CRESCITA E DEMOCRAZIA

di Daniele Fichera

Secondo la “psicologia della speranza” quando gli individui credono di poter costruire il proprio futuro, sono più inclini alla cooperazione e all’aiuto reciproco; al contrario, la perdita di speranza favorisce il ripiegamento su di sé.

Analogamente quando nella maggioranza della popolazione vige l’aspettativa che il futuro sarà migliore del passato aumenta la disponibilità verso atteggiamenti “altruistici” (solidarietà sociale, tolleranza) e si consolida la fiducia nelle istituzioni democratiche e nelle forze politiche che operano nel loro ambito. Quando l’aspettativa prevalente è negativa accade l’opposto: si diffondono atteggiamenti “egoistici” (arroccamento nella difesa di interessi corporativi o parziali, ricerca di gruppi sociali o figure pubbliche cui addossare le responsabilità) e diminuisce la fiducia nelle istituzioni e nelle forze politiche “tradizionali” ed aumenta il consenso per movimenti e partiti “populisti” di varia natura.

Secondo l’economista keynesiano dell’Università di Harvard Benjamin M. Friedman:

“La crescita economica — che significa un aumento del tenore di vita per la chiara maggioranza dei cittadini — spesso favorisce maggiori opportunità, tolleranza della diversità, mobilità sociale, impegno per l’equità e dedizione alla democrazia. … Molti paesi con economie altamente sviluppate, inclusi gli Stati Uniti, hanno vissuto alternarsi di periodi di crescita economica e stagnazione, durante i quali i loro valori democratici si sono rafforzati o indeboliti di conseguenza.”

(La citazione e quelle che seguono sono tratte e liberamente tradotte dallo scrivente da un articolo di sintesi del libro The Moral Consequences of Economic Growth pubblicato da Fiedman nel 2006 e facilmente reperibile in rete).

Ci sono due aspetti del ragionamento dell’economista americano che lo qualificano. Il primo è che la variabile fondamentale non è il livello del benessere ma il suo andamento:

“La nostra esperienza, così come quella di altri paesi, dimostra che essere semplicemente ricchi non impedisce a una società di ritirarsi nella rigidità e nell’intolleranza una volta che un numero sufficiente dei suoi cittadini perda la sensazione di stare facendo progressi”.  

Il secondo è che i risultati della crescita devono essere redistribuiti:

“Il progresso economico deve essere ampiamente condiviso se vuole favorire il progresso sociale e politico. Quel progresso richiede l’esperienza positiva di una fetta sufficientemente ampia della popolazione di un paese per modellare l’umore e gli orientamenti nazionali”.

Per Friedman, d’altra parte, la relazione tra sviluppo socioeconomico e democrazia è bidirezionale:

“Mentre la crescita economica rende una società più aperta, tollerante e democratica, tali società sono, a loro volta, in grado di incoraggiare meglio l’intraprendenza e la creatività e quindi di raggiungere una prosperità economica sempre maggiore”.

Delle potenzialità di questa relazione bidirezionale il quarto di secolo vissuto dalle   democrazie europee dalla fine degli anni quaranta all’inizio degli anni settanta del secolo scorso rappresenta forse l’esempio più eclatante.  Se, come scriveva Keynes, “il problema politico dell’umanità consiste nel mettere insieme tre elementi: l’efficienza economica, la giustizia sociale e la libertà individuale” credo che le grandi democrazie europee abbiano rappresentato l’esperienza storica che è andata più vicina a risolverlo. Un continente, la cui base produttiva era stata gravemente compromessa da cinque anni di guerra scatenati dalle dittature, ha vissuto un lungo periodo in cui non solo ha realizzato una crescita economica spettacolare ma ha costruito il più esteso sistema di protezione e promozione sociale della storia ed ha enormemente esteso gli spazi di libertà e partecipazione civile. Per rendersi conto di cosa stiamo parlando basta ricordare che tra il 1948 e il 1973 il Pil pro capite (che è una ragionevole proxy del benessere personale e sociale) è più che quadruplicato in Germania, in Italia è cresciuto di 3,5 volte, in Francia di 3 e nel Regno Unito (che partiva da una base più alta) quasi raddoppiato (elaborazioni dello scrivente sulla base dei dati contenuti nel Maddison project database 2023, Università di Groningen).

