TUSCUS. IL TEMPO DELL’OLIO

Storia di una terra, di un frantoio e delle persone che hanno scelto di custodirli

di Anna Rossetti


Dedica

A Giampaolo Sodano e Fabrizia Cusani.

A chi ha saputo guardare un ulivo e vedere molto più di un albero.

A chi ha riconosciuto in una terra antica non soltanto un luogo, ma una responsabilità.

A chi ha scelto di custodire un’eredità fatta di profumi, gesti, memoria e passione.

Perché alcune storie non nascono per essere possedute.

Nascono per essere tramandate.


PROLOGO

Ci sono luoghi dove il tempo passa.

E luoghi dove il tempo rimane.

La Tuscia appartiene a questi ultimi.

È una terra che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per raccontare la propria grandezza.

La sua bellezza vive nella quiete delle colline, nel disegno ordinato degli ulivi, nella pietra antica che conserva ancora il calore del sole, nei sentieri dove il passato e il presente camminano fianco a fianco.

Qui il tempo non corre.

Qui il tempo si deposita.

Lo fa nelle radici profonde degli alberi, nei muri dei borghi, nelle mani di chi lavora la terra con rispetto.

L’ulivo è forse il simbolo più autentico di questa filosofia.

Un albero che non promette risultati immediati.

Un albero che chiede pazienza.

Un albero che insegna all’uomo una verità dimenticata: le cose più preziose hanno bisogno del loro tempo.

Prima di diventare olio, una goccia attraversa un viaggio.

È stata luce.

È stata pioggia.

È stata vento.

È stata il verde di una foglia che ha respirato per mesi sotto il cielo della Tuscia.

È stata un piccolo frutto nascosto tra i rami, protetto dalla natura e affidato alle mani dell’uomo.

Quando arriva il momento giusto, l’oliva lascia il ramo e inizia un nuovo cammino.

Dal campo al frantoio.

Dal frutto alla spremitura.

Dalla natura alla tavola.

Ma in questo passaggio accade qualcosa che assomiglia a un miracolo.

La materia diventa memoria.

Il profumo diventa racconto.

Il gusto diventa identità.

Un grande olio non è mai soltanto un alimento.

È un paesaggio racchiuso in una bottiglia.

È una stagione conservata nel tempo.

È la voce di una terra che finalmente trova il modo di parlare.

Quando si assaggia un extravergine di qualità, il primo incontro è con il profumo.

Arriva il verde delle foglie.

L’erba appena tagliata.

La freschezza del carciofo.

La nota elegante della mandorla.

Il ricordo del pomodoro verde.

Poi il gusto accompagna il viaggio.

L’amaro, prezioso e sincero.

Il piccante, segno di vitalità.

Due caratteristiche che raccontano la presenza di una natura viva, generosa, autentica.

L’olio migliore non cerca di nascondere la propria personalità.

La mostra.

Come un’opera d’arte, porta i segni del luogo da cui proviene.

Ed è proprio questo il valore più profondo di Tuscus.

Non soltanto produrre olio.

Ma custodire un racconto.

Un racconto che nasce da una terra antica e continua attraverso una scelta contemporanea: rispettare la tradizione senza fermarsi al passato.

Ogni frantoio ha macchinari.

Ogni azienda ha una produzione.

Ma solo alcuni luoghi hanno un’anima.

L’anima nasce dalle persone.

Da coloro che decidono di dedicare la propria vita a qualcosa che va oltre il risultato economico.

Giampaolo Sodano e Fabrizia Cusani hanno scelto di seguire una strada fatta di attenzione, ricerca e amore per la Tuscia.

Hanno visto nell’olio non soltanto un prodotto, ma un patrimonio culturale.

Hanno compreso che dietro ogni oliva c’è una storia e che dietro ogni storia c’è il dovere di conservarne la memoria.

Il loro progetto nasce da una domanda semplice e profonda:

come possiamo consegnare al futuro ciò che abbiamo ricevuto dal passato?

La risposta è racchiusa in ogni bottiglia Tuscus.

È nel rispetto degli ulivi.

È nella cura della lavorazione.

È nella volontà di offrire non solo un olio eccellente, ma un’esperienza.

Perché chi entra in un frantoio non dovrebbe soltanto vedere dove nasce l’olio.

Dovrebbe comprendere perché nasce.

Dovrebbe sentire che quel profumo appartiene a un luogo preciso.

Dovrebbe percepire che quella goccia dorata non è arrivata per caso.

