LA SCUOLA GRIDA AL PAESE SVEGLIATI!

MA CI SONO ORECCHIE E CERVELLI PRONTI A SENTIRE?

Ma che meraviglioso Paese è il nostro! Succede un po’ quello che succedeva a Milan Kundera quando nei salotti parigini raccontava della chiusura delle riviste culturali praghesi dopo l’invasione dei carri armati sovietici nel 1968: lui parlava di angoscia della nazione perché in quelle riviste c’era l’adesione all’Occidente contro il totalitarismo mediante l’esercizio del pensiero critico, e la risposta di quei salotti era l’indifferenza perché impegnati a discutere di programmi televisivi.

Anche noi – lo nota efficacemente Mattia Feltri nella sua rubrica su La Stampa –, stando a carta stampata, tv e social media, sembriamo più impegnati a discutere del destino di Filippo Facci, Bianca Berlinguer, Barbara D’Urso e Fabio Fazio che non dei problemi strutturali di un Paese che rischia di avvitarsi su se stesso. Non c’è certo da meravigliarsi, ma da preoccuparsi sì. Comunque la realtà per chi vuole stare sveglio fornisce regolarmente lo svegliarino.

In questo periodo lo svegliarino lo dà la scuola. La scuola è ferita e grida. Dopo i casi sempre più frequenti di indisciplina di studenti disabituati al rispetto delle regole di convivenza e di atti di intimidazione e violenza contro i professori, ora balza prepotente alla cronaca la conflittualità dei genitori con la scuola dei propri figli riconducibile sostanzialmente alla contestazione della valutazione di merito e dell’esito del percorso di studio, intermedio e finale. Con la complicità di certa avvocatura e magistratura.
I ricorsi al TAR fioccano.
Ultimo caso, davvero eclatante, quello della ragazza di Trento non ammessa all’esame di stato dal Consiglio di classe per gravi carenze di frequenza e di preparazione e, previo ricorso dell’interessata, riammessa dal Tar.

La ragazza poi ha sostenuto le prove suppletive ed è stata bocciata. Ma resta tutto il significato dirompente dell’episodio, perché qui c’è non solo un disconoscimento dell’autorità scolastica ma l’evidenza di una grave crisi di autorevolezza del sistema, che non sempre coincide con l’esercizio di autorità e che nella scuola è cosa particolarmente grave. Lo rileva la lettera di 110 docenti che scrivono su questo caso al ministro Valditara.
Eccone un passaggio significativo: “Vedo sempre più ragazzi rincorrere strade facili, aiutati dalle famiglie e dalla società a cercare escamotage per andare avanti, nella visione superficiale di un mondo nel quale devi dimostrare quanto sei furbo e non quanto vali

Cosa deve insegnare la scuola? Me lo domando mentre vedo la mia categoria umiliata da una decisione che la sorpassa e le toglie autorevolezza. In primo luogo, la sospensiva del TAR è uno schiaffo alla credibilità dell’insegnante. Mettendo in discussione l’operato di un intero Consiglio di classe, infatti, è evidente che le implicazioni che ne conseguiranno saranno pesanti”.

Allora mettiamola così: quella che per anni era definita crisi per perdita di ruolo in una società che mentre moltiplica le agenzie educative produce sistematica diseducazione per fastidio di limiti e regole, da qualche tempo vede affermarsi tendenze distruttive diverse che hanno però nei genitori gli indiscussi protagonisti. Claudio Cerasa la definisce la quotidiana minaccia dell’uno vale uno: “Io, genitore, non valgo meno di un insegnante. Io, genitore, conosco mio figlio meglio di qualsiasi docente. Io, genitore, pretendo di essere protagonista della didattica della scuola”. Uno vale uno, la follia che si fa realtà.

All’episodio di Trento se ne possono affiancare tanti altri, il più significativo dei quali mi pare quello accaduto in una scuola di Rovigo, dove uno studente spara pallini ad una professoressa e alcuni compagni riprendono la scena per diffonderla sui social, col bel risultato che alla fine dell’anno il Consiglio di classe mette a tutti i protagonisti 8 e 9 in comportamento (tutti dicono ancora condotta) come se non fosse successo niente. Interviene il ministro, che manda gli ispettori, e così la dirigente, in ottemperanza all’invito a rivedere quel giudizio, riunisce di nuovo il Consiglio, che abbassa il voto rispettivamente a 7 e a 6. Un evidente svarione: c’era bisogno dell’ispezione per accorgersene?
Ovvio, una grave crisi di autorevolezza, che denuncia carenze di responsabilità e professionalità. E così siamo al cuore del problema, la perdita di credibilità del sistema.