Sia dal punto di vista politico-istituzionale sia da quello economico-sociale i percorsi seguiti dalle quattro grandi democrazie europee sono stati diversi, ma hanno avuto sufficienti elementi in comune (in primo luogo la costante ricerca di metodi pacifici e democratici per la risoluzione dei conflitti interni ed esterni) che consentono di parlare di un modello di democrazia europea. Quel “compromesso tra le istituzioni fondamentali della democrazia e quelle del capitalismo” di cui ha scritto qualche anno fa Giorgio Ruffolo che, nonostante il rallentamento della crescita conseguente alla crisi petrolifera del 1973, ha sostanzialmente funzionato garantendo agli europei pace, libertà e benessere nella seconda metà del secolo scorso.

Oggi ci troviamo in uno scenario sostanzialmente opposto che sembra, purtroppo, confermare la validità dell’interpretazione di Friedman:  

“La storia di ciascuna delle grandi democrazie occidentali è piena di casi di allontanamento dall’apertura e dalla tolleranza, e spesso del conseguente indebolimento delle istituzioni politiche democratiche sulla scia della stagnazione economica che ha diminuito la fiducia delle persone in un futuro migliore”.  

Negli ultimi 25 anni, in effetti, il tasso medio annuo di crescita del Pil pro capite nelle quattro grandi democrazie europee è stato intorno all’1% (contro il 4,5% del periodo 1948-1973) e la ristrutturazione produttiva “post manifatturiera” ha avuto caratteri polarizzanti, sia dal punto di vista della distribuzione dei redditi sia da quello delle opportunità. La quota di popolazione che percepisce un andamento tendenziale positivo è diminuita (l’“impoverimento del ceto medio” di cui molto si parla) e il prolungarsi di questa dinamica determina la diffusione nella maggioranza dei cittadini di aspettative sul futuro negative.  

Il crollo del tasso di crescita del Pil procapite di lungo periodo costituisce, dunque, una delle ragioni fondamentali della caduta di fiducia nelle forze politiche tradizionali (socialisti, popolari, liberali e conservatori) che, seppure su posizioni diverse, sono state protagoniste della creazione delle democrazie sociali e della crescita dei consensi verso le suggestioni populiste, nonché una delle ragioni della crisi delle architetture istituzionali “equilibrate” costruite nel dopoguerra e della spinta verso modelli plebiscitari.

La conseguenza del ragionamento qui riassunto è che la riattivazione di dinamiche di sviluppo produttivo in grado di distribuire benessere a un’ampia quota di popolazione è la condizione necessaria (ancorché non sufficiente) per la salvaguardia del modello politico e sociale europeo e dovrebbe dunque rappresentare l’obiettivo politico prioritario di tutti coloro che credono nella democrazia.

Il problema è che, per motivi diversi, né le tradizionali risposte “liberali” (riduzione della pressione fiscale e della regolamentazione per incentivare le dinamiche di mercato) né quelle “sociali” (rafforzamento dell’intervento pubblico per la redistribuzione del reddito) sembrano in grado di riattivare le dinamiche di crescita in uno scenario in cui i capitalismi industriali nazionali sono stati sostituiti dal capitalismo finanziario globale. Personalmente condivido la tesi secondo la quale l’unico modo per riattivare un ciclo di crescita virtuosa sia promuovere un recupero di produttività dei sistemi economici europei attraverso la definizione di una politica industriale su scala continentale, che poggi sulla concentrazione della domanda pubblica verso filiere produttive interne caratterizzate dalla presenza di un alto tasso di innovazione, dove – peraltro – prevalgono modelli produttivi che premiano il contributo dei lavoratori.   

Ma sostenere, o anche semplicemente discutere, una tesi del genere nel dibattito pubblico condizionato dalle urla dei talk show televisivi e degli algoritmi polarizzanti dei social media temo sia quasi impossibile.