OSSERVAZIONI SUL DDL DI RIFORMA COSTITUZIONALE

Una proposta di riforma definita “light”, come se fosse un cocktail di mezza sera.

Soli cinque articoli per demolire l’impianto costituzionale costruito nel 1947 in maniera certosina, intelligente, lungimirante ed efficace e poggiato sui pesi e i contrappesi nella distribuzione del potere di un ordinamento seriamente ed effettivamente democratico.

​Il primo cambiamento, il nucleo, quello più demagogico e distruttivo introduce l’elezione diretta del Presidente del Consiglio ed il premio di maggioranza per le liste ad esso collegate in modo da raggiungere “sulla base dei principi di rappresentatività e governabilità” il 55% dei seggi.

​Così, senza soglie minime di votanti e/o di voti ottenuti. Semplicemente chi vince con un voto in più prende tutto.

​Ma come può essere rispettato il principio di rappresentatività se chi vince, poniamo con il 25% (cioè una maggioranza relativa), prende il 55% dei seggi delle Camere lasciando al restante 75% del corpo elettorale il residuo 45% da dividere tra tutti?

La “governabilità” poi è un concetto dannoso; ed infatti non c’è nella Costituzione.

È stato introdotto con subdola demagogia – e sublimato dalla “narrazione” berlusconrenziana – per giustificare il sistema elettorale dei nominati e dei premi di maggioranza a chi non è maggioranza per poter cantare stucchevolmente il ritornello suggestivo, dei vincitori che si devono sapere la sera delle elezioni, del chi vince prende tutto. Ma le elezioni non sono una partita di calcio da raccontare, con vincitori e vinti, la sera alla domenica sportiva.

Le elezioni sono fatte per fotografare il paese e tradurre la rappresentanza proporzionalmente nelle aule parlamentari. Per organizzare la traduzione del consenso in leggi parlamentari la Costituzione prevede altri organismi: i partiti.

Ma se i parlamentari non sono eletti in base al consenso bensì in base alla indicazione dei capi allora i partiti non hanno più motivo di esistere: ed infatti sono morti.

Esistono liste, ciascuna fatta da una ristretta cupola di persone che tutte insieme nominano tutto il Parlamento.

Il nostro sistema non è più fondato sul consenso, sul legame sociale tra elettore ed eletto quanto piuttosto sul rapporto fiduciario tra nominante e nominato.

Un rapporto tra pochi che restringe il campo del dialogo sociale e crea di fatto una oligarchia.

E provoca il fenomeno, dell’astensionismo, un sintomo di una grave malattia della nostra demoicrazia.

Un’ultima considerazione su un’affermazione che spesso si sente dire ma è sbagliata: “l’Europa ci chiede una Costituzione e una legge elettorale che diano stabilità e chi rema contro rappresenta la solita Italia dei gattopardi”. Chiariamo: l’Europa non ci chiede stabilità politica con leggi truffa. Ci chiede la stabilità fatta dal lavoro di mediazione, della ricerca del consenso, di ciò che unisce e non divide la maggior parte dei cittadini, un duro lavoro che si chiama, appunto, politica. Ed è l’Europa dei popoli. Il contrario di ciò che ha fatto e sta facendo questo ceto politico di destra o di sedicente sinistra.

​Nel gergo dell’Europa delle multinazionali, nel mondo delle Casellati, stabilità invece vuol dire decisioni di pochi senza tante chiacchiere, senza leggi da discutere e da emendare, senza dover sentire le opinioni altrui, senza dover indicare e magari cambiare qualcosa.
Chi vince la sera delle elezioni, anche se rappresenta una minoranza rispetto alla somma di tutti gli altri, prende tutto il cucuzzaro, e comanda. Non si deve impegnare a ricercare le alleanze, quelle che fanno poi la stabilità. No. Comanda uno e fine della storia.

​Ma se governare non è comandare, se governare è convincere gli altri della giustezza delle proprie idee e delle proprie proposte, perché si ha paura delle idee diverse? Perché per poter avere la fiducia si devono attribuire per legge centinaia di seggi non corrispondenti alla volontà popolare? Questo è un segnale di debolezza e non di forza, e la storia insegna che i sistemi fondati sulla debolezza delle idee prima o poi si sostengono con la forza della dittatura. Non è un’esagerazione, perché se ci si riflette, con pacatezza e senza pregiudizi, ci si accorge che una maggioranza forzata – cioè attribuita per legge in favore di quella che, secondo le urne, è una minoranza – è una forma di dittatura. I “partiti unici”, sono nati così.