Questi episodi danno lo svegliarino perché emozionano, fanno notizia e scatenano i social. Diventano più significativi quando c’è anche la protesta dei docenti come a Trento e a Rovigo a cui segue l’intervento del ministro Valditara. Ma lo svegliarino più tosto, quello che dovrebbe far drizzare le orecchie e far girare a raffica le sinapsi di tutti, non solo del ministro Valditara, lo danno piuttosto i dati sui livelli di competenza raggiunti dagli studenti nei diversi gradi di istruzione contenuti nel Rapporto Invalsi 2023 pubblicato da poco.

I dati sono davvero allarmanti: peggioramento delle competenze di base in italiano e matematica alle elementari, staticità in uscita dalla secondaria di primo grado, carenze gravissime in uscita dalla secondaria di secondo grado (il 50% non comprende un testo di lingua madre e non sa risolvere problemi di matematica secondo standard internazionali). Pauroso il divario tra le aree del Paese (drammatico in alcune regioni del Sud). Alta la dispersione potenziale. Evidente l’incidenza delle differenze culturali e delle condizioni sociali.

In un Paese normale i dati di realtà dovrebbero essere immediatamente presi sul serio, analizzati e discussi, e diventare da subito la base per una strategia di soluzioni efficaci programmate. Non mi pare che ci siano queste avvisaglie. D’altronde, e non è certo consolante, è stato ogni volta così e temo che continuerà ad essere così. Mi tocca pensarlo se guardo ad altri aspetti che incidono da sempre sulla qualità e sul ruolo sociale del sistema di istruzione e formazione. Vediamo con riferimenti più precisi.

Ho detto ora dei livelli di preparazione in itinere e a conclusione dei cicli di istruzione. Ma la cosa diventerà ancora più interessante e significativa quando conosceremo l’esito degli esami di stato di quest’anno. Credo di non andare troppo lontano dalla realtà, e non sono certo un mago, se affermo che non ci discosteremo troppo dal risultato dello scorso anno, quando fu promosso il 99,9 % degli esaminati. L’esame è un rito, non serve a valutare, certifica ciò che già si sa. Si potrà anche sostenere che ciò non è strano giacché la selezione è stata fatta negli anni precedenti. Ma casca l’asino quando si va poi a vedere che cosa accade all’università e in particolare a laurea ottenuta.

So bene che ci sono problemi di diverso ordine e tipologia e non contano solo le competenze in uscita dal sistema di istruzione. Però ci dovrà pur essere qualche ragione seria se poi in percentuali elevate non ci si iscrive all’università e una volta iscritti si ritarda e si abbandona. Ancor più, ci sarà pure qualche ragione se, una volta laureati, si stenta a trovare lavoro o si preferisce emigrare nei Paesi in cui, nonostante vengano offerti contratti a termine (precariato è parola nostra), la paga è appetibile e la carriera per chi si impegna ed è bravo è certamente assicurata. Dunque contano tante cose, ma certamente conta il tipo di preparazione e il rapporto di questa con le capacità e le aspirazioni personali e la realtà del mercato del lavoro. Conclusione? Dati, visione e riforme, queste le necessità.

Ripeto, non mi pare che i dati di realtà suscitino interesse più di tanto su questo piano che è complesso tanto quanto vero.

Vengo agli altri elementi che mi rendono sostanzialmente scettico sulla capacità e la volontà di assumere la drammaticità dei dati come base per interventi efficaci sul sistema. Uno, il principale, riguarda la politica del personale. Il ministro Valditara si attesta sulle modifiche alle procedure di reclutamento per infondere fiducia sul possibile innalzamento di qualità, ma sinceramente anche su questo sarebbe necessario un gran bagno di realtà.

Non ci si rende conto di ciò che è successo in questi anni, del mutamento non tanto e non solo di preparazione (in molti casi anche un forte miglioramento) quanto di sfiducia e deresponsabilizzazione. C’è un timore diffuso di prendere posizione, di fronteggiare i maleducati e i prepotenti. C’è impreparazione ad affrontare le situazioni difficili. Si richiedono competenze che un docente non può e non deve avere mentre non si richiedono altre competenze che non possono mancare oggi nelle mutate condizioni colturali, psicologiche e sociali, per essere un bravo insegnante e ancor più un bravo dirigente.

