La vittoria netta del Reis al secondo turno delle elezioni presidenziali in Turchia

Elezioni Presidenziali turche: cronaca di una vittoria annunciata

Giorgio Pacifici
sociologo, saggista e docente universitario

Per la terza volta Recep Tayyip Erdoğan è stato eletto Presidente della Repubblica turca.

Era prevedibile che il Reis -come viene chiamato dai suoi sostenitori- che disponeva di tutti gli apparati dello stato e della stragrande maggioranza dei media, riuscisse a farcela anche stavolta.

Quello che molti analisti politici e ricercatori non si aspettavano, era che i risultati del primo turno avrebbero imposto un ballottaggio tra il presidente uscente e il suo antagonista del Partito Repubblicano Popolare, Kemal Kiliçdaroglu.

Un altro dato comunque era certo. Che, al ballottaggio, il terzo candidato, “l’indipendente” ultranazionalista Sinan Oğan, non avrebbe portato il pacchetto dei voti (circa il 5 per cento) della sua “Alleanza Ancestrale” al candidato repubblicano, ma li avrebbe conferiti a Erdogan.

Al candidato sconfitto va comunque reso l’onore delle armi per aver saputo formare un’alleanza elettorale che è riuscita ad ottenere quasi la metà dei suffragi, con una macchina elettorale non paragonabile per mezzi economici e tecnologici a quella del presidente uscente.

Ciò detto è indispensabile nel mondo occidentale non costruirsi un “santino” post-elettorale di Kiliçdaroglu, ricordando che molte delle posizioni espresse durante la campagna elettorale rivelavano una forse non precisa conoscenza dei problemi internazionali a avrebbero potuto creare nuove tensioni.

Mentre al Presidente Erdogan stanno arrivando, come vuole la consuetudine diplomatica, le congratulazioni sincere (?) di tutti i capi di stato e di governo prime tra tutte quelle di Vladimir Putin e di Joe Biden, si può ritenere che molto probabilmente il suo successo non muterà il sistema di relazioni internazionali della Turchia e non creerà nuovi problemi nello scacchiere internazionale. I problemi internazionali (e quindi interni alla Repubblica turca) come è noto ci sono già stati, dal fallito Colpo di Stato del 2016, agli acquisti di armamenti dalla Russia nel 2017 con le conseguenti sanzioni americane, dalla trasformazione istituzionale del 2018, agli ostacoli posti all’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO nel 2022.

Risultati dell’elezione presidenziale

I TURNO 14 maggio 2023
Erdoğan 49,50 per cento
Kiliçdaroglu. 44,89 per cento
II TURNO 28 maggio 2023
Erdoğan 52,18 per cento
Kiliçdaroglu. 47,82 per cento

Risultati delle Elezioni politiche del 14 maggio 2023

Coalizione Alleanza Popolare (Erdogan)

AKP voti% 35,58 seggi 267 (-28)
Partito della giustizia e dello sviluppo

MHP voti% 10,07 seggi 50 (+1)
Partito del Movimento Nazionale

YRP voti% 9,82 seggi 5 (+5)
Nuovo partito del benessere

Coalizione Alleanza Nazionale
CHP voti% 25,33 seggi 169 (+23)
Partito Repubblicano Popolare

IVI voti% 9,69 seggi 43
Partito buono (partito del Bene)

YSGP voti% 8,81 seggi 61 (-6)
Partito verde

TIP voti% 1,73 seggi 4 (-4)
Partito dei lavoratori della Turchia

Le quattro date-chiave della storia recente della Turchia

a) 2016 Tentativo di Colpo di Stato

Il 15 luglio 2016 una “fazione” delle forze armate turche auto- proclamatasi “Consiglio per l Pace interna”, (Peace at Home Coouncil) tentò un colpo di stato contro le istituzioni dello Stato (Governo e Presidente Erdogan). I golpisti tentarono di prendere il controllo di diverse località -tra le quali Ankara, Istanbul e Marmara- e dell’accesso asiatico del Ponte del Bosforo, ma furono sopraffatti da reparti lealisti dell’esercito.

