MA QUALCOSA STA SUCCEDENDO!

di Beppe Attene           

Possiamo anche fare finta che non sia così.

Possiamo pensare (o illuderci) che le nostre tradizionali categorie di analisi siano ancora valide o, al massimo, da aggiornare un poco.

Possiamo pensare (o sperare) di saper cogliere la miglior prospettiva in cui cercare di indirizzare il mondo.

Possiamo (e dobbiamo) essere orgogliosi della fusione tra democrazia e sviluppo sociale che le Nazioni Europee hanno realizzato e tentano ancora di portare avanti. Tutto bene, tutto confortante. Ma è di assoluta evidenza che in grandissima parte dell’Europa si sono messi in moto dei meccanismi sociali e politici che non possiamo più catalogare con i vecchi strumenti.

La Storia ci sta parlando. E noi abbiamo bisogno di un nuovo dizionario.

            Da oltre 200 anni a questa parte le categorie usate per definire fatti e comportamenti sono state compresse in due schemi sostanziali: destra contro sinistra e conservatori contro progressisti.

Il liberalismo ha, nelle sue molte precisazioni, permeato di sé entrambi i versanti. Si è, ovviamente, contrapposto nei casi di regimi o situazioni che presupponevano la negazione delle libertà individuali come il Nazismo, il Mussolinismo, il Franchismo e così via.

Ovviamente il Comunismo, inteso come regime statualizzato, è sempre sfuggito a questi parametri valutativi. Chi potrebbe mai dire se Cuba sia una realtà di sinistra o di destra, progressista o conservatrice?

            Oggi, però, Italia, Francia, Spagna e Germania stanno vivendo dei passaggi storici che stravolgono gli storici schemi.

Si tratta di movimenti che una volta sarebbero stati definiti “di piazza”, di inattese ma profonde modificazioni dei risultati elettorali e di ulteriori cambiamenti nella composizione del quadro politico – istituzionale.

Il segnale che il contraddittorio insieme di questi nuovi fattori trasmettono è platealmente che l’attuale strutturazione europea, divisa in Nazioni che “partecipano” alla Unione Europea non è più in grado di affrontare il contesto mondiale, né di garantire il rispetto e l’autonomia che i Popoli Europei meritano e chiedono.

Il risultato di questa, peraltro inespressa, contraddizione è un distacco crescente tra le popolazioni e gli Stati Nazione, tra le popolazioni e l’Europa.

            Stiamo vivendo un accumulo di fattori che sono tali da non provocare reazioni indirizzate in una direzione o in un’altra ma scatenano piuttosto una rabbiosa forma di insoddisfazione.

Si diffonde la sensazione di stare subendo una ingiustizia rispetto alle prospettive e alle promesse, ma anche di invidia per le generazioni che hanno preceduto le nuove e il modo in cui hanno potuto vivere.

            Ovviamente al centro di questo percorso sta, come più volte ricordato, la contemporaneità fra mondializzazione e finanziarizzazione dell’economia. Questo inedito fenomeno ha violentemente sottratto agli Stati Nazione la possibilità di operare, nelle rispettive dimensioni territoriali, per la crescita diretta sia della struttura economico – produttiva che del mercato interno.

Fra le altre cose, è venuta così a mancare la condizione essenziale per unire la solidità della struttura economica con l’adeguamento costante del sistema di welfare. Ciò, unito alla sostanziale dissoluzione della cosiddetta classe media, ha generato una sistematica insicurezza.

            Il quadro è stato reso ancora più preoccupante dalla compresenza e manifestazione di diversi altri fattori che qui è possibile solo elencare ma sono ben presenti alla percezione di ciascheduno.

Si va dalla irruzione sulla scena mondiale del gigante cinese, potentissimo quanto “irrispettoso” delle normali regole di concorrenza. Si aggiunge l’evidente fallimento delle politiche di integrazione che le diverse Nazioni hanno attuato nei confronti della immigrazione con cui hanno coperto le necessità di mano d’opera non qualificata o sottopagata. Si aggiunge ancora, drammaticamente, non soltanto la presenza della guerra alle porte di casa ma la percezione che una parte del mondo islamico ha ripreso, pur con altri mezzi, la guerra contro l’Occidente cristiano (e capitalistico).

            Mille segnali trasmettono simbolicamente questo quadro alla coscienza collettiva.

Alla insicurezza per le strade della città si aggiunge simbolicamente il fatto che un oscuro sceicco acquisti la meravigliosa villa in Sardegna di Silvio Berlusconi.

