IL MOVIMENTO OPERAIO CONTRO ALCOLISMO E STUPEFACENTI

LE LEGGI DEL 1913 E DEL 1923

Il centenario della prima legge sugli stupefacenti, la n. 396 del 18 febbraio 1923, sarebbe passato sotto completo silenzio se non fosse stato per il convegno organizzato dalla rivista Giustizia insieme presso la Corte di Cassazione il 1° dicembre scorso.
Il convegno si è incentrato sullo stato dell’arte del sistema di controllo del traffico e del consumo di stupefacenti, mentre è rimasto nell’ombra il contesto in cui è maturata la legge del 1923 e le dinamiche politiche nazionali e internazionali che ne hanno favorito l’approvazione.

Ciò era inevitabile tenuto conto che, per ragioni misteriose, il fenomeno del consumo di stupefacenti è assai poco frequentato dalla storiografia italiana. Vorrei fare cosa utile al lettore descrivendo quel contesto, focalizzandomi in particolare sul confronto parlamentare che portò all’approvazione di quella legge e sull’innovatività delle proposte avanzate in quella sede da personalità di rilievo della medicina e della rappresentanza politica del movimento operaio, quali furono Nicola Badaloni e Ferdinando Cazzamalli.

La data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge “Provvedimenti per la repressione dell’abusivo commercio di sostanze velenose aventi azione stupefacente”, il 18 febbraio 1923 e quindi 113 giorni dopo il colpo di stato fascista, e la firma di Benito Mussolini unitamente a quella del re, potrebbero trarre in inganno lasciando credere che la legge appartenesse al nuovo corso repressivo del regime. Al contrario, la legge fu il frutto di un iter compiutamente parlamentare che possiamo definire bipartisan tenuto conto che nella votazione finale a scrutinio segreto i deputati favorevoli furono 233 a fronte di 12 contrari.

In questo iter il ruolo della sinistra fu preminente e ciò non deve sorprendere poiché era nelle sue corde la protezione dei lavoratori da tutto ciò che ne poteva impedire l’emancipazione. Lo dimostrava ampiamente la strenua lotta all’alcolismo e alla incontrollata proliferazione delle bettole:

“mentre il proletariato ha nell’alcolismo un nemico, che ne aggrava la sventurata condizione sociale e ne moltiplica i dolori e la degradazione, l’alcolismo ostacola il proletariato nella sua emancipazione dalla servitù capitalista, e ne impedisce l’elevarsi per le funzioni che la società socialista gli dovrà assegnare.”

scriveva Adolfo Zerboglio, autorevole esponente socialista e giurista. E fu infatti il Partito socialista che in Parlamento seppe trasformare il diffuso allarme per i danni dell’alcol e le sparse proposte d’intervento in una concreta iniziativa politica capace di contrastare la lobby dei vitivinicoltori; una lobby che, attraverso una costante opera di pressione, sapeva ottenere provvedimenti fiscali apparentemente di basso profilo ma capaci di favorire la produzione e lo smercio degli alcolici.

Fu in particolare Filippo Turati che, con grande abilità politica e l’appoggio determinante di Giovanni Giolitti, seppe disincagliare dalle secche dell’ostruzionismo lobbista e portare all’approvazione sul filo di lana della fine di legislatura la proposta di legge “Provvedimenti per combattere l’alcolismo”, trasformandola nella legge 19 giugno 1913, n. 632, punto di non ritorno nella regolamentazione del commercio e del consumo delle bevande alcoliche in Italia.

Se la legge sull’alcolismo ebbe l’urgente obiettivo di controllare una situazione che non a caso era stata definita di “libera osteria in libero stato”, parafrasando argutamente la formula cavouriana di “libera Chiesa in libero Stato”, l’iter legislativo dei provvedimenti sul commercio e il consumo di sostanze stupefacenti si dipanò in assenza di un reale pericolo sociale.

Per ricapitolare brevemente quale era lo stato delle cose a cavallo del Novecento, l’Italia non si discostava sostanzialmente dai paesi europei ad alto sviluppo industriale nell’impiego terapeutico degli stupefacenti, allora circoscritti ai derivati dell’oppio e alla cocaina.