Tra le motivazioni del golpe il “Consiglio” addusse la costante erosione del laicismo attuata dalla leadership erdoganiana, il disprezzo per i diritti umani, la dilagante corruzione, la perdita di credibilità della Turchia nel consesso internazionale. Secondo la narrazione ufficiale del governo di allora i leader golpisti sarebbero stati collegati da un legame politico, cioè l’appartenenza o per meno la vicinanza al Movimento Gullenista.

Tra le maggiori conseguenze del putsch, che comunque costò la vita ad alcune migliaia di persone, vi furono delle “purghe” molto rilevanti nell’esercito 10 mila), nella magistratura (quasi 2800), e nel settore dell’istruzione. Non soltanto i golpisti vennero condannati a pene detentive, ma vennero allontanate dall’esercito, dalla magistratura e dall’insegnamento migliaia di persone ritenute vicine ai gullenisti (77 mila arrestati; 180 mila licenziati).

Sulla effettiva consistenza del putsch furono espresse talune perplessità da parte degli osservatori internazionali. Tra le ipotesi avanzate anche quella che esso fosse stato fomentato artificialmente da elementi provocatori vicini al governo perché successivamente l’esecutivo potesse effettuare delle purghe e sostituire in molte posizioni importanti burocrati, ufficiali e magistrati ritenuti più affidabili.

b) 2017 La Turchia acquista sistemi d’arma dalla Russia

Verso la fine del 2017 la Turchia firmò un contratto da 2,5 miliardi di dollari con la Federazione Russa per la fornitura di sistemi di arma antiaerea a lungo raggio S-400.

Il Segretario di Stato americano espresse alla Turchia la viva preoccupazione del proprio paese per questo contratto. A questo nervosismo statunitense il presidente Erdogan rispose ricordando il rifiuto americano di fornire alla Turchia i nuovi modelli avanzati di missile Patriot MIM-104.

Nel luglio 2019 la Turchia ricevette e installò il primo sistema S-400 russo e nello stesso mese venne esclusa dal programma F-35. In questa occasione gli Stati Uniti dichiararono che F-35 non poteva coesistere nello stesso paese nel quale una piattaforma intelligente russa che sarebbe stata utilizzata per conoscerne le capacità avanzate. Nel 2020 alla Turchia vennero imposte le sanzioni CAATSA destinate a tutti gli acquirenti di armi russe. In seguito all’acquisto degli S-400 negli ambienti atlantici e alle sanzioni che ne conseguirono, si diffusero forti perplessità circa la presenza turca all’interno dell’Alleanza, e si verificò un deterioramento dei rapporti turco-americani

c) 9 luglio 2018: la Turchia diventa una repubblica presidenziale

Il 9 luglio 2018 è una data memorabile per la Turchia: solo due settimane dopo la rielezione alla presidenza, Erdogan sostituisce il sistema parlamentare – che ha 95 anni di vita – con un sistema che concentra tutto il potere politico nella presidenza della repubblica. Nei giorni che seguono il Presidente Erdogan emana una serie di decreti presidenziali che aboliscono o emendano un insieme di leggi e norme amministrative, ridisegnando radicalmente l’apparato dello Stato.

Con la creazione della repubblica presidenziale si rafforzano le tendenze autoritarie nella politica di Erdogan. La Turchia assume sempre più le caratteristiche di una “democratura” e questo trend preoccupa l’opinione pubblica internazionale.

d) 2022 La Turchia ostacola l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Alleanza Atlantica

Successivamente alla richiesta di Svezia e Finlandia di entrare nella Nato, determinata dalla “Operazione militare speciale” russa in Ucraina, la Turchia in quanto membro dell’Alleanza pose dei seri ostacoli all’ingresso di questi paesi, in particolare della Svezia. Le motivazioni andavano ricercate essenzialmente nelle critiche svolte da questi paesi alla situazione dei diritti umani in Turchia, alla ospitalità ai rifugiati kurdi (definita come “sostegno ai terroristi kurdi”) e al blocco delle loro espulsioni. L’atteggiamento ostile della Turchia creò un notevole disagio negli ambienti Nato, in particolare in Germania, Regno Unito e Stati Uniti.