Ha attraversato il tempo.

Ha incontrato una terra.

Ha trovato mani capaci di ascoltarla.

Questo libro nasce per raccontare quel viaggio.

Un viaggio fatto di ulivi, uomini, cultura e passione.

Un viaggio che inizia molto prima del frantoio e continua molto oltre la tavola.

Perché l’olio finisce in un piatto.

Ma la sua storia rimane nel cuore.

E ogni volta che una nuova goccia scende lentamente, porta con sé un messaggio antico:

la bellezza vera non ha fretta.

Come un ulivo, cresce lentamente.

Come un grande olio, lascia un ricordo che dura nel tempo.

CAPITOLO I

La terra che insegna il tempo

“Prima dell’olio c’è una terra. Prima della terra c’è una storia.”

Per comprendere un grande olio bisogna prima imparare ad ascoltare il luogo da cui nasce.

Ogni olio porta con sé una geografia invisibile. Non è soltanto il risultato di una varietà di olive, di una tecnica di lavorazione o di una stagione favorevole. È l’espressione di un incontro irripetibile tra natura e cultura.

La Tuscia è una di quelle terre in cui questo incontro sembra scritto nel paesaggio.

Situata nel cuore dell’Italia centrale, tra il respiro della campagna laziale e la memoria delle antiche civiltà che l’hanno attraversata, custodisce un equilibrio raro: quello tra la forza della natura e la presenza discreta dell’uomo.

Qui il paesaggio non è mai soltanto uno sfondo.

È un racconto.

Le colline accompagnano lo sguardo verso orizzonti aperti. I boschi conservano il silenzio delle stagioni. I borghi di pietra sembrano nati dalla stessa materia della terra. Ovunque si percepisce una continuità profonda: nulla appare separato, tutto appartiene allo stesso disegno.

L’ulivo vive perfettamente dentro questo disegno.

È arrivato da lontano, attraversando popoli e culture, ma ha trovato nella Tuscia una dimora capace di accoglierlo e trasformarlo in simbolo.

Gli antichi lo consideravano un dono prezioso.

Non soltanto per il suo frutto, ma per ciò che rappresentava.

Pace.

Sapienza.

Resistenza.

L’ulivo conosce il linguaggio della durata. Cresce lentamente, affronta il freddo e la siccità, si piega al vento senza spezzarsi. Attraversa generazioni di uomini e rimane lì, testimone silenzioso di ciò che accade intorno.

Forse è proprio questa la sua lezione più grande.

Restare fedeli alle proprie radici senza smettere di crescere.

La Tuscia ha imparato dall’ulivo e l’ulivo ha imparato dalla Tuscia.

In questo territorio la coltivazione non è mai stata soltanto agricoltura.

È cultura.

È un insieme di gesti tramandati, di conoscenze custodite, di piccoli rituali che si ripetono ogni anno con la stessa attenzione.

La potatura.

L’attesa della fioritura.

Lo sguardo rivolto al cielo per comprendere il clima.

La scelta del momento della raccolta.

Ogni gesto ha un significato.

Ogni scelta influenza il risultato finale.

Per questo un olio di qualità non nasce soltanto nel giorno della molitura.

Nasce molto prima.

Nasce quando qualcuno decide di prendersi cura dell’albero.

Nasce quando una comunità comprende che la terra non è una proprietà da sfruttare, ma un patrimonio da proteggere.

È questa consapevolezza che rappresenta il cuore della filosofia Tuscus.

Un frantoio non è semplicemente il luogo dove le olive vengono trasformate.

È il punto in cui una storia agricola diventa cultura.

È il luogo dove il lavoro dell’uomo incontra il dono della natura.

Entrando in un frantoio si entra in un momento delicato: quello in cui un frutto deve conservare tutta la propria identità.

Il tempo della lavorazione diventa fondamentale.

La cura diventa fondamentale.

La conoscenza diventa fondamentale.

Perché l’olio non perdona la superficialità.

Racconta ogni scelta.

Racconta la qualità della materia prima.

Racconta il rispetto con cui è stato accompagnato nel suo percorso.

Un grande olio è sincero.

Non ha bisogno di artifici.

Ha il coraggio di mostrare il proprio carattere.

Ed è proprio questo carattere che permette a chi assaggia di riconoscere un territorio.

Un olio della Tuscia non è uguale a nessun altro.

Ha una propria voce.

Una propria memoria.

Una propria identità.

Come ogni grande storia, anche quella di Tuscus nasce da un ascolto.