Quale più chiaro segno che il mondo non ci appartiene più?

E, per restare sul terreno dei segni simbolici, la coincidenza della data 7 Ottobre collega il giorno drammatico della aggressione di Hamas ad Israele a quello stesso giorno del 1571 in cui le flotte cristiane sconfissero a Lepanto quelle ottomane.

La Storia non si ferma, e sta cambiando verso.

            Non può dunque stupire che la valanga dei sentimenti collettivi si riversi, cercando colpevoli e soluzioni, in tutte le direzioni.

Ad essa la politica sembra rispondere solo con le tradizionali categorie di analisi.

Nasce, anzi rinasce, in quest’area di sbandamento l’antisemitismo dilagante.

Nulla vi è di più facile dell’accusare il Giudeo dei mali del mondo.

La novità, stavolta, è che non si tratta più di un messaggio proveniente dalla destra ma, paradossalmente, dalla posizione opposta. Ma possiamo davvero chiamarla sinistra?

Nasce, o rinasce, lo storico opportunismo italico. Perché mai dovremmo rischiare noi qualcosa soltanto per difendere una Nazione aggredita da un’altra guidata dal regime post – comunista?

E, in questo caso, il consenso alla fuga dalla responsabilità sembra venire da più parti, dalla cosiddetta destra come dal cosiddetto Campo Largo.

            Diventa dunque possibile invocare leggi all’americana che ci autorizzino a sparare e inseguire chiunque sembri aggredirci.

Norme di buon senso, si dice, che sarebbero corrispondenti alla situazione reale e guadagnano il consenso di tutti, da tutte le parti.

Quando sei insicuro vedi nemici ovunque.

Può quindi capitare che un ex generale assurga, in questa situazione, a difensore dei “comportamenti naturali” nel campo delle scelte sessuali.

Non lo possiamo catalogare come di destra,né naturalmente come di sinistra.

Raccoglie consensi ovunque, indirizzando strumentalmente quel sentimento di non comprensione del momento che ci circonda.

            Si potrebbe continuare, esponendo le contraddizioni che oggi agitano anche le altre Nazioni europee.

Neanche esse possono essere spiegate con le vecchie regole.

Non pare credibile che la Germania si divida oggi fra una nuova adesione al Nazismo e una Rivoluzione Permanente sognata a Berlino.

Né che un nuovo Maggio percorra oggi le strade di Parigi mentre la simpatica Le Pen si appresta a vincere le elezioni. E così via.

            La semplice verità è che tutto questo disordine nasce dal fatto che il ceto politico, sia italiano che non, ha scelto di nascondere al proprio elettorato la reale condizione e di non chiedere un mandato allo scopo di affrontare il cambiamento strutturale in corso.

Abbiamo tutti fatto finta di credere che una mutazione biblica come quella in corso potesse essere positivamente gestita con gli strumenti istituzionali sviluppati dal ‘700 ai giorni nostri.

Invece di puntare con decisione sull’obiettivo di una Federazione Europea autonoma, democratica e forte abbiamo continuato a inseguire il sogno di una stabilità nei governi delle singole Nazioni.

Abbiamo perso tempo. Abbiamo rafforzato il diritto di veto usato dagli Stati che avevano già iniziato ad assoggettarsi alle volontà della Grande Madre Russia.

Ci siamo illusi, in particolare in Italia, che la furbizia mediterranea ci avrebbe permesso di dialogare direttamente con il gigante americano o con quello cinese. O con tutti e due, chissà.

            E così, oggi, noi italiani ci ritroviamo con una società civile insicura e preoccupata, che sbanda in tutte le direzioni alla ricerca di colpevoli e di soluzioni. Ad essa offriamo un patetico scontro tra sinistra e destra, fra reciproche accuse di fascismo e di sinistrismo.

In mezzo a questa finta dialettica naviga ancora a fatica la identità liberale e non emerge una lucida e disincantata analisi della situazione.

È urgente, insomma, che si manifesti davvero un chiaro Europeismo con spiegazioni e valori da perseguire.

È urgente che dialoghi con esperienze analoghe nelle altre Nazioni europee.

Potrà vincere o perdere nella competizione elettorale, ma più importante di tutto è che ai cittadini venga restituito qualcosa in cui credere e sperare.

E intanto potremmo, per sorridere un poco, regalare all’ex generale una raccolta di scritti di Jean – Jacques Rousseau così da poter riflettere davvero sullo “stato di natura”.