TRENT’ANNI DI POTERE GIUDIZIARIO. E NON È FINITO

di Francesco Carbini

Trent’anni di potere giudiziario e crisi della politica: l’Italia che non ha più equilibrio. Con la vittoria del No al referendum, l’Italia non ha solo respinto una proposta di riforma: ha certificato la fine di un trentennio di illusioni su un possibile riequilibrio tra politica e magistratura. Quel voto racconta molto più di un confronto tecnico. Segna il consolidarsi di un potere — quello giudiziario — che da trent’anni cresce silenziosamente, occupando lo spazio lasciato libero dalla politica.

La “repubblica giudiziaria”, come molti l’hanno definita, non è nata per caso né per complotto. È il frutto di una lunga trasformazione culturale e istituzionale iniziata già prima del biennio 1992/1994, quando le inchieste di “Mani Pulite” aprirono una ferita profonda nella fiducia tra cittadini e classe politica. Da allora, l’equilibrio tra poteri si è rovesciato, e la magistratura è diventata, più che un arbitro, un attore protagonista nella vita pubblica.

7 marzo 1993: il giorno in cui tutto cambiò Il momento simbolico di quella svolta è datato 7 marzo 1993. L’Italia è nel pieno di Tangentopoli. Due giorni prima il governo aveva approvato il decreto Conso, un provvedimento che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti, tentando di distinguere tra la corruzione penale e la fisiologia di un sistema politico finanziariamente malato ma strutturale. L’intento era pragmatico: sanzionare economicamente chi aveva violato la legge, evitando migliaia di processi destinati alla prescrizione. Ma i tempi non erano maturi per una soluzione tecnica.

La magistratura milanese insorse. Il procuratore Francesco Saverio Borrelli lesse in conferenza stampa un comunicato durissimo (alla stregua di un “pronunciamento” stile golpe Sudamericano) contro il governo: secondo i magistrati, quel decreto avrebbe “vanificato il lavoro della giustizia”. Per la prima volta nella storia repubblicana, una procura si oppose pubblicamente a un atto del potere esecutivo. Poche ore dopo, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro decise di non firmare il decreto.
Fu un terremoto costituzionale: da quel momento la magistratura scoprì, e non avrebbe mai più dimenticato, di avere un potere nuovo — quello dell’opinione pubblica. Il nuovo ruolo della magistratura. Da semplice potere dello Stato, la magistratura divenne negli anni ’90 una forza sociale e morale.
Dove la politica cadeva per scandali, le toghe apparivano come il baluardo di legalità.


Quello che era iniziato come un moto di pulizia si trasformò, progressivamente, in una forma di rappresentanza alternativa: la magistratura divenne portavoce delle domande di giustizia collettiva, delle ansie di moralità, dei rancori verso il potere. In un Paese sfiduciato, i giudici apparvero come i custodi dell’unico linguaggio ancora credibile: la legge. Ma quella trasformazione, col tempo, incrinò la logica stessa della divisione dei poteri. L’altra faccia: una politica paralizzata. La politica uscì dalla stagione di Tangentopoli distrutta nella credibilità e mutilata nel coraggio.
Da allora, ogni tentativo di riformare la giustizia si è infranto contro accuse di “attacco ai giudici” e paure di ritorni autoritari. È una lunga lista di occasioni perdute: • Nel 1997–98, la Bicamerale presieduta da D’Alema mise nero su bianco l’obiettivo di separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri. I firmatari erano tutti esponenti del centrosinistra — D’Alema, Violante, Bassanini, Salvi — convinti che la terzietà del giudice fosse un principio di garanzia, non uno scontro con la magistratura.

• Nel 2001, l’Ulivo di Rutelli e Fassino rilanciò la stessa proposta nel programma di governo.

• Nel 2007, il ministro Mastella presentò un disegno di legge costituzionale sulla separazione delle carriere: approvato alla Camera, affondò con la caduta del governo Prodi.

• Negli anni successivi, le riforme di Orlando e poi di Cartabia, pur introducendo limiti di carriera tra PM e giudici, restarono compromessi timidi.

