della Comunità Politica Europea (CPE) co- presieduto dal Presidente del consiglio Europeo Antonio Costa e dal Primo ministro armeno Nikol Pashinyan.
Antecedentemente alla Conferenza si è tenuto il primo bilaterale UE-Armenia.
Alla CPE erano presenti non soltanto i 27 membri della UE ma anche altri 21 capi di stato o di governo con due importanti e visibili eccezionalità: la presenza del Presidente del Canada e l’assenza – per impegni in patria inderogabili- del Cancelliere tedesco che ha delegato a rappresentare la Germania il Presidente della Francia, Macron. Un ruolo molto attivo nella CPE è stato quello del Regno Unito rappresentato dal premier Keir Starmer.
La riunione della CPE ha confermato la visione strategica della UE ed anche la necessità di comprendere bene il messaggio inviato dalla Germania. La speciale relazione franco-tedesca si è strutturata in un mondo nel quale per la prima volta da secoli la Germania collocata nell’ambito occidentale era insufficientemente armata ma membro politicamente attivo e pagante della NATO. L’aggressione russa all’Ucraina, l’allargamento UE agli Stati baltici, alla Polonia, alla Finlandia, alla Svezia, hanno costretto la Germania a modificare la sua Costituzione, ad investire grandi risorse nella costruzione della sua Difesa. Entro tre anni la Germania avrà le Forze armate più numerose di combattenti effettivi dotati degli armamenti più moderni. Il nucleare francese non è sufficiente a garantire la necessaria deterrenza a tutta l’Europa e in parte importante dell’est europeo. Nell’immediato gli eserciti europei non sono in grado di garantire una adeguata deterrenza e dipendono dall’apparato militare americano. Sono dislocati in ben quaranta basi circa 90.000 militari, che hanno a disposizione abilitatori strategici, come i satelliti, rifornimenti e capacità di azione a lunga distanza nonché una cultura militare consolidata per i conflitti che oramai solo in parte hanno i britannici e i francesi. Si distinguono esclusivamente i militari ucraini che oggi rappresentano la più efficiente forza militare. La necessità di spendere per la difesa europea è una oggettiva necessità, percepita- secondo i più recenti sondaggi- più dalle popolazioni che da parte di alcune classi dirigenti politiche ed economiche. Il professor Federico Fabbrini (Dublin City University e Harvard) ha scritto per il Mulino il saggio L’esercito europeo. Difesa e pace nell’era Trump col quale invita a rianimare il Trattato firmato a Parigi nel 1952 col quale si istituiva la Comunità europea di Difesa, la CED non ratificata dalla Francia e non votata dall’Italia, eppure mai formalmente abbandonato, ma lasciato negli archivi. Il Trattato CED, era stato proposto dal primo ministro francese René Pleven nel 1950, approvato il 27 maggio 1952 dai sei membri dell’allora Europa comunitaria (Francia, Italia, Germania Ovest, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo). Il Trattato in sede di ratifica fu bocciato dalla Assemblea Nazionale francese nel 1954 e non presentato al voto di ratifica del Parlamento italiano. Una curiosità. Alla Camera dei deputati (Atto Camera 2342) il 3 aprile dello scorso anno è stata presentata la proposta di ratifica del Trattato del 1952.
L’incontro della CPE ha segnato un passo significativo nel dialogo tra l’Unione Europea e i paesi del Caucaso meridionale ed ha intristito Vladimir Putin, sempre più preoccupato dalla inattesa defoliazione dell’albero della solidarietà che tanti stati hanno mostrato essere in atto l’8 maggio a Mosca.
Il Mercosur approvato, gli accordi con l’India, i buoni rapporti col Brasile, fanno ulteriore luce sulla attrattività europea.
Un’Europa che dall’adolescenza è passata ad una gioventù adulta e sa che è necessario rendere la sua difesa altrettanto autorevole e rispettata del suo status politico ed economico; che deve nel prossimo triennio impegnarsi non soltanto nell’allargamento ma anche nella riforma istituzionale.
Altro che Europa dei burocrati e della lentocrazia.
Speriamo che anche il nostro governo, invece di lamentarsi per quelle che considera rigidità e mancanze di coraggio delle istituzioni comunitarie si ricordi che dopo aver sprecato il PNRR spendendo al massimo in attività scarsamente produttive ( è del 12 maggio la notizia che il Tesoro ha ufficialmente calcolato che il superbonus è costato agli italiani quasi la stessa cifra ricevuta con il PNRR), si preoccupi di intervenire in una crisi energetica che non si esaurirà con lo stallo bellico in Iran e la riapertura di Hormuz, dovendosi riallineare le catene di produzione, raffinazione e distribuzione. Sono a disposizione per essere usati in investimenti produttivi e per diminuire la nostra dipendenza energetica il fondo ricco di 400 miliardi (complessivi)
del MES, e per la difesa i fondi messi a disposizione dell’Italia con il SAFE (Security Action for Europe), ben 15 miliardi tra quest’anno e 2030. Soltanto un incontenibile antieuropeismo impedisce di sottoscrivere MES e SAFE.
I licenziamenti all’Electrolux non ci dicono soltanto che non esiste una seria politica industriale italiana, coperta da continue polemiche e soldi sparpagliati in innumerevoli differenti benefici fiscali o formalmente incentivanti la produzione. Ci dicono che non soltanto il costo dell’energia è già ora il più alto del sistema europeo ed occidentale ma che persino il nostro acciaio ed alluminio è troppo costoso ed impedisce ai nostri prodotti di essere concorrenziali.
Non farà certo male un po’ di ottimismo per il futuro che ci attende nella convinzione, per dati oggettivi, che la UE non è, come Kagan la descriveva, una Venere assediata da bramosi Marte (Cina, USA e Russia) ai quali si dovrà concedere ma l’espressione di un liberalismo che, attualmente, è difensivo per respingere la paura della paura ma può rappresentare, nel futuro vicino del mondo, il liberalismo dei diritti delle persone e della società che già oggi la rende attrattiva, forte ed unica. Il partenariato strategico UE-Giappone -Canada e possibilmente Australia è destinato a consolidarsi perché necessario ad affrontare le sfide globali per assicurare stabilità allo sviluppo, resilienza industriale e avanzare nella ricerca scientifica.













Commenti
Una risposta a “IL DIFFICILE PASSAGGIO NELLO STRETTO DI HORMUZ DEL LIBERALISMO IDEOLOGIZZATO VERSO IL LIBERALISMO DELLA PAURA”
Come al solito sei bravissimo e sono d’accordo totalmente con te come dimostrano i miei articoli che spesso hanno anticipato gli avvenimenti. Ma il quadro è mutevole e complesso e vorrei parlare in proposito con te . Stamperò il testo e lo leggerò così con più attenzione per discuterne. Pensi che a fine mese o a inizio giugno sarai disponibile per una cena con i soliti amici ?Così potremo furiosamente e allegramente dialogare. Io più modestamente ho dovuto incontrare e discutere con giornalisti e parenti dello Scia