IL SAPORE DI UN’INFANZIA FELICE SUL LAGO MAGGIORE

Dal Bar Imbarcadero di Baveno

«È in arrivo il battello… per isola Pescatori, isola Bella, Stresa!» L’annuncio altisonante sospese la mia mano mentre avvicinavo alle labbra il bicchiere rosso di Bitter Campari, seduta con Piero al “Bar Imbarcadero”.

Mi venne spontaneo trascinare il mio compagno in un viaggio a ritroso nel tempo: «Ti ricordi il povero Augusto quando gridava al megafono le stesse parole, ma con quanta più enfasi, persino passione! Poi, dalla biglietteria, con il berretto bianco da marinaio portato con tanto orgoglio, correva al pontile ad afferrare la fune per assicurarla al gancio d’ormeggio e per spingere la passerella sul bordo del battello…»

«Come no… certo!». Anche Piero ritrovò quella sequenza di un film visto infinite volte: «Così saldava terra e lago con quell’asse di legno tanto precaria! L’attraversavi ogni volta con un po’ di titubanza, traballando qua e là… Non parliamo poi di quando c’erano le onde alte…»

Mentre sorseggiavo il mio aperitivo, un pensiero si fece avanti quasi con prepotenza: «Sai, Piero, sto pensando che noi siamo ancora qui, ancora insieme dopo cinquant’anni, proprio per quel viaggio in battello, all’alba, per andare a scuola a Pallanza! Era ancora buio alle sette del mattino. Spesso il battello conquistava l’attracco ai piloni dell’imbarcadero, tra la nebbia fitta, lanciando il suono lamentoso e inquietante del corno. Ti ricordi? Attraversavamo la passerella infreddoliti e ancora assonnati, cercando dietro le montagne di Laveno il primo bagliore del sole… Ti vedo leggere il giornale, seduto sul fondo del battello illuminato da una luce fioca, mentre ti fumi la prima sigaretta, forse solo per darti un tono… non è così? – sorrisi – Ogni tanto interrompevi la lettura per scambiare qualche commento sul campionato di calcio o sulle partite della domenica precedente! »

«Già, mi ricordo i viaggi in battello… era il nostro salotto, un po’ la nostra casa comune, soprattutto nei mesi invernali, quando c’eravamo solo noi studenti, gli operai della Montecatini di Pallanza, il giardiniere dell’isola Madre! In quei venti minuti di viaggio lento sull’acqua ci si incontrava con gli altri studenti, anche quelli che venivano da Stresa e quelli, come il Silvano – lo ricordi ancora? – alto, biondo, con un cognome tedesco…. che, come tanti altri, scendeva a piedi dai paesi a mezza montagna sopra Baveno. »

«In quei venti minuti tra le due sponde – aggiunsi – dimenticavamo l’interrogazione e i compiti in classe che ci aspettavano!»

«Noi ragazzi tentavamo i primi approcci con le compagne più disinvolte… che però sembravano molto più affascinate dalla divisa dei marinai e soprattutto del comandante, superbo nella sua cabina di comando, con cui non potevamo competere! …Sì, come ricordi tu, il lunedì si accendevano dispute su un fallo o un rigore non concesso dall’arbitro, finché non interveniva Federico, che reclamava il diritto ad aver ragione su tutti con il suo solito: “No, se permetti, io che c’ero…” e si fermava a riscuotere l’invidia degli amici… era così irritante quel figlio di papà, che poteva permettersi ogni domenica di vedere la partita allo stadio di Milano o di Torino, mica come tutti noialtri, alla radio!»

«Io vi guardavo con un po’ di distacco, voi ragazzi ormai vicini al diploma… vi sentivo troppo grandi, di un mondo per me ancora lontano. Preferivo chiacchierare e scherzare con le mie coetanee; raccontare delle “escursioni” alle cave di granito, con la mia amica Laura, alla ricerca dei quarzi, trasparenti, sfaccettati, appuntiti, luccicanti e perciò magici e attraenti come diamanti, nascosti nelle fessure delle rocce; o raccontare delle nostre ricerche di funghi porcini, vestite da Cappuccetto Rosso, nei boschi sopra le ultime case…»

Come se sfogliassi un album di fotografie, rivedevo gli scorci di lago, azzurro e abbagliante, che apparivano qua e là tra il fitto fogliame. Erano la nostra bussola nel buio del sottobosco inestricabile ai piedi di castagni giganteschi che nascondevano il cielo. Non avremmo incontrato il lupo cattivo come cappuccetto Rosso, ma qualche vipera avrebbe potuto aggredirci spuntando dalla coltre scivolosa di foglie e ricci umidi su cui muovevamo timorose i nostri passi!

Il sapore di un’infanzia felice, rimasta intatta nella memoria, mi prese la mano. Altri ricordi ritornavano con i colori, i profumi, le emozioni, i piccoli dettagli di una realtà in cui mi sentivo ancora presente e partecipe.