L’esatto contrario della democrazia, che prevede l’incontro tra le forze politiche per formare i governi DOPO le elezioni; dopo cioè, che si è verificato cosa, come e chi vogliono gli italiani.

Come recentemente ha detto Gustavo Zagrebelsky la parola “governabilità” è ambigua, parola impropria, sdrucciolevole che prevede arrendevolezza da parte dei “governati”. Le mandrie sono governabili. Insomma si profila un rovesciamento del paradigma democratico: dalla legge come confluenza delle libertà sociali, operanti nel Parlamento rappresentativo, alla legge come imposizione decretata dal governo. Sono prospettive radicalmente diverse.

Una ultima notazione su una parte del DDL che passa inosservata perché viene proposta come un ulteriore salutare “dimagrimento” del numero dei parlamentari. Parlo del cosiddetto “superamento” del numero dei senatori a vita, ridotti ai soli ex Presidenti della Repubblica. Niente più nomine di personaggi che hanno illustrato il Paese nel campo sociale, culturale, artistico e scientifico.

​Ma le intenzioni dei Costituenti non erano quelle di incrementare banalmente i laticlavi senatoriali con cinque persone peraltro di rilievo assoluto).

​Era quello di elevare proprio il tasso di rappresentatività in maniera tale da far entrare in Parlamento un pezzo – di livello massimo – di società civile tale da poter influire – per quanto possibile – sul censo tutto politico.

​Oggi si fa il contrario: è bene che la “casta” rimanga da sola, pochi, fedeli e tutti con gli stessi orizzonti e gli stessi interessi: il potere ed il mantenimento del potere.

Così non si avrà il fastidio di sentire, ad esempio un tal ​Norberto Bobbio il quale, appunto, da senatore a vita ebbe a dire: “meglio cinquanta governi in cinquanta anni che un solo governo per venti”.

COSA FARE?

Se questa maggioranza è determinata e decisa e deve esserlo anche per coprire il suo fallimento programmatico, economico e sociale, approverà il ddl costituzionale sul Premierato, un nome accattivante, per non dire elezione diretta del Capo del Governo1, e il ddl ordinario, benché in materia costituzionale, di Autonomia Differenziata, magari approfittando del precedente Boldrini del voto di fiducia su leggi elettorali per il rinnovo del Parlamento in violazione dell’art. 72.4 Cost. per fare approvare una legge elettorale incostituzionale la n. 52/2015 ed una di sospetta incostituzionalità la n. 165/2017, che assegna di soppiatto un premio di maggioranza, in contrasto coi principi di voto eguale, libero personale e diretto, sanciti dagli artt, 48.2, 56.1 e 56.2 Cost., superiore a quello del Porcellum.

Avremo un cambiamento della forma di Stato e di Governo, che rompe radicalmente con la Costituzione frutto della Liberazione e che ha i suoi modelli e antecedenti, come dimostreremo, in altri ordinamenti e che sono stati favoriti da modifiche alla legge elettorale proporzionale in nome della governabilità, sempre intesa non come capacità e efficienza nel risolvere i problemi, ma semplicemente come apparente stabilità del Governo in carica. Per semplificare, quello proposto è un modello di democratura plebiscitaria e “leadercratica”, una definizione più adeguata di quella eufemistica e in apparenza tranquillizzante di una «democrazia decidente».

La divisione dei poteri è inesistente e soprattutto è espropriato il potere del popolo, cui appartiene la sovranità, quindi dovrebbe essere il potere supremo, da quale tutti gli altri derivano, e che è esercitato, in una democrazia rappresentativa, come corpo elettorale nella scelta delle assemblee rappresentative nello Stato e nei Comuni, Province, Città Metropolitane e Regioni che ex art. 114 Cost. costituiscono la nostra Repubblica, che è, per non dimenticarlo mai, democratica e fondata sul lavoro.

Se si confronta il ddl costituzionale “Introduzione dell’elezione popolare diretta del presidente del Consiglio dei Ministri e razionalizzazione del rapporto di fiducia”, approvato dal Consiglio dei Ministri, con il ddl. cost. presentato nella XVIIIª Legislatura A.C. N. 716, a prima firma Meloni, si può dire che la montagna ha partorito un topolino, ma proprio per questo è molto pericoloso, perché è un topolino frustrato, nostalgico e con desiderio di vendetta.

