STATO DESTRUTTURATO E SERVIZI DISARTICOLATI

Pper uno “statalismo senza Stato” e l’antidoto delle macroregioni

Dopo 40 anni di dibattiti il Senato vota la legge sull’Autonomia Differenziata che in fretta e furia trasforma lo Stato italiano in 20 staterelli a semi-sovranità per destrutturazione di quell’unità raggiunta nel 1861 come derivazione della riforma della Costituzione del 2001.

Forse per riportarci all’epoca delle Repubbliche Marinare-Città Stato muovendosi come allora in ordine sparso? Le Regioni Ordinarie potranno richiedere allo Stato “à la carte” di occuparsi di ben 23 materie tra le quali:, rapporti UE, salute, ambiente, trasporti, istruzione, energia, cultura, commercio estero, sport, sicurezza del lavoro, protezione civile, reti di navigazione, previdenza integrativa, aziende di credito, organizzazione giustizia di pace, alimentazione, ricerca scientifica.

Ma che corrispondono ad oltre 500 funzioni e che vedranno poche esclusioni come la sicurezza e la giustizia. Potendo in questo modo trattenere sul loro territorio la quota di gettito fiscale corrispondente a finanziare quelle materie (non più) concorrenti.

Assisteremo al contrasto tra polverizzazione del potere e scoordinamento multiregionale e multinazionale di molteplici politiche che impongono invece un forte coordinamento e tra queste in primis: trasporti, energia, salute, istruzione, rapporti UE, commercio estero.

Un contrasto che potrà solo produrre inefficienza vista la nostra ottocentesca tradizione burocratica in un quadro di frammentazione di politiche e servizi pubblici.

Anche perché le Regioni Autonome accresceranno enormemente il proprio potere nei confronti dei livelli subordinati come città, comuni e province con un effetto di “isolamento” dal livello centrale nazionale e proliferazione di centri di potere regionali e conseguente squilibrio dei processi decisionali necessari di coordinamento nella rete trasportistica, della salute o in quella energetica, o del commercio estero, oppure nella stessa rete internet tutte aperte verso l’esterno come per la rete di ricerca da specializzare in un orizzonte sempre più globale.

Cosi come per le politiche sanitarie pubbliche o ambientali o della ricerca tecnologica e digitale di frontiera con orizzonti di confine amministrativo, che non è quello di virus e batteri o dell’inquinamento che non hanno – come noto – una residenza geografica o un perimetro amministrativo.

Gli stessi diritti della persona umana fondativi della nostra Costituzione (per salute e istruzione per esempio) come possono essere frammentati in 20 statuti differenziati con Lep e Lea (livelli essenziali di prestazione / assistenza) disarticolati territorialmente?

Quali le basi di riferimento per le scelte di Lep e Lea e per quali e quante regioni?

Quali e quante compensazioni tra regioni autonome (e non) sulle diverse materie?

Dove troveremo le risorse per quelle compensazioni sui Lep/Lea tra regioni deficitarie/eccedentarie avendo le casse vuote?

I benchmark di questi livelli – nelle attese più ottimistiche – rischiano di ipostatizzare o cristallizzare le diseguaglianze territoriali esistenti continuando ad alimentare una migrazione sanitaria ed educativa da sud a nord che già sposta verso le Alpi decine di miliardi/anno e da anni.

Producendo la totale assenza di equità e condannando il sud ancora una volta dentro i suoi ritardi incistati da uno sviluppo squilibrato e asimmetrico e che spinge migliaia di giovani dal sud al nord e poi in Europa e visibili nel disastro sanitario post-Covid ma non aiutando il Nord a decollare come vorrebbe dato che costringiamo 109mila giovani (e meno giovani nel 2020) ogni anno ad emigrare (con prevalenza di donne).

Giovani che formiamo e regaliamo ai nostri partner storici (europei e non) senza che ne attraiamo.

Inoltre, quale rapporto con il premierato se non per risolvere il caos di spesa e funzionale prodotto dalle asimmetrie prodotte da scelte differenziate di decentralizzazione delle 23 attività di base (per le centinaia di funzioni correlate)?


La principale conseguenza sarebbe una esplosione dei livelli di burocratizzazione regionale già patologicamente diffusi in questo paese per uno “statalismo senza Stato”, dunque costosissimo e di appesantimento esplosivo del già enorme debito da consegnare alle future generazioni.

Esiti ben delineati e denunciati anche dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana nei giorni scorsi) con la enfatizzazione di diseguaglianze già profonde. Mentre avremmo bisogno di unire il paese e integrare molte di queste regioni, a sud e a nord, in macroregioni capaci di competere sul piano internazionale e globale, risparmiando risorse con un migliore equilibrio tra accentramento (di governance e visione) e decentramento (applicativo) promuovendo competitività-cooperativa e innovazione sociale condivisa con logiche di servizi di rete estesi e specializzati ma integrati di fronte alle sfide globali (demografiche, sanitarie, educative, migratorie, tecnologiche).

Macroregioni (5-6) capaci di competere sul piano globale e autoregolandosi in forme negoziali sul piano nazionale verso una condivisa e assimilabile divisione del lavoro attraverso le stesse grandi reti di servizio (trasporti, energia, sanità, istruzione superiore, innovazione tecnologica e di ricerca) intrecciate trasversalmente alle grandi funzioni statuali come il commercio estero, la sicurezza, o la gestione dell’immigrazione.

Realizzando quindi una cornice federalista autentica per un orizzonte di lungo periodo. Unendo flessibilmente Sicilia e Liguria, Puglia e Veneto, Lazio ed Emilia Romagna pur differenziate nelle macroregioni di appartenenza.

Questo paese ha insomma bisogno di essere unito e non diviso facendo surfing sui suoi ritardi ma per veleggiare in un mondo molecolare e dinamico, facendo rete e squadra per la resilienza e certo per iniettare speranza nelle nuove generazioni in una “Europa delle Macroregioni” per fronteggiare i pachidermi emergenti asiatici e non.

Dunque sia chiaro che un Sud povero e in ritardo è contro gli interessi del Nord oltre che dell’Italia tutta come dell’Europa nel suo insieme per una questione demografica, di domanda, di lavoro, tecnologica, inter-gender e inter-generazionale ma anche per una questione di creatività imprenditoriale, di innovazione sociale e di intelligenza collettiva della quale abbiamo estremo bisogno da qui all’eternità e come il lungo periodo di pace e sviluppo del secondo dopoguerra ha dimostrato nonostante i tanti “fallimenti, inefficienze e sprechi del regionalismo” decollato nel 1970.

Perché andare “contro la storia” disunendo società e popoli ha sempre prodotto tragedie e conflitti come Ucraina, Gaza e Siria insegnano con centinaia di migliaia di morti così come si rivela contro-producente andare in ordine sparso sia per i piani di adattamento e mitigazione contro climate change e sia per una sanità pubblica (o istruzione) integrata, efficiente e giusta.


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