Sappiamo dalla paleontologia e dall’antropologia quale può essere stato il momento di inizio della civiltà per l’homo sapiens. Alla domanda di uno studente Margaret Mead rispose che il segno è custodito in “uno scheletro con un femore rotto e rinsaldato”, perché ci dice che qualcuno si è preso cura di quell’uomo in difficoltà. La società nasce come relazione, cooperazione e comunicazione.
Non sappiamo invece con altrettanta sicurezza – la linguistica non è arrivata a tanto – se ci può essere un segno analogo per stabilire quando e come la socialità umana si sia articolata in linguaggio con il passaggio dai gesti e dai suoni alle parole e alla loro connessione in frasi dotate di senso. Sappiamo però l’importanza delle parole e del linguaggio, elemento distintivo della specie homo sapiens rispetto alle altre specie, che su di esso ha infatti costruito la sua potenza evolutiva fino ai linguaggi artificiali generativi di oggi.
Non può stupirci dunque che emeriti enti e istituzioni culturali decidano di condensare in una parola simbolo, “la parola dell’anno”, il significato che si intende attribuire all’anno che abbiamo vissuto e che sta per finire. Normalmente la parola coglie sapientemente quel significato. Certo, se ne potevano scegliere altre, ma quelle di quest’anno hanno una loro convincente densità, sia quella scelta dall’Oxford Dictionary che l’altra scelta dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, rispettivamente “Brain rot” e “Rispetto”. Parole interessanti di per sé, ma soprattutto se messe in rapporto tra loro e se integrate magari con altre parole, una in particolare, “Impunità”.
Che cosa significa “Brain rot”? Letteralmente significa “putrefazione del cervello” e indica non tanto uno stato di fatto frutto di ricerca con tanto di dati e riscontri quanto piuttosto, secondo lo stesso Oxford Dictionary, «il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona, specificatamente come risultato di un consumo eccessivo di materiale (in particolare contenuti online) considerato superficiale o poco stimolante». Esprime dunque le preoccupazioni che serpeggiano «sull’impatto del consumo di quantità eccessive di contenuti online di bassa qualità» e più in generale «descrive la nostra insoddisfazione e le nostre ansie nei confronti del mondo digitale».
Che cosa significa invece, almeno nelle intenzioni di chi l’ha scelta, la parola “Rispetto”? Lo hanno spiegato appunto i condirettori del Vocabolario Treccani Valeria Della Valle e Giuseppe Patota: con questa scelta si è voluto rimarcare, dicono, che «la mancanza di rispetto è alla base della violenza esercitata quotidianamente nei confronti delle donne, delle minoranze, delle istituzioni, della natura e del mondo animale», per cui essa diventa «un richiamo al senso di responsabilità collettiva e individuale anche per tutti i contesti in cui manca». Anzi, per gli autori è una parola che «dovrebbe essere posta al centro di ogni progetto pedagogico e poi diffondersi nelle relazioni tra le persone, nel rapporto con le istituzioni, con la politica e con le opinioni altrui, nelle relazioni internazionali».
Le due parole nascono in contesti diversi e diversi sono certamente i significati che ne hanno giustificato la relativa scelta, e tuttavia è difficile evitare di pensarle in connessione data la rilevanza dei problemi comuni alle democrazie liberali con esse oggettivamente posti sotto i riflettori. Così, se “Brain rot” appare la pars destruens delle democrazie in difficoltà e in declino, “Rispetto” ne appare per converso la necessaria e urgente pars construens per contrastare e invertire appunto il declino incombente.
È evidente infatti che l’istupidimento di massa è stato un pericolo ampiamente sottovalutato non solo dai governi ma dalle classi dirigenti delle democrazie liberali ben prima che si diffondessero i social, e che però con i social ha subito un’accelerazione tale da rendere precari criteri di comportamento e modelli sociali a tal punto da incidere sia sulle logiche di produzione e di welfare che sulla stabilità politica, legandosi il fenomeno alla volatilità del consenso e anzi al distacco sempre più ampio dai doveri civici e dalla partecipazione democratica.