Banalmente la spiegazione è data dalla sua età anagrafica essendo nata il 15 gennaio 1977 e questa illazione trova conferma nel ddl cost. presidenziale, che guarda caso all’art. 2 c. 1 prevedeva la modifica dell’art. 84.2 Cost. prevedendo che “Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto quarant’anni d’età e goda dei diritti civili e politici.”

I quarant’anni li aveva compiuti nel 2017, mentre per i cinquant’anni avrebbe dovuto attendere il 2027, perché non aspettare? avendo la certezza e lo ripete ad ogni piè sospinto che governerà ancora per quattro anni: scaramanzia, prudenza o previdenza?

È un fatto che Lega Salvini e Forza Italia sono sovra rappresentate rispetto alla loro quota percentuale nella XIXª Legislatura sia alla Camera (8,75% LS e 8,11% FI) che al Senato (8,84%LS e 8,27% FI) senza Val d’Aosta e Trentino Alto Adige, che aumentano la LS), mentre i loro Gruppi parlamentari tranne che FI al Senato, hanno una percentuale superiore a quella conquistata nelle urne.

Tuttavia se venisse meno solamente FI per rimare maggioranza basterebbe recuperare 8 voti alla Camera e 4 al Senato, che con la morte di Berlusconi sarebbe facilissimo recuperare proprio negli stessi forzisti, visto lo stato complessivo finanziario e politico di FI con la morte annunciato di Berlusconi.

Tra l’altro i partner di governo non hanno interessi convergenti tra loro e il divario è destinato ad aumentare con l’avvicinarsi delle europee, in considerazione dell’appartenenza di FI al PPE, dove ci sono sensibilità vicine ai conservatori ECR europei della Meloni, ma non con Identità e Democrazia di Salvini.

Il vecchio progetto presidenzialista di FdI è interessante anche sotto questo aspetto, perché nella relazione illustrativa è detto che “il presidenzialismo, collante dell’unità nazionale, consentirebbe alla nostra nazione di discutere serenamente dell’articolazione dei poteri decentrati, senza che si possano temere spinte centrifughe.” In altri termini il presidenzialismo sarebbe “garanzia dell’indissolubilità dell’unità nazionale” anche in un assetto federale, senza specificare quale, se cioè come negli Stati Uniti, con una forte divisione dei poteri e dove alla sera delle elezioni si sa solo il nome del Presidente, ma non se avrà la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso e nemmeno se la conserverà nelle elezioni di “mezzo termine” o come nella Russia di Putin, che dell’URSS conserva tutti i difetti e nessuna delle qualità e, pertanto, più vicina ai modelli e nostalgie richiamate dalla fiamma perenne che arde.

Bisogna fare di necessità virtù e il Presidente del Consiglio dei ministri eletto dal popolo, invece di essere come il Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento con un pugno di delegati regionali e messo in soffitta rappresentante “dell’unità della Nazione” (art. 1 A.C. N. 716 XVIIIª Legislatura) dovrà la sua elezione all’approvazione della legge sull’Autonomia Differenziata, o più esattamente “Scassaitalia”, come il progetto di revisione costituzionale di Renzi era diventata la “Deforma costituzionale” per antonomasia.

Renzi viene a proposito non solo perché ha preannunciato il voto favorevole di Italia Viva, che nei sondaggi è moribonda, ma soprattutto perché la sua “Deforma costituzionale” aveva lo stesso scopo fare del Primo ministro, grazie alla riduzione del Parlamento in seduta comune, la legge elettorale e l’elezione di secondo grado del Senato, la figura e centrale e più potente tra gli organi al vertice dell’ordinamento costituzionale: Parlamento, Presidente della Repubblica e Governo.

Quando Primo ministro ha la maggioranza del Parlamento in seduta comune grazie all’art. 90 Cost. può mettere o, più astutamente ancora minacciare, di mettere in Stato d’accusa il Presidente della Repubblica e eleggere alla quarta votazione il Presidente della Repubblica, con questa legge elettorale non c’è bisogno neppure dei 58 delegati regionali e men che meno dei Senatori a vita, come anche può facilmente raggiungere i 3/5 necessari per eleggere i giudici costituzionali, espressi dal Parlamento.

Tanto per dare un segnale e rafforzare il Presidente in carica in questa forzata coabitazione si deve chiedere che la soglia per la messa in Stato d’accusa sia portata ai 2/3 del Parlamento in seduta comune ovvero adottare la procedura dell’impeachment, cioè messa in stato d’accusa alla Camera e rinvio al Senato con i due terzi. Questa richiesta è una cartina di tornasole delle reali intenzioni della Meloni, Capo del Governo e Primo ministro in pectore.