L’ideologia erdoganiana: una non ideologia

La politica del Presidente Erdogan non sembra guidata da un’ideologia unitaria, ma da una valutazione personale estemporanea dei singoli avvenimenti e da un insieme di idee costanti. Idee che appartengono al patrimonio culturale turco nel suo complesso, dal kemalismo, al panturchismo, dal panturanismo, al neo-ottomanismo, dall’islamonazionalismo, alla “Visione nazionale” di Erbakan. Elementi di queste ideologie/dottrine/visioni vengono di volta in volta secondo le circostanze assiemati e attualizzati, salvo essere riposti nel grande contenitore nazionalista, per essere poi riproposti in un’occasione successiva.

Può essere interessante quindi ricordare qui qualche elemento di ciascuna di queste ideologie.

1)Il Kemalismo

Il kemalismo è la dottrina fondativa della repubblica turca, e prende il nome dal Padre della Patria, Mustafa Kemal Atatürk.

Dopo la proclamazione della repubblica nel 1923 Atatürk mise in atto una serie di riforme politiche, sociali e culturali per tracciare una netta linea di separazione con lo Stato Ottomano e far prendere alla Turchia uno stile di vita occidentale: laicismo, sostegno della ricerca scientifica, istruzione pubblica, diritti delle donne, ingresso dello stato nell’economia.

Ma il kemalismo contiene in sé anche molti elementi populistici, per conferire il “potere al popolo”, alla gente della strada, togliendolo alla élite sultanale, come oggi si direbbe, e alla classe dei religiosi. Esso non soltanto respingeva il conflitto di classe e il collettivismo, ma enfatizzava la collaborazione tra le classi, l’unità nazionale e il solidarismo. In certo modo esso quindi si collegava alle dottrine corporative sue contemporanee.

Tra i molti elementi di derivazione kemalista nell’“erdoganismo” non è certo confluito il laicismo, per la completa opposizione, ai principi dell’islamo-nazionalismo e della “Visione nazionale”, di cui si parla più avanti, e che costituiscono una parte irrinunciabile del pensiero di Erdogan.

2)Neo-Ottomanismo

Il Neo-Ottomanismo (in turco Yeni Osmanlıcılık, Neo-Osmanlıcılık) è una ideologia fondamentalmente Islamista, in un certo senso “irredentista” and imperialista. Partendo dal presupposto che l’Impero Ottomano ha rappresentato il momento più alto della storia del popolo turco, il neo-ottomanismo ritiene che la Turchia debba estendere la propria zona di interesse, di influenza e di intervento a tutti quei paesi che nel corso del tempo hanno fatto parte dell’impero ottomano, dalla Libia, all’Albania, a Cipro, alla Siria. L’espressione neo-ottomanismo è sempre stata respinta da Erdogan e dalla sua cerchia, ma sul piano pratico molti interventi internazionali della Turchia sono stati fondati proprio su questa dottrina.

3)Pan-turanismo

Il Pan-turanismo , è un movimento politico e culturale che ha origine verso la fine dell’Ottocento, e che si propone di unire tutti I popoli Turchi, Tatari e Uralici, dall’Ungheria sino al Pacifico.

Esso si fonda su una teoria, abbastanza controversa, ma accettata in alcuni settori del mondo intellettuale, secondo la quale turchi, mongoli, tungusi, finni, ungheresi e altri popoli del ceppo uralo-altaico avrebbero una comune origine. Sul piano pratico questa teoria è stata utilizzata in Ungheria e in Turchia come uno strumento di opposizione al mondo slavo e alle dottrine pan-slaviste. Benché oggi abbia un peso marginale, il pan-turanismo era la dottrina di un ministro del governo uscente e dello speaker della Assemblea Nazionale.