• Persino il PD, fino al 2022, scriveva nei suoi documenti ufficiali che la separazione delle carriere era “ineludibile per garantire l’imparzialità del giudice”. Poi il silenzio.

La politica ha smesso di parlare di giustizia se non per slogan, lasciando il campo a chi, nel frattempo, ne ha fatto il proprio terreno di potere. Il paradosso italiano: una casta che ne giudica un’altra Negli anni, la magistratura ha guadagnato una posizione di forza anche simbolica: decide chi è moralmente legittimato a governare, spesso prima ancora delle urne.

E mentre la politica è cambiata – più fragile, più esposta, ridotta nei numeri e nelle competenze – il potere giudiziario è rimasto identico a se stesso, corporativo, poco permeabile al controllo democratico, difeso da un’interpretazione estensiva dell’autonomia che lo rende quasi intoccabile. Lo scandalo Palamara, esploso nel 2019, aveva aperto una finestra: per la prima volta, la magistratura appariva vulnerabile, divisa, politicizzata.

Molti pensarono che fosse il momento per riformarla. Ma la spinta si è esaurita presto. E il recente No al referendum ha chiuso anche quell’ultima possibilità: la finestra si è richiusa. La “repubblica giudiziaria”: sintomo di una politica vuota Non c’è un’Italia dominata dai giudici perché i magistrati l’hanno imposta con la forza: c’è un’Italia dove la politica ha progressivamente rinunciato al proprio ruolo.

A forza di essere percepita come “casta”, la classe politica ha smesso di cercare autorità e s’è accontentata della sopravvivenza. Ha accettato di farsi giudicare su tutto: moralità, intenzioni, scelte, persino legittimità. Si è autoflagellata e colpevolizzata, ben oltre le proprie carenze. Così il Paese ha delegato ai tribunali ciò che la democrazia avrebbe dovuto risolvere con il consenso e la responsabilità. Un processo infinito di delegittimazione reciproca, dove ogni potere sospetta dell’altro e nessuno costruisce più regole condivise. Riformare non è punire Separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri non è un atto contro la magistratura, ma un modo per restituirle autorevolezza e credibilità. Un PM deve poter indagare con indipendenza; un giudice deve poter giudicare con terzietà. Oggi, in Italia, queste due figure appartengono allo stesso ordine, con possibilità di passaggi di carriera: una condizione anomala nel panorama europeo. Questa confusione di ruoli genera un’ambiguità strutturale: chi accusa e chi giudica rischiano di appartenere alla stessa cultura giuridica e allo stesso corpo professionale, spesso con gli stessi interessi associativi.

Non è un problema di individui, ma di sistema. E senza affrontarlo, nessuna riforma della giustizia potrà mai essere davvero neutrale. Il vuoto che resta Nel frattempo, la politica si è ridotta a un’appendice comunicativa: meno parlamentari, meno tempo per la discussione, più decreti, meno controllo parlamentare. La riduzione dei seggi da 945 a 600, salutata come un gesto di “anti-casta”, ha in realtà aumentato la distanza tra cittadini e rappresentanti, riducendo la competenza tecnica e la profondità del dibattito legislativo.

Il risultato è paradossale: mentre si demonizzava la “casta politica”, ne nasceva un’altra – meno visibile, ma più solida – che agisce senza mandato elettivo. Una democrazia senza equilibrio Trent’anni dopo Mani Pulite, il bilancio è chiaro: la politica non ha mai ritrovato il suo ruolo. E ogni volta che ha provato a farlo, lo scontro con l’ordine giudiziario è stato presentato come un atto di ostilità verso la giustizia. Ma senza un chiaro equilibrio tra chi governa e chi giudica, lo Stato di diritto si indebolisce. La magistratura non deve essere il potere che “controlla” la politica, bensì quello che limita secondo legge gli abusi. E la politica, a sua volta, deve avere la forza e la dignità di riformare le istituzioni, anche quando questo significa toccare interessi potenti. Il referendum ci dice che quella forza oggi non c’è più.