Ciò che invece distingueva l’Italia dagli altri paesi era la rarità del loro uso voluttuario. Già Arnaldo Cantani nel suo manuale di farmacologia clinica del 1887 affermava che ben raramente si era imbattuto in casi di oppiomania e di morfinismo e una decina di anni dopo Enrico Morselli, tra i più autorevoli neuropsichiatri italiani, dichiarava che in quindici anni di libera professione a Genova e Torino, non aveva osservato più di quattro casi di cocainismo.

Di quando in quando si riferiva di casi di dipendenza, a volte estesamente descritti come quello del paziente napoletano pervenuto all’osservazione per una riduzione della vista, riferendo un tenace morfinismo la cui storia era interessante nella sua esemplarità: a lungo trattati con laudano gli esiti dolorosi di una infezione colerica, ne aveva ripreso l’uso quando i rovesci economici l’avevano prostrato per approdare infine alla morfina che, meglio del laudano, gli permetterva di sfuggire ad una realtà che lo angosciava.

Per il resto non vi erano che segnalazioni sparse, come nel caso del delirio sensoriale in soggetto cocainomane, oppure il caso di morfinismo trattato con duboisina (miscela di giusquiamina e joscina), o l’altro, più tardo, trattato invece con psicoterapia. L’opinione corrente era che “…in Italia la morfinomania volontaria o non esiste o è in proporzioni ristrettissime; la maggior parte dei morfinomani è quella che il medico o poco accorto ha fatto diventar tali, o il dolore fisico, ribelle ad altri mezzi curativi ha costretto a divenire.” (Grippo, 1895).

Questa situazione, molto apprezzata dagli osservatori stranieri (“L’Italia è uno di quei paesi felici nei quali il vizio dell’oppio, in ogni sua forma, non esiste […]”, scriveva nel 1912 Hamilton Wright, l’intransigente delegato americano alla Conferenza dell’Aja), mostrò segni di cedimento durante la Grande Guerra.

Tenuto conto degli innumerevoli feriti che quella guerra produceva e che trovavano sollievo ai loro patimenti solo nella morfina, ci si aspetterebbe che a diffondersi fosse il morfinismo iatrogeno: non era forse già successo qualche decennio prima nella Guerra di secessione americana che aveva generato la “soldier disease”?

La assai sparsa letteratura medica del tempo lascia tuttavia intendere che il fenomeno fu quanto meno limitato. A diffondersi fu invece la cocaina, ma non nelle trincee, come ribadiva con sdegno il neuropsichiatra Ferdinando Cazzamalli, già ufficiale medico al fronte e deputato socialista, nel suo intervento alla Camera nel corso del dibattito sulla proposta di legge sugli stupefacenti:

“Questa epidemia, iniziatasi durante la guerra, non è sorta nelle trincee, ma invece essa si è iniziata alla periferia, nei grandi centri, ove i bagordi e il piacere dilagavano anche quando i nostri giovani e io come medico con loro, erano a soffrire, a sopportare e a compiere il proprio dovere”.

L’aveva già documentato sulle pagine dell’Avanti! torinese Antonio Gramsci, era il 21 maggio del ’18 quando le sorti della guerra erano ancora incerte: “Il Mogol è stato chiuso per ordine del questore: nelle ore tarde della notte giovani vi si riunivano per inebriarsi con la cocaina.”.

E Mario Mariani, romanziere ormai dimenticato, avrebbe scritto poco dopo: “Tutti i grandi alberghi si tramutarono in bordelli, lo sciampagna e la cocaina festeggiarono le vittorie d’un centimetro degli assenti. Nelle trincee, per un centimetro, si moriva, si moriva.” (Povero Cristo, 1921, p.194).

L’immediato dopoguerra vedrà il consumo di cocaina dilagare tra coloro che si erano radunati a Fiume sotto le sciagurate insegne d’annunziane; tra coloro che, notava Gramsci, “dopo quattro anni di guerra […] erano diventati moralmente e socialmente ‘vagabondi’, disancorati, avidi di sensazioni non più imposte dalla disciplina statale, ma liberamente e volontariamente scelte a sé stessi”.
Per il resto i consumatori di cocaina rimanevano quelli sociologicamente descritti da Gramsci a conclusione del pezzo sul locale notturno torinese:

“L’uso della cocaina è indice di progresso borghese: il capitalismo si evolve. Costituisce categorie di persone completamente irresponsabili, senza preoccupazioni per il domani, senza fastidi e scrupoli.”.