Ed è facile perciò, se questa interpretazione della scelta inglese può avere fondamento, vedere nella scelta italiana il suo logico (ancor più significativo in quanto del tutto autonomo) pendant. Giacché non può sfuggire a nessun osservatore, anche il più disattento, che le democrazie liberali sono entrate da tempo in un clima diffuso che pare giustificare agli occhi di masse sempre più consistenti di cittadini il diniego della validità delle regole in qualsiasi settore della vita, di quella privata con riflessi anche pubblici e di quella pubblica con riflessi anche privati.
Un clima che con la diffusione dei social anche qui ha assunto in breve tempo carattere strutturale allarmante, da una parte per il legame stretto tra fragilità dell’opinione pubblica e ricerca del consenso politico, e dall’altra per l’impoverimento della cultura e dell’etica pubblica delle classi dirigenti sempre più disancorate sia dalla capacità di visione che dal senso di responsabilità, onore e sacrificio. Tutti pensano di poter essere e fare tutto, non si bada alle invasioni di campo, la fa da padrone solo il proprio utile e il proprio successo seppure solo momentaneo.
A questo clima reagisce, per esplicita dichiarazione degli autori, la Fondazione Treccani, che di fatto indica una strategia di contrasto al clima di degrado democratico che chiama alla responsabilità tutti, popolo e classe dirigente. Una vera sfida, che a maggior ragione attende di essere raccolta se alle due parole ufficialmente proclamate “parole dell’anno” se ne potesse aggiungere una terza, non meno carica di valore di denuncia e insieme di potere trasformativo.
Si tratta, come detto all’inizio, della parola “Impunità”, che rispetto alla altre ha una portata addirittura universale, tanti e tali sono i casi in cui si verifica la contravvenzione a norme stabilite e accettate senza che gli autori vengano perseguiti o, anche se condannati da un qualche tribunale, costretti a pagare le conseguenze dei danni arrecati ad altri. Più gravi ancora i casi, che danno la sensazione di essere infiniti, in cui emerge il senso di impunità di chi, avendone compito e potere, dovrebbe assicurare la giustizia, la sicurezza, la libertà e il benessere, dei cittadini. Ciò che entra in crisi in questo modo è la stessa idea di stato di diritto, la maestà della legge che garantisce la libertà, il fondamento della società come alternativa alla legge della giungla in cui vige l’autolegittimazione dell’homo homini lupus. Non è necessario elencare esempi.
Come si vede, per vie diverse, e seppure con fatica, in qualche modo sta emergendo il cuore del problema che le democrazie liberali oggi vivono con intensità e finalmente appunto con qualche barlume di consapevolezza, l’avvitamento verso un degrado irreversibile per una contraddizione intrinseca che la debolezza delle classi dirigenti rende difficile affrontare. Si tratta insomma di uscire da ogni equivoco, troppo spesso di comodo, e di capire di nuovo finalmente che non esiste democrazia imbelle, che libertà non è un regalo, che stato di diritto non è un lusso.
Sappiamo quali sono i cambiamenti necessari e i loro fondamenti filosofici, storici, giuridici e politici. Sappiamo quali sono i livelli ai quali riferirci. Manca l’innesco, mancano soprattutto le forze aggregate che scelgono e agiscono per convinzione prima che per interesse seppure legittimo, ma il clima è maturo per iniziare un nuovo percorso che assuma la scelta tra democrazia e dispotismo quale guida del pensiero e dell’azione, come ci comanderebbe Giuseppe Mazzini. Uniamo dunque le forze oggi sparse intorno a questo nucleo generatore di aggregazione. Prima lo capiamo e prima fermiamo il degrado. Decidiamo da quale punto nevralgico cominciare, ma cominciamo!
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