Continuai: «Invece, con la mia amica Paola, anzi, la nostra amica Paola, mi divertivo un mondo ad attraversare il Selvaspessa, d’inverno, quando i torrenti sono in piena e l’acqua è gelida, saltando da una pietra all’altra… finché, da quelle pietre melmose, un bel giorno, scivolai nell’acqua e tornai a casa con il vestito della mamma di Paola, perché la mia amica era, come ora, molto più minuta di me! Quanto ci siamo divertite senza i telefonini… in contatto con la natura e condividendo le nostre emozioni!»

«Hai ragione! Anche noi ragazzi, in questo senso, abbiamo fatto la nostra parte! Siamo diventati grandi all’oratorio, sotto lo sguardo del giovane don Giuseppe, che con la sottana nera sollevata con le due mani, tornava ragazzino spensierato come noi dando calci al pallone o giocando alla “lippa” sul sagrato e sulla scalinata che porta alla chiesa… non mi sono mai divertito tanto! Quando ritrovo quei vecchi compagni di gioco, sento che gli stessi ricordi sanno ancora riaccendere le emozioni che abbiamo così intensamente condiviso… non diciamo quanti anni fa!»

Per me, quello era il tempo delle prime cotte, fugaci e innocue come le meteore. A quell’età bastavano, forse bastano ancora oggi, degli occhi a mandorla e un bel sorriso per sentirsi coinvolte in un turbamento mai provato prima. E così ricordai a Piero quel tipo di emozione nata all’alba, alle sette del mattino sul battello, e forse spenta già alle sei di sera, al tramonto, nel viaggio di ritorno: gli occhi a mandorla e il bel sorriso erano quelli di Beppi, un ragazzo di quarta ginnasio, che non mi degnò mai di un minimo sguardo! Ma la prospettiva di incontrarlo la mattina mi rendeva piacevole persino alzarmi presto, affrontare il vento e le onde che scuotevano a volte paurosamente il battello…

Mentre tra una patatina, un’oliva, un sorso di Campari, lasciavo scivolare lo sguardo sulle isole Borromeo, le montagne, le barche dei pescatori e i gabbiani appollaiati sui piloni appuntiti dell’imbarcadero, pensai a quanto fosse sempre stato importante per me il battello, addirittura alla base della mia stessa esistenza: mio padre “Il sciur Peppino” e mia madre “donna Elena” – a Baveno li chiamavano tutti così – entrambi sfollati da Milano e da Ancona dopo l’8 settembre del ‘43, nel ’45 si erano conosciuti sul traghetto che da Intra li avrebbe condotti a Laveno, quindi con la ferrovia Nord a Milano. Quel viaggio durò tutta la vita… Io nacqui l’anno successivo all’isola Pescatori, dove si era “rifugiato” mio padre, in una casetta di fronte all’imbarcadero, con un terrazzino ancora oggi ricoperto di rampicanti e di fiori. Una volta in più provavo piacere nel pensare che sicuramente avevo ereditato i due lati salienti delle personalità di mio padre e di mia madre: il primo estroso, eclettico, imprevedibile, passionale; amante dell’arte, della musica, della pittura, delle giornate di pesca sul lago… a tratti divertente e scanzonato, a tratti improvvisamente ombroso e taciturno. Elena era tutta razionalità, organizzazione, efficienza, disponibilità e umanità. In me il lago si era rivelato il collante, la “passerella” fra due modi di vivere la vita…

Il battello era anche lo spazio fisico tra le due sponde del lago in cui non dovevo essere né figlia irreprensibile, né scolara diligente, ma solo me stessa! Quel contatto quotidiano in cui mi sentivo immersa, osservato a trecentosessanta gradi, mi aveva fatto scivolare dentro i profili ondulati delle montagne, disegnati sull’azzurro del cielo; il sole infuocato che taglia con una scia rossa il blu ancora cupo dell’acqua, e poi le mille sfumature e riflessi…

In verità, le stesse atmosfere, gli stessi colpi di luce, le stesse vibrazioni di colore li ritrovavo, quasi come un continuum della creazione, nelle tele che dipingeva mio padre, quando interpretava uno scorcio di paesaggio attraverso le sue mutevoli emozioni. Così, con varie tonalità di bianchi e di azzurri stemperati sulla sua tavolozza, ricreava una nevicata illuminata dal sole; con i rossi e le diverse gradazioni di giallo ocra un tramonto nostalgico di tempi lontani; con morbide sfumature di rosa un’alba che preannunciava una giornata serena. I ritmi lenti e silenziosi propri del pescatore – pescare era la sua passione – accompagnavano e guidavano le sue ispirazioni, le sue suggestioni, la sua contemplazione della realtà: tutto ciò nel suo studio, di fronte al cavalletto e a una tela bianca, si trasformava in virtuose pennellate capaci di suscitare in me un’infinità di emozioni.

