di Francesco Carbini
De Rita ha ragione: senza storia, senza partiti e senza partecipazione la politica diventa solo comunicazione. Le parole di Giuseppe De Rita meritano di essere ascoltate con attenzione. Non soltanto perché arrivano dal fondatore del Censis, uno dei più autorevoli osservatori delle trasformazioni sociali italiane, ma perché colgono un nodo che gran parte della politica continua a ignorare: la crisi della classe dirigente italiana non è un problema di destra o di sinistra. È una crisi sistemica che affonda le proprie radici nella progressiva perdita di memoria, di rappresentanza e di partecipazione.
Quando De Rita afferma che oggi “Meloni, Schlein, tutti inseguono il sondaggio”, non sta formulando una critica personale ai leader del momento. Sta descrivendo un fenomeno molto più profondo: la trasformazione della politica in una continua rincorsa all’opinione pubblica istantanea, ai social network, alle rilevazioni demoscopiche e alla comunicazione permanente.
La politica è diventata politica d’opinione. Ha smesso di essere, almeno in larga parte, politica di organizzazione sociale. Per comprendere come siamo arrivati a questo punto occorre però guardare agli ultimi trent’anni della storia italiana. La lunga stagione della demagogia antipolitica. Per decenni ai cittadini è stato raccontato che la politica costava troppo. Che le istituzioni erano un peso. Che il problema principale del Paese fosse il numero degli eletti e non la qualità della rappresentanza. È stata una stagione alimentata da una miscela di demagogia, populismo e antipolitica che ha trovato consenso trasversale. Si sono ridotti i parlamentari. Si è diminuito il numero dei consiglieri comunali e provinciali. Si è svuotato il ruolo delle Province senza mai costruire una vera alternativa istituzionale. Si è diffusa l’idea che meno politica significasse automaticamente migliore politica. Il risultato è stato spesso l’esatto contrario. Riducendo gli spazi della rappresentanza si sono ridotti anche i luoghi nei quali formare una classe dirigente. Si è indebolita la presenza territoriale delle istituzioni. Si sono allontanati i cittadini dai processi decisionali. Contemporaneamente si è fatta prevalere un’altra parola d’ordine: la stabilità. La stabilità non può sostituire la democrazia. Dagli anni Novanta in poi gran parte delle riforme istituzionali è stata orientata verso un obiettivo quasi esclusivo: garantire governi stabili.
L’elezione diretta dei sindaci, i sistemi maggioritari, la personalizzazione della competizione politica sono stati presentati come strumenti capaci di risolvere le fragilità della Prima Repubblica. In parte hanno funzionato. Hanno garantito maggiore governabilità e una più chiara individuazione delle responsabilità politiche. Ma nel tempo hanno prodotto anche effetti collaterali che oggi appaiono evidenti. La politica si è progressivamente trasformata in una competizione tra leader. I partiti si sono indeboliti. La partecipazione si è ridotta. Il confronto interno si è impoverito. La stabilità è diventata un valore assoluto, spesso più importante della rappresentanza stessa. Eppure una democrazia non vive soltanto di governi stabili. Vive soprattutto di partecipazione, pluralismo, coinvolgimento dei cittadini e costruzione collettiva delle decisioni. L’astensionismo come sintomo della crisi democratica. È qui che le riflessioni di De Rita si collegano a un altro fenomeno sempre più preoccupante: l’astensionismo. Le ultime elezioni amministrative hanno confermato una tendenza ormai strutturale. Sempre più cittadini scelgono di non votare. Non si tratta di una semplice disaffezione temporanea. Quando persino le elezioni comunali, tradizionalmente le più vicine ai territori, registrano una partecipazione ridotta, significa che una parte crescente della popolazione non si sente più rappresentata. La questione centrale non è stabilire chi abbia vinto o perso una determinata città. La vera domanda è perché milioni di cittadini ritengano che il proprio voto non sia più decisivo. Meno persone partecipano, più il potere tende a concentrarsi nelle mani di gruppi ristretti, cerchie dirigenti e leadership personali. È un processo che rischia di svuotare progressivamente la qualità democratica del sistema. La scomparsa dei partiti come scuole di classe dirigente.