L’ascolto di una terra antica.

L’ascolto degli ulivi.

L’ascolto di una tradizione che chiedeva soltanto di essere valorizzata.

E quando una persona sa ascoltare davvero, spesso accade qualcosa di straordinario.

Una visione prende forma.

Un progetto nasce.

Una nuova pagina si aggiunge alla storia di un luogo.

Quella pagina porta un nome.

Tuscus.

CAPITOLO II

L’albero eterno

“Un ulivo non appartiene soltanto a chi lo pianta. Appartiene a chi verrà dopo.”

Ci sono alberi che crescono verso l’alto.

E poi ci sono alberi che crescono anche dentro la memoria degli uomini.

L’ulivo appartiene a questa seconda categoria.

Guardarlo significa comprendere che la natura conosce una forma diversa di tempo. Un tempo lento, profondo, quasi invisibile. Mentre l’uomo misura gli anni con le stagioni della propria vita, l’ulivo li misura con la pazienza delle radici.

Un ulivo non ha fretta di diventare grande.

Sa che la forza nasce dalla profondità.

Prima costruisce ciò che non si vede: un intreccio di radici che cerca acqua, nutrimento e stabilità. Poi affida al cielo i suoi rami, le sue foglie, i suoi frutti.

È una lezione antica.

Prima di mostrare il proprio valore, bisogna costruire le proprie fondamenta.

Forse è per questo che l’ulivo ha sempre accompagnato la storia dell’uomo mediterraneo. Perché nel suo modo di vivere riconosciamo qualcosa di noi stessi.

Anche l’uomo cerca radici.

Cerca un luogo a cui appartenere.

Cerca qualcosa che possa superare la propria esistenza.

L’ulivo rappresenta questa continuità.

Un albero piantato oggi potrebbe essere ammirato dai figli, dai nipoti e dalle generazioni future. Ogni nuova stagione aggiunge un capitolo alla sua storia.

La primavera porta il risveglio.

I piccoli fiori dell’olivo, discreti e quasi nascosti, annunciano la possibilità del raccolto.

L’estate dona energia.

Il sole accompagna la crescita lenta del frutto.

L’autunno arriva con il momento della scelta.

È il tempo della raccolta, quando l’uomo torna accanto all’albero per ricevere ciò che la natura ha preparato.

L’inverno restituisce silenzio.

Ma sotto quel silenzio l’ulivo continua il suo lavoro.

Perché la vita non si ferma mai veramente.

Anche quando sembra immobile, prepara il futuro.

È questa la magia dell’ulivo: insegnare che ogni fine contiene un nuovo inizio.

Nella cultura mediterranea l’olio ha sempre avuto un valore che andava oltre il nutrimento.

Era luce.

Era medicina.

Era protezione.

Era un dono prezioso.

Gli antichi popoli del Mediterraneo avevano compreso che dall’oliva nasceva qualcosa di raro: una sostanza capace di accompagnare ogni momento della vita.

L’olio illuminava le case.

Curava il corpo.

Arricchiva il cibo.

Celebrava i momenti importanti.

Era presente nei gesti quotidiani e nei riti più solenni.

Ancora oggi, quando versiamo un filo d’olio su una pietanza, ripetiamo inconsapevolmente un gesto antichissimo.

Mettiamo in tavola una storia.

Mettiamo in tavola una cultura.

Mettiamo in tavola il lavoro di generazioni.

Ma l’ulivo non dona soltanto un frutto.

Dona un carattere.

Ogni territorio lascia la propria impronta nell’olio.

Il terreno, il clima, la varietà delle olive, la cura dell’uomo: tutto contribuisce a creare una personalità unica.

Come accade per il vino, anche l’olio possiede una voce.

Può essere delicato o intenso.

Elegante o deciso.

Raffinato o vigoroso.

Ma quando è autentico, racconta sempre la propria origine.

L’olio della Tuscia porta dentro il carattere di una terra antica.

Ha la freschezza dei campi, il profumo della vegetazione mediterranea, la forza di una natura che non ha perso il proprio equilibrio.

E questa voce arriva al consumatore attraverso un momento speciale: l’assaggio.

Assaggiare un grande olio significa rallentare.

Significa lasciare spazio ai sensi.

Prima lo sguardo incontra il colore.

Poi il profumo apre la memoria.

Infine, il gusto completa il racconto.

È un piccolo viaggio che dura pochi secondi, ma che contiene mesi di lavoro.

Un grande olio non chiede soltanto di essere utilizzato.