Lo avevo osservato da quando ero bambina, accovacciata silenziosa su uno sgabello dietro di lui, tra cornici e tele accatastate, tavolozze e dipinti appesi al muro, qualche mazzo di ortensie in vasi dalle forme panciute, dal colore delle terre di Siena su cui spiccava, tra decori floreali colorati, la scritta blu in corsivo Bevi Bella o Alla salute del signor Pietro Barisoni! In quel regno di colori, forme, ombre da catturare, si accendeva la mia fantasia.

Avevo imparato, senza rendermene conto, a far vibrare la luce fra gli alberi, a far intravvedere uno spicchio di cielo tra il verde delle foglie, a far scivolare leggero il pennello con movimenti verticali per cogliere i riflessi delle montagne sul lago. Avevo fatto mio, senza saperlo, il segreto che con piccoli tratti chiari si potevano suggerire le case, piccole piccole appena percettibili, allineate lungo la costa; che il loro tuffarsi nell’acqua interrompeva gioiosamente le macchie più omogenee di azzurro, di verde, di blu a volte cupo del lago; che lievi pennellate orizzontali sottili, più chiare, sapevano legare fra loro forme e colori…

Avrei coltivato per sempre questa passione senza mai capire fino in fondo se fosse attitudine scivolata in me come un primo dono di mio padre, se emulazione, se bisogno di condividere con lui un linguaggio esclusivo. Ora però sapevo con certezza che da mio padre avevo imparato a provare e a comunicare emozioni attraverso l’estro artistico; da mia madre, più dialogante e razionale, avevo appreso a tradurre quelle stesse emozioni in parole, in linguaggio.

Piero ed io tornavamo ancora spesso al Bar dell’Imbarcadero… non c’erano più né il jukebox né il flipper di quando lo frequentavo con mamma e papà negli anni Sessanta e nemmeno lo striscione beige con la scritta FIVE O’ CLOCK TEA, escogitato dal gestore del bar per compiacere i turisti d’oltralpe che in quegli anni cominciavano a riversarsi in Italia.

Abitavamo già allora proprio di fronte all’imbarcadero, a Villa Laura, una villetta adiacente all’imponente cancellata con lunghe lance dalle punte dorate con cui iniziava o finiva il parco del Grand’Hotel Bellevue. Il lussuoso albergo era un’isola glamour completamente “lontana” dalla comunità del paese, fatta di gente semplice e genuina: barcaioli, scalpelli, operai, albergatori, negozianti, pochi professionisti…

Quando uscivamo dal portico di casa, ci si apriva uno spettacolo straordinario: la piazza col porticciolo dei barcaioli e dei pescatori; di fronte le tre isole Borromeo; il lungolago, con il suo filare di alberelli ombrosi, su cui si affacciano le case e gli alberghi ottocenteschi che si susseguono fino alla rossa villa Branca, simile a un castello inglese.…

Dal balconcino della mia camera invece vedevo brulicare i protagonisti e le comparse di uno spettacolo che si rinnovava ogni giorno con piccole variazioni sul copione: i barcaioli, il Piero, il Mario, il Giuri, col cappello bianco da marinaio che facevano la posta ai turisti; i tassisti che, appoggiati alla propria vettura all’ombra di una enorme camelia coi fiori bianchi aperti verso il sole, ammazzavano il tempo di lunghe attese fra chiacchiere e sbuffate di fumo; i frequentatori abituali del bar dell’imbacardero: i milanesi con la seconda casa sul lago, che avevano subito fatto amicizia con papà che esibiva volentieri il suo perfetto dialetto meneghino; la bella gioventù bavenese, che ritrovavo ogni giorno sul battello, fatta di ragazze perlopiù acqua e sapone che sapevano però accentuare la loro identità, così come i ragazzi, genuini, schietti.

Tutti avevano volti a me familiari; alcuni li sentivo addirittura amici, come il Piero, il barcaiolo con i capelli bianchi, che mi insegnò ad andare in bicicletta, guidando con la mano il predellino mentre vacillavo girando intorno alla piazza o il Giuri, che in autunno coglieva nei prati i ciuditt, i funghetti di prato, per regalarli a papà; d’inverno accatastava la legna per la stufa della nostra cucina.

I turisti, anonimi, sempre un po’ trasandati, brulicanti nel loro via vai dal lungolago all’attracco dei battelli, non disturbavano l’armonia della piazza, ma aggiungevano un tocco di colore e di movimento alla fisionomia ovattata e rilassante propria a ogni paese di lago.

La piazza dell’imbarcadero era per me un rassicurante prolungamento della mia casa dove non avrei mai potuto sentirmi sola o estranea.