4) Pan-Turchismo

Il Pan-Turchismo (in turco: Pan-Türkizm), è un movimento politico e culturale che ha origine nell’Ottocento tra gli intellettuali turchi dell’Azerbaigian e si propone di unificare tutti i popoli turchi. Per quanto fondato su teorie pseudo-scientifiche il pan-turchismo ha avuto una certa diffusione nel mondo turco e costituisce anche oggi uno dei mezzi attraverso i quali la Turchia mantiene stretti rapporti con le repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Azerbaigian) e contrasta la penetrazione cinese.

A differenza del pan-turanismo, il pan-turchismo non allarga la propria sfera di interesse a paesi europei, eccezion fatta per Cipro e l’Ungheria, e mongoli. L’Organizzazione degli stati turchi (talvolta riportata con il vecchio nome di “Consiglio turco”) ha uno stile operativo in un certo modo simile a quello di organizzazioni come la Organisation internationale de la Francophonie, il British Commonwealth., la Comunidade dos Países de Língua Portuguesa.

5) L’islamo-nazionalismo turco

L’islamo-nazionalismo è una dottrina politica elaborata durante il periodo della Guerra Fredda da intellettuali vicini agli Stati Uniti, come strumento per fronteggiare la (allora) crescente diffusione delle idee “di sinistra” tra la popolazione turca. Semplificando al massimo il pensiero islamo-nazionalista è il seguente: “per essere un vero turco occorre essere islamico, e per essere islamico un turco non può essere che nazionalista”. Dunque l’adesione al nazionalismo e alla religione devono fondersi in unico pensiero politico e religioso in grado di sconfiggere il comunismo e i suoi alleati. La dottrina islamo-nazionalista è divenuta delle componenti più importanti del pensiero turco, diffusa nella scuola e nella burocrazia anche per togliere spazio alle correnti islamiche tradizionali e al nazionalismo laico:

6) La “Visione nazionale” (Millî Görüş)

La “Visione nazionale di Necmettin Erbakan costituisce oggi un altro dei pezzi di valore del mosaico politico-religioso della Turchia. E’ il fondamento di molti partiti attuali e di partiti dele recente passato, non solo del Nuovo Partito del Benessere del figlio di Erbakan, alleato di Erdogan in parlamento. (Partito della Felicità, Partito della Virtù, Partito del Benessere, Partito della Salvezza nazionale, Partito dell’Ordine Nazionale). Secondo la Visione nazionale soltanto salvaguardando i propri valori tradizionali (cioè religiosi) e “muovendosi con un passo più veloce” la Turchia potrà sviluppare tutto il proprio potenziale umano e economico e rivaleggiare con i paesi del mondo occidentale.

Erdogan, valori, compromessi e rotture

Abilmente, fino al 2013, Erdogan non ha rifiutato apertamente nessuna componente ideale del patrimonio culturale del mondo nazionalista e religioso turco. Neppure le componenti islamiche più mainstream o tradizionaliste, come gli imam della Anatolia profonda o le confraternite dei dervisci, o quelle più esposte politicamente come gli eredi dei Lupi Grigi.

Poi nel 2013 Erdogan ha effettuato una totale rottura con Fethullah Gullen, una complessa personalità di teologo, pedagogista, imprenditore, politico, che lo aveva affiancato per molti anni. Le motivazioni di questa lacerazione probabilmente non devono essere ricercate nella dottrina teologica di Gullen, molto evolutiva e oggi moderata, ma nei suoi successi economici e di immagine su scala internazionale. Successi che potevano preludere ad ambizioni politiche più rilevanti di quella di continuare ad essere un “comprimario” del Reis.