A fronte di questo non si annuncia una grande operazione di qualificazione del personale, di tutto il personale, né si chiariscono i livelli diversi di responsabilità anche con opportuni interventi normativi. Si annuncia invece l’ennesima operazione di sanatoria del personale docente precario mediante il solito concorso ad hoc. E per i dirigenti, senti senti, un corso veloce per consentire l’accesso alla dirigenza a coloro che, esclusi dall’ultimo concorso per non aver superato uno dei livelli di prova, hanno comunque fatto ricorso. Insomma, ancora una volta operazioni di sanatoria lontane dal grande tema della qualificazione e promozione professionale.

Non è finita qui la questione di una politica di sistema. C’è ancora un aspetto che fa da spia della considerazione in cui è tenuto il funzionamento della scuola e la sua rispondenza agli scopi di crescita culturale e sociale e di modernizzazione dl Paese. È il modo in cui si sta utilizzando la gran massa di fondi del piano “Scuola 4.0”. Si tratta dell’impiego dal 2022 al 2025 di 2,10 Mld di €, tutti fondi PNRR, su 15.937 progetti diffusi in percentuali diverse nelle scuole di tutto il Paese. Ogni scuola, a seconda dei progetti che sono stati presentati, ha a diposizione cifre rilevanti che raggiungono anche i 500/600.000 euro.

Il punto critico essenziale, a quanto è dato di capire, a parte assurdi limiti minimi di spesa obbligatoria per il digitale, non è tanto dove e come questi fondi sono ripartiti, né la procedura, né la validità delle indicazioni di vademecum, quanto piuttosto il rapporto tra la disponibilità di somme rilevanti e la capacità di trasformarla in innovazione didattica strutturalmente operativa. Anche qui alla fine vedremo gli esiti, ma se tu dai soldi per ottenere innovazione non casuale ma di sistema, o sei sicuro che ci sono già le condizioni perché questo risultato ci possa essere o metti in piedi sistemi di assistenza e controllo perché ci si possa sperare. Altrimenti l’operazione diventa solo una corsa a spendere e si sprecherà un’occasione d’oro per far fare un salto di qualità al sistema, che come s’è visto ne ha urgente bisogno.

Ci sono molte scuole che nel tempo hanno avviato processi di innovazione significativi e qui si può star tranquilli che i soldi verranno spesi bene e i risultati ci saranno. Ma in molti istituti la didattica moderna e l’innovazione sono parole dal significato non molto chiaro, e qui c’è molto da dubitare che ci sarà un salto solo perché ci sono i soldi e la fretta di spenderli.

Per anni e anni, anzi per decenni, il nostro sistema scolastico, nonostante tutto (e non si fa per dire) ha accompagnato la spinta alla crescita culturale e civile del Paese e ha rappresentato con ciò il più potente ascensore sociale, la speranza di migliorare le proprie condizioni, la conquista di autonomia e di indipendenza, un investimento culturale, economico e di libertà. Poi gradualmente le cose sono cambiate e il sistema ha cominciato a perdere colpi, si è come ripiegato su sé stesso fino ad appiattirsi ed è continuato ad andare avanti così, senza slancio e convinzione, per spirito di sopravvivenza. Già nel 2014 il Rapporto Censis confermava che l’istruzione non fungeva più da ascensore sociale. Nessuno se ne è sostanzialmente preoccupato e le cose sono peggiorate: non solo la scuola subisce e nel contempo alimenta le disuguaglianze, ma di fatto sulla scuola si scaricano le tensioni di una società confusa negli orientamenti e nei valori.

Ora, com’è fin troppo chiaro, siamo perciò ad un bivio. Le contraddizioni tra i dati di realtà e i bisogni sono squadernate davanti ai nostri occhi. Ed è l’ora che la scuola diventi questione nazionale primaria e questione di sistema. Basta con l’idea che si possa intervenire a pezzetti, inseguendo le emergenze e rispondendo alle spinte che di volta in volta vengono alimentate dalle emozioni del momento. C’è bisogno di politica e di buona e seria politica riformatrice. Possiamo forse sperarci ancora, ma da dove potrà venire il segnale?


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