In questo quadro appare particolarmente significativa l’osservazione di De Rita sulla “profondità storica“. Una volta i partiti non erano soltanto macchine elettorali. Erano luoghi di formazione, confronto, selezione e crescita della classe dirigente. Si imparava ad amministrare un comune prima di candidarsi al Parlamento. Si costruivano competenze attraverso percorsi lunghi. Si sviluppava una cultura politica condivisa. Oggi gran parte di questi percorsi si è dissolta. Molti partiti sono diventati contenitori elettorali costruiti attorno alla figura del leader. La selezione della classe dirigente è spesso sostituita dalla comunicazione, dalla notorietà mediatica o dalla capacità di presidiare i social. È il fenomeno che De Rita definisce efficacemente come la stagione dei “leader singolari“. Da Berlusconi a Grillo, da Bossi fino ai protagonisti della politica contemporanea, il sistema ha premiato figure capaci di emergere per eccezionalità e differenza. Ma la singolarità non basta a costruire una classe dirigente.
Il valore delle liste civiche: Non è un caso che molte delle novità emerse nelle amministrative arrivino dalle liste civiche. Spesso sono proprio le realtà civiche a intercettare energie sociali che i partiti tradizionali non riescono più a rappresentare. Non perché siano necessariamente migliori dei partiti, ma perché mantengono un rapporto più diretto con il territorio, con le comunità locali e con i problemi concreti. Il successo di alcuni candidati civici dimostra che esiste ancora una domanda di autenticità e di radicamento. Una domanda che la politica nazionale fatica sempre più a soddisfare. Il ritorno della mediazione Forse il passaggio più interessante delle riflessioni di De Rita riguarda il futuro. Quando immagina un ritorno a una politica meno spettacolare e più fondata sulla mediazione sociale, non propone un ritorno nostalgico al passato. Indica piuttosto una necessità democratica. Negli ultimi anni la parola “mediazione” è stata quasi trasformata in un insulto. Si è preferito esaltare la velocità decisionale, il leader forte, il rapporto diretto tra capo e popolo. Ma le società complesse non possono essere governate soltanto attraverso la semplificazione permanente. La mediazione è il cuore della democrazia. È ciò che consente di comporre interessi diversi, costruire consenso e mantenere coesione sociale. Senza mediazione resta soltanto la polarizzazione. Ricostruire la democrazia partendo dalla partecipazione Le parole di Giuseppe De Rita rappresentano dunque molto più di un’analisi sulla crisi della sinistra o sulla condizione della destra italiana. Sono una riflessione sulla fragilità della nostra democrazia. Per anni abbiamo pensato che semplificare fosse sempre meglio. Che ridurre la politica significasse migliorarla. Che la governabilità potesse sostituire la rappresentanza. Che i leader potessero sostituire i partiti. Oggi vediamo i limiti di quella stagione.
La vera emergenza non è soltanto la crisi della classe dirigente. È la crisi della partecipazione democratica. Per questo il problema non si risolve con un nuovo leader, con un nuovo slogan o con l’ennesima riforma elettorale. Si risolve soltanto ricostruendo ciò che è stato progressivamente smantellato: partiti aperti, formazione politica, rappresentanza territoriale, partecipazione civica e fiducia nelle istituzioni. In questo senso De Rita coglie un punto essenziale: senza memoria storica non esiste una vera classe dirigente. E senza una classe dirigente capace di guardare oltre il prossimo sondaggio, diventa difficile immaginare il futuro della democrazia italiana.













Commenti
Una risposta a “SEMPRE PIÙ POLITICA D’OPINIONE”
Perfettamente d’accordo con la disamina, oltretutto chiara e leggibile senza dover fare acrobazie. E’ tutto vero. Complimenti