Chiede di essere conosciuto.

Perché più comprendiamo ciò che abbiamo davanti, più impariamo ad apprezzarlo.

Questa è anche la missione di Tuscus.

Non soltanto produrre un olio eccellente.

Ma educare alla bellezza di un gesto semplice.

Riconsegnare valore a qualcosa che rischia di diventare scontato.

Ricordare che dietro una bottiglia non c’è soltanto un prodotto.

C’è un albero.

C’è una terra.

Ci sono mani.

Ci sono stagioni.

C’è una storia.

E ogni storia, quando viene custodita con amore, può diventare un’eredità.

Come un ulivo.

Come una radice.

Come un albero eterno.

CAPITOLO III

Il frantoio: quando nasce l’oro verde

“Tra un’oliva e una goccia d’olio esiste un viaggio. Il compito dell’uomo è non perdere la memoria di quel viaggio.”

C’è un momento, ogni anno, in cui la campagna cambia voce.

L’aria diventa più fresca.

La luce assume tonalità diverse.

Gli ulivi, dopo mesi trascorsi sotto il sole, iniziano a consegnare il loro dono.

È il tempo della raccolta.

Un tempo atteso, preparato, quasi immaginato per tutto l’anno.

Chi non conosce l’ulivo potrebbe pensare che raccogliere un frutto sia un gesto semplice.

Ma chi vive accanto agli alberi sa che ogni raccolta è un dialogo.

Bisogna osservare.

Bisogna scegliere.

Bisogna capire.

La natura non parla con parole, ma attraverso piccoli segnali: il colore delle olive, la consistenza del frutto, il profumo delle foglie, il momento esatto in cui l’albero è pronto a offrire il meglio di sé.

La qualità nasce da questa attenzione.

Nasce dalla capacità di rispettare il tempo della pianta.

Nasce dalla consapevolezza che ogni giorno di attesa può cambiare il carattere dell’olio.

Poi arriva il momento in cui le olive lasciano i rami.

Inizia il viaggio verso il frantoio.

Ed è proprio qui che avviene una delle trasformazioni più affascinanti della natura.

Un piccolo frutto, apparentemente semplice, racchiude dentro di sé una ricchezza straordinaria.

Acqua.

Sostanze aromatiche.

Elementi preziosi.

Profumi che aspettano soltanto di essere liberati.

Il frantoio è il luogo dove questa promessa diventa realtà.

È un luogo di tecnologia e tradizione.

Di conoscenza e passione.

Di precisione e sensibilità.

Perché la modernità, quando incontra il rispetto della materia prima, non cancella la storia.

La protegge.

Ogni fase della lavorazione ha un’importanza fondamentale.

Le olive devono essere accompagnate con cura, preservate, lavorate nel momento giusto per mantenere intatta la loro freschezza.

L’olio migliore nasce dalla velocità del gesto, ma dalla lentezza della preparazione.

È una contraddizione solo apparente.

La natura impiega mesi per creare un frutto.

L’uomo ha poche ore per conservarne tutta la bellezza.

Questa è la grande responsabilità del frantoio.

Proteggere ciò che la terra ha costruito.

Quando l’oliva entra nel processo di trasformazione, accade qualcosa che ha quasi il valore di un rito.

Il profumo verde invade gli ambienti.

L’aria si riempie di sensazioni.

È un aroma difficile da descrivere, perché non appartiene soltanto al gusto.

È memoria.

È campagna.

È il ricordo di una passeggiata tra gli ulivi.

È il profumo della vita appena raccolta.

In quel momento l’olio comincia a raccontarsi.

Prima ancora di essere assaggiato, si presenta attraverso i suoi profumi.

Un olio vivo può ricordare l’erba fresca.

Può richiamare la foglia di pomodoro.

Può evocare il carciofo, le erbe aromatiche, la mandorla.

Sono messaggi che arrivano dal frutto e dal territorio.

Sono la firma della sua origine.

Poi arriva l’assaggio.

Ed è qui che il grande olio mostra la propria personalità.

Il primo impatto può essere elegante e morbido.

Poi emergono carattere e profondità.

L’amaro racconta la presenza di elementi naturali preziosi.

Il piccante dona energia e vitalità.

Non sono caratteristiche da nascondere.

Sono la voce dell’olio.

Sono il segno che quel prodotto è vivo.

Un olio senza identità può essere soltanto grasso.

Un grande extravergine, invece, è un alimento complesso.

È cultura.

