di Annamaria Barbato Ricci
Questa recensione l’ho scritta d’impeto, appena ho finito di leggere “Vedove di Camus” di Elena Rui (L’Orma Editore) e preciso che sono le 21:00 del 7 luglio 2026.
Mancano dunque ancora 2 ore o giù di lì alla proclamazione del vincitore del Premio Strega, arrivato alla sua 80° edizione. Questo romanzo biografico è stato inserito per il rotto della cuffia in una cinquina diventata appositamente sestina, al fine di inserire un editore portabandiera che non appartenesse ai “soliti noti”, ovvero le Grandi Sorelle dell’editoria nazionale.
Ci sono scarse probabilità che vinca. Michele Mari, da tutti indicato come il trionfatore predestinato, chissà se riuscirà a superare l’empasse in cui è caduto: una trappola autoinflittasi, esprimendo giudizi tranchant e di body shaming in un’occasione para-pubblica (ossia durante uno spostamento in pulmino con altri suoi colleghi concorrenti), nei confronti della scrittrice Michela Murgia, morta 3 anni fa. Una sorta di harakhiri mediatico che teoricamente dovrebbe metterlo fuorigioco. (NdR: invece le previsioni sono state rispettate e lui ha vinto con i suoi “Convitati di Pietra”, edito da Einaudi; mentre la Rui si è classificata sesta).
Torniamo però alle “Vedove di Camus”, raccontate in questo romanzo di grande potenza introspettiva come un harem composto dalla moglie Francine, un’amante storica, Maria e altre due donne Catherine Sellers e Mette Ivers, meno radicate nello zigzagare di Albert Camus fra Muse carnali che accompagnarono parallelamente parte della vita del Premio Nobel per la Letteratura francese del 1957, morto il 4 gennaio 1960, a 47 anni, in un tragico incidente stradale in cui perse la vita anche il guidatore della lussuosa auto fuoriserie Facel Vega, l’editore Gallimard.
L’essere stata per decenni in trincea per i diritti e la dignità delle donne mi fa velo nel mio giudizio etico sui crudi fatti raccontati, che narrano il travaglio affrontato al momento del lutto (e nel corso degli anni successivi) da ciascuna delle quattro protagoniste della vita sentimentale di un Merlo maschio d’Oltralpe che riuscì a conquistare l’Empireo della scena letteraria non solo in Francia.
Incapace di esercitare una coerente fedeltà monogamica, quasi sembra che quest’ombra di Banco nella vita del quartetto femminile sia afflitto innanzitutto da una divorante insicurezza che calma solo esercitando le proprie arti seduttive.
L’ambiente letterario francese, specie nel secondo dopoguerra, era piuttosto irrequieto, senza contare anche gli antagonismi con altri colleghi scrittori, in primis Sartre.
Questo slalom fra donne a cui suggeva un nettare tranquillizzante per il proprio ego credo, però, che fosse una specificità di Camus, sempre pronto ad assumere la posa di artista maledetto e amorale.
Avrà scritto anche capolavori straordinari come “Lo Straniero”, “La Peste”, “La Caduta”, diversi Saggi e opere teatrali quali “Caligola”, “I giusti” e altri, ma parlando dei suoi rapporti con le donne non ne esce bene.
Certo, ho spostato il tiro dal valore del libro – che è notevole, ben scritto e straordinariamente documentato – ad un esame della vita di Albert Camus che emerge dal testo, ma la cronaca di questa sua poligamia distoglie il pensiero e fa trovare persino irritante la sua personalità. Egli appare come una specie di paradigma di genio e sregolatezza vivente che procede come un elefante in un negozio di cristalleria in cui i bicchieri calpestati, in taluni casi, appaiono masochisticamente orgogliose di avere i loro sentimenti spianati col caterpillar.
Elena Rui è quasi cronachistica: non fa trasparire la sua solidarietà per queste quattro donne Vestali di un inseguitore seriale di emozioni, ma neanche per lui. Enuncia fatti, ricostruisce circostanze, collega situazioni ed episodi, scava nella dolenza delle quattro che più che vedove, sembrano prefiche.
Un libro istruttivo, che scarnifica un “Immortale” in pectore, visto che, forse perché morì troppo presto, non fu mai chiamato a far parte dell’Accademia di Francia. E legge nel cuore delle “sue” donne, ciascuna delle quali l’amò, pur essendo consapevole di questo doloroso condominio sentimentale.
Non so se domani sera, in un colpo di scena imprevedibile, Elena Rui berrà sul palco del Premio, la cui cerimonia conclusiva è stata spostata nella piazza del Campidoglio, un trionfante sorso di liquore Strega; quello che so è che ha scritto un libro emozionante, che ci conduce nel mondo delle distorsioni sentimentali e degli uomini che, magicamente, sanno mostrarsi come una specie di dono del Signore. E in giro ce ne sono molti, pur senza avere le qualità letterarie e culturali di Camus, ma un ego altrettanto rapace.













Commenti
Una risposta a “VEDOVE DI CAMUS”
Una recensione che non togliendo niente al libro sa scavare in un’ ottica tutta da condividere!