La seconda iniziativa sulla quale testare la maggioranza è la necessaria modifica dell’art. 83 Cost. cambiando radicalmente la composizione dell’assemblea presidenziale, perché il prossimo Presidente, di cui sarà ridotto il mandato, se viene modificato l’art. 90 Cost. e, comunque, prevista la non rieleggibilità, sarà burattino (uomo) o marionetta (donna) del Capo del Governo e Primo ministro.

Due sono le possibili proposte, sempre che nell’opposizione non passi la linea che “la Costituzione più bella del mondo” non si cambia per niente, che il Presidente della Repubblica si elegga come in Germania dal Parlamento, nel nostro caso in seduta comune, dai 58 delegati individuati nel Presidente e Vicepresidente della Regione e nel candidato Presidente non eletto, che faccia ancora parte del Consiglio regionale e di altri delegati, in proporzione al numero dei residenti nelle Regioni, scelti con voto limitato a uno nella società civile, perciò al di fuori dei Consigli e delle Giunte Regionali così da raggiungere un numero complessivo, con quelli di diritto, pari al numero dei parlamentari elettivi, cioè 600. Si potrebbe anche presentare come iniziativa autonoma e provocatoria una proposta di elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica, sul modello di molti stati europei con forma di governo parlamentare.

Si dovrebbe fare anche una richiesta di riforma dell’art. 138 Cost. in forza della quale il referendum è obbligatorio quando la revisione riguarda i diritti costituzionali fondamentali, gli organi costituzionali o di rilevanza costituzionale, la forma di Stato e la forma di governo con intervento della Corte Costituzionale nella procedura di ammissibilità del referendum per assicurare il rispetto dell’art. 139 Cost. come interpretato dalla sentenza della Corte Cost. n. 1146/1988.

Dal testo del ddl costituzionale deve scomparire ogni riferimento alla legge elettorale del Parlamento -in questo segno è positivo che nella versione definitiva sia scomparsa la scheda unica, semmai si deve regolare l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri e allorail testo è già pronto, lo si può prendere pari pari dal testo del ddl cost. prima firmataria Meloni AC 716 della XVIII Legislatura, che prevede un doppio turno e un ballottaggio eventuale tra i primi due se nessuno raggiunge la maggioranza assoluta al primo turno. Essendo il Primo ministro, cioè una carica o più importante di un sindaco o anche di un Presidente di Regione aggiungerei che le schede bianche sono voti validi e un quorum di partecipazione.

Se si verificasse un’astensione pari al 60% come alle ultime elezioni regionali di Lazio e Lombardia, dove vive un quarto della popolazione italiana o, comunque non si raggiungesse la maggioranza assoluta degli elettori, questo fatto dovrebbe avere come conseguenza almeno la ripetizione delle elezioni con altri candidati, al posto del ballottaggio.

Sempre nel suo ddl costituzionale la Meloni prevedeva che il Presidente della Repubblica, eletto dal popolo, non potesse essere rieletto più di una volta: una saggia proposta per evitare che ci possa essere un secondo ventennio. per un presidente del Consiglio dei ministri si può pensare a due mandati, sempre che si modifichino gli artt 90 e 83 Cost. ovvero si modifichi la legge elettorale in senso proporzionale senza premio di maggioranza.

Un’ultima avvertenza nessun Presidente della Repubblica , del Consiglio dei ministri o di una Camera ha mai parlato pubblicamente di una Seconda Repubblica, parlare di una Terza, fa pensare a un errore di calcolo e che forse si voleva dire Quarta, compresa quella di Salò: una repubblichina.

NOTE

1 La legge 24 dicembre 1925, n. 2263, rappresenta il primo passo fondamentale che il regime fascista attua per trasformare il Regno d’Italia da monarchia parlamentare a dittatura totalitaria, modificando lo Statuto Albertino, che peraltro nemmeno prevedeva la figura del capo del governo.

La legge poneva fine al principio, proprio dello Stato parlamentare, secondo cui il governo e il suo capo rispondono verso il parlamento, della cui fiducia devono godere. Stabiliva infatti all’art. 2 che «Il capo del governo primo ministro segretario di Stato è nominato e revocato dal Re ed è responsabile verso il Re dell’indirizzo generale politico del Governo»


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