È piacere.

È benessere.

È emozione.

Ed è proprio questa emozione che Tuscus vuole portare a chi entra nel suo mondo.

Perché il frantoio non deve essere soltanto un luogo di produzione.

Deve essere un luogo di scoperta.

Chi varca la sua soglia dovrebbe comprendere che dietro una bottiglia esiste un universo.

Dovrebbe vedere gli alberi prima ancora dell’olio.

Dovrebbe sentire la terra prima ancora del profumo.

Dovrebbe capire che ogni risultato nasce da una scelta.

La scelta di fare bene.

La scelta di rispettare.

La scelta di non accontentarsi.

Questa è la differenza tra produrre e custodire.

Produrre significa ottenere qualcosa.

Custodire significa assumersi una responsabilità.

Tuscus nasce da questa seconda idea.

L’olio non è soltanto il risultato finale.

È tutto ciò che lo precede.

È la collina dove crescono gli ulivi.

È il contadino che conosce ogni pianta.

È la mano che raccoglie.

È il frantoio che accoglie.

È la bottiglia che conserva.

È la tavola dove finalmente viene condiviso.

Un filo d’olio sembra piccolo.

Ma dentro contiene un viaggio immenso.

E quando finalmente raggiunge il piatto, porta con sé il racconto completo di una terra.

La Tuscia.

CAPITOLO IV

Tuscus: la visione di due persone, il cuore di una terra

“Le grandi imprese non nascono soltanto da un’idea. Nascono da un atto d’amore verso qualcosa che merita di essere custodito.”

Ogni storia importante comincia con uno sguardo.

Non sempre con un progetto.

Non sempre con un calcolo.

A volte comincia semplicemente quando qualcuno riesce a vedere ciò che gli altri non vedono.

Vede un valore nascosto.

Vede una possibilità.

Vede un futuro dentro una memoria antica.

La storia di Tuscus nasce così.

Dallo sguardo di Gianpaolo Sodano e Fabrizia Cusani.

Due persone che hanno riconosciuto nella Tuscia qualcosa di prezioso: non soltanto una terra ricca di bellezza, ma un patrimonio fatto di cultura, tradizione e identità.

Il loro incontro con il mondo dell’olio non è stato soltanto un percorso imprenditoriale.

È stato un percorso umano.

Perché scegliere l’olio significa scegliere il tempo.

Significa accettare i ritmi della natura.

Significa comprendere che la qualità non si costruisce con la fretta, ma con la cura.

Fondare un frantoio significa assumersi una responsabilità.

Significa diventare custodi di una storia iniziata molto prima di noi e che continuerà dopo di noi.

È questa la grandezza di un progetto come Tuscus.

Non limitarsi a produrre un eccellente olio extravergine, ma restituire valore a un territorio.

Gianpaolo e Fabrizia hanno scelto di ascoltare la voce della Tuscia.

Una voce fatta di ulivi antichi, di paesaggi intatti, di conoscenze tramandate e di gesti che rischiavano di perdersi.

Hanno scelto di dare a questa voce un luogo dove essere raccontata.

Il frantoio.

Un luogo dove la tradizione incontra la ricerca.

Dove l’esperienza degli uomini incontra l’innovazione.

Dove ogni scelta ha un unico obiettivo: rispettare l’anima dell’oliva.

Perché l’olio non chiede soltanto competenza.

Chiede sensibilità.

La sensibilità di capire che dietro ogni frutto c’è un anno intero di lavoro.

Che dietro ogni raccolto ci sono attese e speranze.

Che dietro ogni bottiglia c’è una storia che merita di essere raccontata.

Tuscus nasce proprio da questo principio:

la convinzione che l’eccellenza non sia un punto di arrivo, ma un modo di vivere il proprio lavoro.

L’eccellenza è scegliere la qualità quando sarebbe più semplice scegliere la quantità.

È difendere una tradizione mentre il mondo corre.

È investire nel futuro senza dimenticare le proprie radici.

Un grande olio non è soltanto qualcosa che si assaggia.

È qualcosa che si riconosce.

Si riconosce perché possiede un’identità.

Si riconosce perché racconta un luogo.

Si riconosce perché lascia una traccia.

Questa è la traccia che Tuscus vuole lasciare.

Non soltanto nelle tavole di chi sceglie il suo olio, ma nella memoria di chi entra nel suo mondo.

Perché un frantoio può essere un edificio.

Ma quando dentro ci sono passione, conoscenza e amore per la terra, diventa qualcosa di diverso.