Gli ambienti gullenisti mossero pubblicamente alcune pesanti accuse di corruzione ad esponenti dell’AKP e questo fu sufficiente perché Gullen divenisse un traditore costretto all’esilio negli Stati Unii e la sua complessa struttura fosse considerata una organizzazione terroristica internazionale, la Fethullah Terrorist Organization (FETO). E alla fine- come si è scritto sopra- vi fu l’accusa di aver ispirato fallito golpe del 2016. Sembra di rileggere un’edizione al caffè turco del capolavoro di Orwell 1984.

Erdogan con i suoi compromessi la sua eloquenza tribunizia, e la grande capacità di tessitore, ha saputo coalizzare attorno alla propria “Alleanza popolare” più di 27 di più milioni di elettori, quasi 8 milioni di più di elettori del Partito della Giustizia e dello Sviluppo.

In molti paesi europei il Partito della Giustizia e dello Sviluppo è stato immaginato come un grande “partito pigliatutto”, “una grande DC”. Questa immagine è solo parzialmente vera perché nella DC esisteva un insieme di correnti che non rappresentavano soltanto delle lobby socio-economiche, ma esprimevano anche modi diversi di vedere la politica, i rapporti economici, le istituzioni dello Stato. Tutto ciò non esiste al momento nel Partito delle Giustizia e dello Sviluppo, che quindi potremmo immaginari più vicino ai grandi partiti europei del secondo e terzo decennio del secolo scorso (Spagna, Portogallo, Italia, Germania, …) con un solo uomo al comando

Risultati delle elezioni politiche tenutesi unitamente al primo turno delle presidenziali

Erdogan nel prossimo quadriennio presidenziale, pur disponendo di 28 deputati in meno che nella scorsa legislatura godrà di una salda maggioranza nell’ assemblea parlamentare, 322 seggi su 600, ottenuta da AKP e dagli altri partiti della Alleanza Popolare.

L’opposizione sarà divisa tra i partiti della coalizione di Alleanza Nazionale, 212 seggi, e i due partiti di sinistra che non facevano parte dell’Alleanza Nazionale.

Le prospettive

Le prospettive di questa Presidenza Erdogan potrebbero allungarsi oltre il mandato conferitogli dagli elettori. Il Sultano ha infatti già annunciato la propria volontà di procedere in tempi rapidi ad una nuova revisione costituzionale. Una nuova Costituzione potrebbe rimettere in discussione – in termini corretti sotto il profilo giuridico formale – la durata della presidenza, e abolire qualunque clausola di non rieleggibilità. Una ipotesi di questo genere porrebbe ulteriormente gravi interrogativi sulla la natura democratica delle istituzioni turche.

Altri interrogativi potrebbero scaturire dalle idee espresse dal Presidente circa le associazioni e i gruppi LGBTQ+, che vanno esattamente in senso contrario alle raccomandazioni che le istituzioni europee stanno rivolgendo a tutti i paesi. E’ vero che andare frontalmente contro l’Europa non appare consigliabile ad un grande paese come la Turchia, che vive oggi un momento particolarmente difficile sotto il profilo economico; lo scontro con l’Europa non è certamente quello che le banche turche e gli ambienti industriali ritengono preferibile.

Anche le prospettive per la minoranza kurda si presentano piuttosto grigie. Il presidente e la sua magistratura sembrano piuttosto decisi a non pensare a nessuna forma di autonomia amministrativa per la regione prevalentemente kurda e a proseguire nel processo di criminalizzazione dei politici kurdi. Anche di quelli che non hanno nessun rapporto con il PKK e hanno dimostrato nel corso delle ultime elezioni di essere assolutamente fedeli alle istituzioni.

Se chi scrive ha il dovere di non dare buoni consigli, occorrerebbe comunque che qualche personalità super partes facesse sapere che la comunità internazionale “gradirebbe” un segnale di pacificazione nei confronti dei Kurdi.


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