SCRIVI SEMPRE A MEZZANOTTE

di Dalisca

Così il chiarore della luna…

Questa frase, pronunciata con tanto fervore dalla protagonista di una pièce teatrale, già da sola potrebbe bastare per comprendere quanto il desiderio possa far galoppare la fantasia di una persona per monti e per valli per raggiungere le mete più alte in ambito amoroso.

Al Teatro Vascello di Roma dal 5 all’8 marzo è andato in scena uno degli scritti più belli ed affascinanti di Virginia Woolf: Orlando.

Ero piuttosto inquieta e non sapevo come fare per calmare la mia smania; Vita Sackville-West mi mancava da morire, così afferrai una penna e giù con l’inchiostro scrissi, senza rendermene conto, un nome: Orlando.”

Ma chi era Orlando? Un uomo nato nel sedicesimo secolo, vissuto per più di Quattrocento anni per poi ritrovarsi nel femminile? O piuttosto un escamotage per lasciarsi andare e provare l’altra metà del nostro essere e viverla liberamente?

La protagonista Anna della Rosa ha reso molto bene il personaggio di questa donna che si è trovata invischiata in una storia apparentemente assurda dai colori velati, resi tali dal ricordo lontano  di tempi vissuti e no, ma costantemente presenti.

Anima e corpo riuniti perfettamente in una sola persona, ora sotto antiche spoglie di un uomo amante, trasgressivo, villoso, ora come donna docile, borghese cioè rispondente ai canoni di una morale ormai assimilata in attesa di cambiamenti.

Nonostante la complessità dell’argomento non si faceva fatica nel passare da un sesso all’altro, questo grazie alla grande bravura dell’attrice, che ispirata da questa favola moderna, vi si è completamente calata, rendendo il suo monologo non solo accattivante, ma comprendendone tutta la attualità, ne ha sottolineato tutto il contemporaneo senza remore, né presa di posizione condividendo a pieno l’opera della Woolf.

La scrittura di Orlando nasce come una lettera d’amore; un’opera molto attuale nonostante sia stata concepita un secolo fa, quando ancora erano ben distinti i ruoli del maschile e del femminile, ruoli assegnati loro da una cultura borghese non ancora pronta a gestire il cambiamento dei tempi imbrigliata come era  da una filologia testuale.

Un tronco di albero fa da spalla letteralmente alla protagonista, la quale si presenta esile, nascosta sotto un gran cappello ed osserva, a scena aperta, gli spettatori che stentano a tenere le briglie  del loro cavalcare di secolo in secolo sedotti dal racconto fantastico della seducente narratrice.

Più di uno spettacolo oserei definirlo un training autogeno; sulla necessità di provarsi in ogni campo, strizzando l’occhio all’altra nostra metà che, spesso, non si ha il coraggio di prendere in considerazione ritenendo l’argomento osé, trascurando così di scoprire e di scoprirsi nascondendo anche noi  sotto un cappello.

Alla fine, una cosa accomuna le nostre parti quella femminile e quella maschile, una l’alter ego dell’altra, esse rappresentano la nostra misteriosa complessità, grazie alla quale di avventura in avventura, si giunge al nostro Io.

La pièce si conclude con una cascata di fogli che scendono dall’alto a ricoprire il verde del campo sottostante ove la scrittrice ci si rivolta e si inebria considerando la scrittura un mezzo valido  per dare spazio alla nostra umana nonché fantastica creatività.