di Marcello Paci
Nei decenni passati, gli assessori regionali della Sanità hanno chiuso tutti i piccoli ospedali, salvandone alcuni, riconvertiti a funzioni specifiche. Giustificarono la soppressione affermando che erano uno spreco di denaro, che non erano sicuri, che bisognava centralizzare le risorse.
Parimenti hanno risparmiato sul personale medico e infermieristico, gli addetti alla cura dei malati, investendo su quello burocratico-amministrativo, espressione quest’ultima del dominio assoluto della politica locale-regionale sulla materia sanitaria. Ancora, il medico di famiglia da primo e fondamentale referente sanitario del malato è stato spogliato della sua professionalità specifica, rivestendolo con un abito burocratico, prescrittore seriale di farmaci e visite specialistiche.
La sua funzione precipua di diagnosi e cura e di supporto umano, demandata ai distretti sanitari e alla guardia medica, spesso ignari della storia umana e patologica della persona, con la conseguenza di un inarrestabile assalto ai Pronto Soccorso. Si è distrutta così la figura del medico di famiglia, che ha fatto il paio con la chiusura degli ospedali. Il risultato è stata la desertificazione della prateria sanitaria della quale abbiamo avuto contezza con l’epidemia del Covid. I malati costretti a casa, curati con la tachipirina perché non c’erano posti letto dove ricoverarli. Trasportati in ospedale solo quando si aggravavano, quando spesso non c’era più niente da fare.
E bene ha fatto l’autorità e la stampa ad oscurare quanto emerso da ricerche successive circa l’efficacia in tempi precoci di terapie tradizionali oltre o al posto della tachipirina. Antibiotici, antinfiammatori in primis che riuscivano a limitare la anomala, straordinaria risposta infiammatoria dell’organismo all’insulto virale, sospetta vera causa degli effetti gravi sino all’exitus. Alcuni medici di famiglia hanno testardamente applicato tale terapia con risultati a loro detta straordinari. È bene non pensarci e chiudere quel capitolo, altrimenti non ne veniamo più fuori, più opportuno pensare a come comportarci nella epidemia prossima. Tornando ai cambiamenti in sanità come non tornare alla figura del medico di famiglia, poi ribattezzato medico di base, termine che ci sta con la gerarchizzazione pianificatrice pensata e attuata dai decisori politici. Meno visite cliniche e peregrinazioni domiciliari, orari di lavoro ridotti, a vantaggio di nuove funzioni estranee all’essenziale funzione del medico di diagnosi e cura e di relazione umana con la gente malata. Report, certificazioni, progetti, corsi, riunioni con i decisori politici, carte, carte in una forsennata deriva burocratica da cui non è venuto niente al paziente.
Stessa cosa si è fatto con gli ospedali dove la gente era abituata a recarsi anche in modo informale, sicura di trovare comunque qualcuno che avrebbe ascoltato e fatto qualcosa, o indicato un percorso. E così procedendo la gente ha capito che se voleva avere un’attenzione, un tempo gratuita, doveva pagare. Pagare in ospedale se si voleva avere un percorso agevolato in termini di attesa, e di qualità del professionista. E se c’era la possibilità economica la struttura privata, con la falsa cortesia del personale con il sorriso stampato in viso anche quando avverte una repulsione nei tuoi confronti, lo stesso sorriso sempre uguale quando ti dice il responso infausto, e quando ti ammolla la fattura. Per lo più donne, truccate e vestite come la moda impone. Simili tutte a quelle che girano in televisione. Alla fine la gente si è curata di meno o se aveva soldi se ne andava nel privato. Una volta questo era limitato a settori marginali come la chirurgia estetica, tutto il resto era compito della sanità pubblica.
Al di fuori di questa, per chi se lo poteva permettere c’era l’attività privata di grandi luminari per un consulto, una indicazione con il successivo iter diagnostico-terapeutico per lo più svolto nella struttura pubblica. Ma poi nel pubblico è entrato il privato con lo scellerato istituto dell’intramoenia e nel privato il pubblico con l’inqualificabile istituto dell’accreditamento. Una commistione all’insegna della aziendalizzazione della sanità con l’obbiettivo del fatturato. Alla fine chi ha inventato tutto questo si è accorto che le cose non vanno soprattutto a livello dell’opinione popolare, che significa elettori. Dunque case di comunità a riproporre, camuffati, gli ospedali di primo livello soppressi e per quanto riguarda i medici di famiglia, o come amano chiamarli i medici di base, una definitiva burocratizzazione.
Così è se vi pare.













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