Le sartine spiavano questo mondo dal buco della serratura, dai romanzi cioè che facevano arrossire la mamma, per dirla con Umberto Eco: Cocaina di Pitigrilli, La rivolta del Maschio di Amalia Guglielminetti, ecc.

In questo contesto prese le mosse l’iter legislativo mirante ad enucleare le “sostanze velenose aventi azione stupefacente” dalla normativa che regolava la produzione e la dispensazione dei farmaci. Non v’era evidentemente un pericolo sociale in atto, piuttosto una esigenza dettata dallo spirito del tempo che quel pericolo sociale individuava nel consumo voluttuario di stupefacenti.

Del resto, le maggiori potenze avevano già promulgato tali legislazioni: per fare qualche esempio, gli Stati Uniti nel ’14, la Gran Bretagna e la Francia nel ’16. Non dimenticando che il Trattato di pace di Versailles faceva obbligo agli stati contraenti di adottare la Convenzione dell’Aja.

È dunque nell’estate del 1921 che il Governo sottopone all’esame del Senato la proposta di legge sulla vendita abusiva di stupefacenti, suddivisa in sei articoli e licenziata dal Consiglio superiore di sanità in data 11 luglio 1920. Bisogna subito avvertire che, differentemente da quanto era avvenuto nel caso della proposta di legge contro l’alcolismo, ora non vi era nessuna lobby a sostegno del consumo degli stupefacenti e quindi i parlamentari ebbero modo di esprimersi secondo i loro intimi convincimenti.

Ne conseguì un dibattito di alto livello tra personalità illustri sia della sanità, come Badaloni, Marchiafava e Cazzamalli, che del diritto, quali Mortara, Garofalo, Gallini e Canepa. Pur divisi per collocazione politica tra progressisti e conservatori, costoro erano accomunati dal convincimento, derivato dalle lore competenze tecnico-professionali, delle conseguenze sociosanitarie negative del diffondersi dell’uso voluttuario di stupefacenti e di cocaina in particolare.

Le forze della sinistra svolsero un ruolo trainante in questo dibattito come dimostrato dal fatto che relatore in Senato, dove il disegno di legge aveva iniziato il suo iter parlamentare, fu Nicola Badaloni, nobile figura di medico dei poveri nel Basso Polesine (dove ancora indugiavano pellagra e malaria), che aveva svolto intensa e continua attività politica in favore dell’emancipazione dei braccianti e dei contadini poveri di quel territorio.

La relazione di Badaloni è particolarmente interessante perché testimonia dell’emergere, forse per la prima volta in Italia, del concetto che il tossicodipendente è un malato da curare piuttosto che un vizioso da punire. Ciò portava Badaloni a distingue con nettezza tra consumatore e spacciatore. Se verso quest’ultimo si doveva esercitare il pieno rigore della legge, i cocainomani e i morfinomani dovevano essere valutati nella prospettiva fornita dall’allora imperante concetto di degenerazione.

Come si poteva allora comminare “una sanzione contro sciagurati, affetti in grande parte da tare ereditarie od acquisite”? “Lo spirito moderno, il rispetto della libertà individuale, l’indirizzo delle nostre leggi non consentono la persecuzione di coloro che inveiscono contro sé stessi” e pertanto “nessuno oserebbe pensare che il morfinomane od il cocainomane potessero essere colpiti dai rigori della legge solo per ciò che, a cagione dell’ossessione da cui sono posseduti, essi attentano alla propria incolumità fisica e morale”.

Non è dunque il consumatore di per sé che doveva essere punito ma il suo partecipare a convegni in cui altri erano o potevano essere indotti a consumare a loro volta lo stupefacente. Ne conseguiva che le pene dovevano “contenersi in limiti da non aggravare, oltre i fini strettamente necessari alla difesa sociale, la condizione di codesti sciagurati”. Per altro, secondo il senatore, la detenzione era l’unico modo per costringere il giovane a entrare in un trattamento di divezzamento.