Diventa una casa.

E Tuscus è questo:

una casa dove la Tuscia incontra il futuro.

Dove ogni goccia d’olio porta con sé una promessa semplice e preziosa:

proteggere ciò che abbiamo ricevuto, per poterlo consegnare a chi verrà dopo di noi.

EPILOGO

L’ultima goccia

“La prima goccia racconta la nascita. L’ultima racconta tutto ciò che è stato.”

C’è un momento, alla fine di ogni viaggio, in cui rimane soltanto una piccola traccia.

Un ricordo.

Un profumo.

Un’emozione.

Anche l’olio ha il suo ultimo momento.

È l’ultima goccia che scende dalla bottiglia.

Per qualcuno potrebbe sembrare la fine.

Ma chi conosce la storia dell’olio sa che non è così.

Quell’ultima goccia contiene tutto.

Contiene il sole che ha accarezzato gli ulivi.

Contiene la pioggia che ha nutrito la terra.

Contiene il vento che ha attraversato i rami.

Contiene il lavoro silenzioso di chi ha curato ogni pianta.

Contiene la scelta di chi ha creduto nella qualità.

Contiene il tempo.

Per questo un grande olio non finisce mai davvero.

Rimane nella memoria.

Rimane nel gesto di chi lo versa.

Rimane nel sapore di un piatto semplice diventato speciale.

Rimane nelle persone che hanno scoperto che dietro un alimento può esistere una storia.

Questa è la forza di Tuscus.

Aver trasformato una produzione in un racconto.

Aver dimostrato che l’eccellenza non nasce soltanto dalla tecnica, ma dal rapporto profondo tra uomo e territorio.

La Tuscia non è soltanto il luogo dove nasce questo olio.

È la sua voce.

È il suo carattere.

È il suo modo di essere.

E gli ulivi, con la loro presenza discreta e antica, continueranno a custodire questa voce anche quando cambieranno le stagioni e passeranno le generazioni.

Forse è proprio questo il dono più grande dell’ulivo:

insegnarci che nulla di ciò che viene curato con amore va veramente perduto.

Un albero piantato oggi guarda già verso il futuro.

Un olio prodotto con rispetto continua a raccontare il passato.

Tra questi due tempi vive Tuscus.

Nel presente.

Nel fragile equilibrio tra ciò che abbiamo ricevuto e ciò che abbiamo il dovere di lasciare.

A Gianpaolo Sodano e Fabrizia Cusani va riconosciuto soprattutto questo:

aver creduto che una terra non sia soltanto un luogo da abitare, ma una storia da proteggere.

Aver scelto che un frantoio non fosse soltanto uno spazio di lavoro, ma un luogo di incontro.

Aver compreso che l’olio non è soltanto ciò che arriva sulla tavola.

È ciò che porta con sé.

Una cultura.

Una memoria.

Una promessa.

Quando una bottiglia Tuscus viene aperta, il viaggio ricomincia.

L’olio incontra nuove mani.

Nuove cucine.

Nuove persone.

Ma conserva sempre la stessa origine.

La stessa terra. Lo stesso respiro perché le cose autentiche hanno una caratteristica speciale:

non hanno bisogno di essere spiegate troppo.

Si riconoscono.

Come il profumo di un ulivo dopo la pioggia.

Come il silenzio di una collina al tramonto.

Come una goccia d’olio che brilla sulla luce del piatto.

Quella goccia è piccola.

Ma dentro di lei c’è un mondo.

E quel mondo ha un nome.

Tuscus.


NUOVE USCITE HERAION

IN LIBRERIA

E-BOOKS


TAGS DEL MAGAZINE

alimentazione (33) ambiente (40) america (40) arte (100) chiesa (34) cinema (78) civismo (71) cultura (443) democrazia (82) economia (146) elezioni (77) europa (141) fascismo (44) filosofia (56) formazione (38) geopolitica (34) giovani (41) guerra (144) intelligenza artificiale (55) israele (36) italia (97) lavoro (66) letteratura (87) libri (42) media (81) memoria (47) milano (46) musica (223) pianoforte (55) podcast (54) politica (664) potere (265) rai (38) religione (35) roma (36) russia (43) salute (80) scienza (34) scuola (44) seconda guerra mondiale (61) sinistra (38) società (602) storia (104) teatro (56) tecnologia (50) televisione (54) tradizione (34) trump (67) ucraina (47) USA (59)



ULTIMI ARTICOLI PUBBLICATI