Mentre Piero ed io rincorrevamo i nostri pensieri, alcune alborelle luccicanti guizzarono davanti ai nostri occhi. Piero interruppe per primo il silenzio: «Ti ricordi quanti pescatori c’erano sulla riva? Una fila interminabile di canne lenze, secchielli, cestini, guadini… Tuo padre, con un cappellaccio in testa, due o tre canne appoggiate a questa ringhiera, con una tirata del “quadrato” raccoglieva centinaia di alborelle e trulitt! Le più vispe diventavano esche per lucci e persici! Mentre sorseggiava un aperitivo seduto al “suo” tavolino con tua madre, aspettava il tremolio del galleggiante… Ora si vedono solo cavedani che si aggirano lenti sul fondale… i pescatori si contano sulle dita…»

«Ricordo perfettamente mio padre mentre pesca dalla ringhiera del bar o quando dalla barca dà strappi con la mano alla lenza tra una remata e uno sbuffo del suo toscano! Queste immagini sfilano davanti ai miei occhi come le sequenze di un filmino superotto di allora! Ma tu non sai quanti pesci riuscivo a catturare anch’io con una canna corta e il piccolo amo “del tredici”! Prima stando alle calcagna di papà a fare lo schiavetto e poi con la mia amica parigina Bichette, ospite del Bellevue, che si era avvicinata a me, incuriosita, mentre pescavo “trulitt” nella attigua spiaggetta libera. Intorno ai piloni del trampolino dell’albergo si aggiravano pesci persici, lucci e “gubitt”, i nostri preferiti per le striature colorate sul dorso e per la stupidità – dicevamo noi – con cui abboccavano nonostante avessero già “assaggiato” il nostro amo, nascosto da una mollichina di pane!»

Bichette ed io diventammo amiche quando ancora non sapevamo se ci piacesse di più fare la posta ai pesci, giocare a ping-pong o guardare i ragazzi ospiti del Grand Hotel Bellevue! Non eravamo ancora né carne né pesce, ma Jacques, il ragazzo belga che ci lasciava incantate quando scendeva dalla scalinata centrale dell’hotel fra pianticelle di limoni per poi dileguarsi misteriosamente con il suo bateau vert verso l’isola Madre, è stato il primo a farci battere veramente il cuore. Alto, aitante, bello come il sole! Noi, mocciose e ingenue, aspettavamo che ci invitasse a salire sul suo motoscafo per accompagnarlo nelle sue avventure sul lago!

«Già, Bichette, la tua amica parigina! – mi interruppe Piero – l’ho conosciuta al nostro matrimonio…»

Questo riapparire di Bichette stimolò in me altri pensieri. Rimasi ancora in silenzio per qualche minuto, come in attesa che un’idea riuscisse a farsi parola: «Sai… tutte queste immagini riaffiorate come un lungometraggio della mia infanzia; i compagni del mio primo viaggio nella vita riapparsi vivi, reali e autentici, mi fanno pensare che non debbano andare perduti… I ricordi che ora ci sono usciti spontaneamente mi hanno messo addosso la frenesia di mettermi subito a raccontare, a scrivere… magari incominciando proprio da qui, da noi seduti oggi al Bar Imbarcadero, che in fondo è sempre stato il palcoscenico della mia famiglia, poi, della nostra famiglia. Vorrei trascorrere così questo pigro, caldo e umido mese di luglio… Tutti i personaggi che daranno coralità al mio racconto saranno autentici; torneranno a vivere nelle mie descrizioni esattamente come sono rimasti scolpiti per sempre nella nostra memoria. Voglio che alla fine sfilino tutti, insieme a noi e al sciur Peppino e a donna Elena, proprio come nell’ultimo film di Nanni Moretti, “Il Sol dell’Avvenire”: l’Augusto-Caronte; Federico, Beppi, Silvano; Laura, Paola, don Giuseppe, Bichette, Jacques; i barcaioli Piero e Giuri; poi tutte le comparse: i marinai con il comandante del battello, i tassisti, i Milanesi e i ragazzi e le ragazze clienti del Bar Imbarcadero, i pescatori, i turisti trasandati…

Lo scenario sarà il lago Maggiore dipinto non con i colori della mia tavolozza, ma con quelli delle mie parole…»

Ero ormai sedotta dai miei stessi pensieri; già proiettata lontano.

«Si è fatto tardi, vorrei tornare a casa: ho già tante emozioni che hanno fretta di tradursi in parole. Che ne dici?»

Piero ed io, sugli stessi passi del sciur Peppino e di donna Elena, attraversammo la piazza assolata e sparimmo, attraverso il portico, dietro il portone di Villa Laura. Dall’imbarcadero intanto risuonava una voce metallica registrata:

«È in arrivo il battello… per isola Pescatori, isola Bella, Stresa!»


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