Le parole di Badaloni segnavano una presa di distanza di non poco conto dalla nozione allora dominante del consumo voluttuario di stupefacenti come colpa morale. Nel successivo dibattito alla Camera, Ferdinando Cazzamalli seppe andare ancora oltre: “Il progetto di legge non contempla la cura degli intossicati e non si cura di esaminarli nella loro figura di malati.

Sarebbe stato opportuno introdurre delle norme a favore di questi disgraziati, cioè per il ripristino della loro salute per la loro redenzione morale e per il loro ritorno nei quadri della società.

Nel progetto di legge si giunge alla soppressione della libertà, ma non è con qualche mese di carcere che l’individuo malato può trovare un’azione efficace contro la sua mania.

Bisogna che l’individuo venga ricoverato, inviato, cioè a ospedali psichiatrici, dove trovi la massima cura.”

La distinzione tra tossicodipendente e spacciatore trovò ascolto tra i giuristi, con Raffaele Garofalo, intransigente seguace della scuola lombrosiana di criminologia positiva, che avanzò la proposta, accolta, di distinguere nettamente la responsabilità fra i “corruttori e i traviati”, per questi ultimi proponendo in prima istanza una pena pecuniaria e solo in caso di recidiva, l’interdizione dai pubblici uffici e la detenzione. Troppo innovativa apparve invece la posizione espressa da Cazzamalli e, d’altra parte, quando questo valente neuropsichiatra pronunciò il suo discorso si era all’inizio di febbraio del ’23, quando cioè il regime fascista aveva cominciato a porre in atto il suo programma e quale esso fosse nel caso specifico ebbe modo di dimostrarlo nel decennio a venire.

La legge del 1923 divenne infatti nulla più che il punto di partenza per un progressivo infittirsi delle maglie attorno all’uso voluttuario delle sostanze stupefacenti. Gli intossicati da alcol o da stupefacenti, in quanto individui pericolosi per sé e gli altri, vennero assimilati agli alienati mentali pericolosi e ai medici fu fatto obbligo della loro denuncia alle autorità di pubblica sicurezza; entro 48 ore e sulla base di un formulario chiuso prestampato, si precisò successivamente. Se si tiene conto che il testo unico delle leggi di pubblica sicurezza faceva divieto di concedere a costoro la licenza di esercizio pubblico e di “esercitare l’industria di affittare camere o appartamenti mobiliati, o altrimenti dare alloggio per mercede, anche temporaneamente o a periodi ricorrenti”, si può comprendere come il tossicodipendente fosse divenuto un pericoloso vizioso da punire in maniera intransigente.

Non poteva essere altrimenti vista la natura totalitaria del regime fascista. Ciò che è invece sorprendente è che la nascita della Repubblica non vide il ritorno allo spirito che aveva animato le proposte di Badaloni e Cazzamalli. Anzi, quando nel 1954 si mise mano al riordino della materia, l’intenzione dichiarata dal governo fu di inasprire le pene in maniera da impedire la discrezionalità della carcerazione preventiva senza alcuna distinzione tra spacciatori e consumatori, con le devastanti conseguenze che si possono immaginare sulla vita di malcapitati giovani sperimentatori di spinelli.

Se ciò fu motivato dalle pressioni internazionali provenienti soprattutto dagli Stati Uniti e dalle Nazioni Unite, non si può sottacere che vi fu un sostanziale assenso da parte della sinistra che, coerentemente con la linea espressa alcuni decenni prima da Gramsci, considerava tuttora la tossicodipendenza un problema borghese; così infatti si espresse alla Camera il medico socialista Giuseppe Alberti: la ‘drogomania’ è “pazzia di gente che si pasce di ozio, che vive nell’ozio, che desidera l’ozio, che s’intossica per l’ozio”.

Non vi era nessuna consapevolezza di come stesse rapidamente mutando la società italiana e, infatti, non più di quindici anni dopo e malgrado una legislazione così draconiana, l’eroina, fino ad allora pressoché sconosciuta, dilagò in maniera assolutamente interclassista. Fu allora che, seppure in maniera del tutto inconsapevole, l’approccio proposto cinquant’anni prima da Badaloni e Cazzamalli tornò d’attualità e il tossicodipendente divenne un soggetto da assistere e da tenere ben separato nel suo destino legale dallo spacciatore.


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